“Naza” e il silenzio

,

Silenzio. Ecco che cosa si sente al termine di Naza. Se doveste chiedere a chiunque di descrivere gli attimi successivi alla visione di questo film al cinema, utilizzerebbe sicuramente questa parola: è difficile da spiegare, ma colpisce tutti, indistintamente. Come mai questo silenzio? Da dove nasce? Per rispondere a queste domande dobbiamo parlare brevemente di quest’opera.

Naza è il documentario presentato in concorso alla 83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor. Il film racconta, a partire dall’inchiesta giornalistica del Guardian, come Israele ha pianificato gli attacchi sul territorio di Gaza dal 7 ottobre 2023 in avanti.

Crediti: Yuval Abraham and Rachel Szor with the Special Jury Prize for Naza during the closing ceremony of the Venice International Film Festival 83.
Ondine Goat, licenza: CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons, link: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Yuval_Abraham_

L’opera, realizzata in condizioni di totale segretezza nell’arco di tre anni, raccoglie numerose testimonianze di ufficiali dell’intelligence e militari israeliani che si occupavano della pianificazione dei bombardamenti su Gaza.

L’intera pellicola ruota attorno alle loro parole, ed è tra queste che troviamo quella simbolo di tutto il documentario: “Naza”. Questo termine, che dà il titolo al film, è un acronimo militare traducibile con “danno collaterale”, usato per indicare quante vittime civili palestinesi potrebbe causare un eventuale attacco volto a eliminare membri di Hamas.

La prima cosa che colpisce di questi racconti è la totale disumanizzazione del popolo palestinese. Oltre a utilizzare, come visto, un acronimo che qualifica le vittime come conseguenze di poco conto di un possibile attacco, i militari intervistati descrivono le operazioni genocidiarie come semplici procedure svolte davanti al computer in modo meccanico e freddo.

Inoltre, questo documentario raccoglie testimonianze estremamente precise sul funzionamento di alcuni programmi impiegati in ambito bellico. Qualche intervistato arriva a descriverne, con tanto di disegni, anche le interfacce, che amplificano ancora di più questo senso di disumanizzazione, a tal punto che in alcuni casi questi software vengono percepiti quasi come dei videogiochi1. Qualcun altro, invece, parla dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale, la quale, prendendo decisioni al posto degli operatori, fa dimenticare loro che dietro quelle scelte si nascondono vite umane. In questo modo, i militari la usano come pretesto per alleggerirsi la coscienza.

Il tutto viene descritto con una semplicità, una puntualità e, a volte, una freddezza che lasciano attoniti e increduli. L’angoscia e il turbamento che portano al famoso silenzio di fine film, forse, nascono proprio da questo: non dalle singole azioni narrate (che nella maggior parte dei casi erano già note, come è stato sottolineato nelle numerose critiche mosse al film), bensì dal modo in cui e da chi ci vengono raccontate. A descriverle, infatti, sono le stesse persone che hanno preso ed eseguito quelle decisioni e che, quasi sempre, non mostrano alcun segno di pentimento.

Colpisce poi scoprire che i testimoni, i quali rimangono anonimi per tutta la durata della pellicola, sono ragazzi e ragazze d’élite, selezionati dopo percorsi di studio brillanti e che conducono vite normali. Il silenzio nasce quando si sente che chi pianificava attacchi contro intere famiglie la sera andava a bere una birra al pub con gli amici. Nasce dal capire che questi giovani svolgevano il loro lavoro come se fosse ordinaria amministrazione, semplice burocrazia.

Questo tipo di racconto freddo, che parla di interfacce, algoritmi e numeri che nascondono vite umane, non può lasciare indifferenti e, soprattutto, non può non ricordare le testimonianze sull’organizzazione dello sterminio degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Le pagine di Primo Levi ne I sommersi e i salvati ben descrivono questa struttura burocratica, le uccisioni di massa e i meccanismi con cui si tentava di disumanizzare il più possibile i prigionieri nei campi di sterminio.

Perciò, tutte queste dichiarazioni raccolte da Naza non devono lasciarci semplicemente scossi, ma aprire la porta a nuove domande e riflessioni: perché persone così normali e così istruite si sono trasformate in ingranaggi chiave di questa macchina genocidaria? In che modo decenni di propaganda hanno reso giustificabile un “lavoro” che consiste nel bombardare interi edifici con le famiglie dentro?

È proprio questo il meccanismo che ci ha portati a ripetere una storia che avevamo promesso non sarebbe mai più successa, complice il nostro silenzio.

Alessandro Santoni

Fonti

Levi Primo, I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi, 2017.

Drucker Johanna, “Humanities approaches to interface theory”, Culture Machine, vol 12, 2011.

  1. Per approfondire il tema della non neutralità delle interfacce si consiglia il saggio di Johanna Drucker Humanitities approaches to interface theory ↩︎

Lascia un commento

ti potrebbero interessare

Scopri di più da The Password

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere