Il padre di tutte le fiabe: Giambattista Basile e “Lo cunto de li cunti”

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Cenerentola, Il gatto con gli stivali, Hansel e Gretel, La bella addormentata nel bosco, Raperonzolo… queste fiabe, per la maggior parte delle persone, rappresentano un ricordo indelebile della propria infanzia.

I fratelli Grimm e Charles Perrault, grazie alle loro raccolte (rispettivamente Le fiabe del focolare e I racconti di mamma oca), sono passati alla storia come i principali ideatori di storie per i piccoli lettori… ma se non fosse realmente così? O meglio, se ci fosse stato qualche scrittore, vissuto prima di loro ma non divenuto altrettanto celebre, da cui presero ispirazione? È questo il particolare caso di Gian Alesio Abbattutis, anagramma di Giambattista Basile, scrittore e letterato del ‘600.

Ritratto di Giambattista Basile, Wikipedia Commons (https://commons.wikimedia.org/w/index.php?search=lo+cunto+de+li+cunti&title=Special%3AMediaSearch&type=image)

Basile e “Lo cunto de li cunti”

Basile era un funzionario di corte, un uomo dotato di sconfinata cultura, che in vita scrisse soprattutto opere “classiche”, caratterizzate dal petrarchismo di maniera, oggi non ritenute particolarmente notevoli. Tuttavia, quest’uomo così apprezzato negli ambienti cortigiani aveva una passione che doveva rimanere segreta per preservare la propria rispettabile reputazione: scrivere fiabe. Così, verso la fine della sua vita, nacque Lo cunto de li cunti, overo lo trattenemiento de peccerille, (cioè “Il racconto dei racconti, ovvero l’intrattenimento dei bambini”) – anche conosciuto come Pentamerone – scritto, appunto, sotto lo pseudonimo di Gian Alesio Abbattutis.

Il Cunto è un’opera incredibile; non a caso, Benedetto Croce lo definisce «il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari», nonché «il più bel libro italiano barocco». Ciò nonostante, il Cunto è anche un libro complesso per svariati motivi: innanzitutto, non esiste un autografo di Basile; inoltre, le edizioni a stampa sono state pubblicate postume, curate dalla sorella Adriana; infine, la questione linguistica è tutt’altro che banale, trattandosi di un libro scritto in una versione “barocca” del dialetto napoletano, totalmente lontana sia dalla parlata popolare sia dalle altre attestazioni scritte che possediamo di quel periodo. Affrontare lo studio del Cunto è dunque tanto interessante quanto complicato; leggere l’opera senza traduzione risulta pressoché impossibile, persino per i dialettofoni. Fortunatamente, proprio grazie a Croce, l’interesse verso il Cunto è aumentato esponenzialmente nel ‘900 e oggi possediamo diverse edizioni critiche valide (come quella di Michele Rak, Carolina Stromboli o Ruggero Guarini) che ci permettono di apprezzare a pieno questo capolavoro, unico nel suo genere.

Erano fiabe per bambini?

Il sottotitolo dell’opera non deve fuorviare: il Cunto non è di certo destinato a bambini, ma a uomini letterati, colti e cortigiani.

Non solo la lingua proposta da Basile è decisamente articolata e barocca, ma spesso è anche senza censure. Per esempio, non mancano elementi di turpiloquio come squarciamafaro (letteralmente “rompi culo”, poiché il mafaro in napoletano indica proprio l’ano), guallera (che indica volgarmente l’ernia inguinale) o pisciaturo (testualmente “pitale” o “orinatoio”, anche se entrambe le traduzioni non rendono la rozzezza del termine): in questo modo si aggiunge un’ulteriore problematica per i traduttori, i quali – purtroppo – spesso tendono a semplificare e depotenziare i disfemismi.

La cornice dell’opera: Zoza, Tadeo, Lucia e le dieci novellatrici

Anche a livello tematico dominano il sesso, la volgarità e la violenza, come possiamo notare fin dalla cornice dell’opera, ossia la storia che lega tutte le altre fiabe (similmente a quanto accade nel Decameron di Boccaccio).

La protagonista è Zoza, una principessa che non ha mai riso nella sua vita, fino a quando vede dalla finestra una vecchia che alza la gonna e mostra i propri genitali a un giovane che l’ha ingannata. Maledetta dalla vecchia, Zoza è costretta a viaggiare e raggiungere la tomba del principe Tadeo, che lì giace come un morto a causa di un sortilegio (insomma, è un “bello addormentato”). Zoza sta quasi per svegliarlo ma, vinta dalla stanchezza, viene beffata da Lucia, sua schiava, che prende i meriti destinati a Zoza e sposa così Tadeo, rimanendone incinta.

Zoza, grazie ad alcuni aiuti magici, fa nascere in Lucia una grande voglia di ascoltare fiabe: è l’inizio della sua vendetta. Dieci novellatrici raccontano ciascuna una fiaba al giorno per cinque giorni (per un totale di 50 fiabe), inserendo in esse chiari rimandi alla storia di Zoza. La cinquantesima fiaba viene raccontata proprio da Zoza, che smaschera Lucia e diventa finalmente regina insieme a Tadeo. La fine di Lucia e del bambino che ha in grembo è crudele e punitiva.

Alcune fiabe… come Cenerentola!

Le fiabe che Basile propone non abbandonano né il tono né le tematiche della cornice. La vecchia scorticata, per esempio, porta a eccessi tragici il desiderio (o meglio, l’ossessione) di bellezza e giovinezza: la protagonista, una donna vecchia e rugosa invidiosa della sorella, tornata giovane grazie a un incantesimo, si fa squarciare letteralmente le carni da un barbiere poiché convinta che in questo modo le sarebbe nata una pelle “nuova”, più liscia e chiara.

Nella fiaba posta in apertura dell’opera (Lo cunto dell’uerco), il giovane Antonio perde i ricchi doni che gli sono stati offerti dall’orco per cui lavora (un asino che evacua oro e un tovagliolo dal quale nascono prelibatezze di ogni sorta), finendo per essere picchiato selvaggiamente dalla creatura con un bastone magico; in questo modo, Antonio impara a non farsi più beffare e riserva quella stessa violenza al ladro che gli ha sottratto i beni, riottenendoli.

Come se non bastasse, dovete certamente dimenticare la dolce Cenerentola a cui la Disney ci ha abituati! La Cenerentola di Basile è Zezolla, una bambina che, in combutta con la propria maestra, commette un assassinio, uccidendo la donna con cui il ricco padre vedovo si era risposato. È la maestra a beneficiare della situazione, sposandosi con il padre della bambina e diventando sua matrigna. Zezolla pagherà a caro prezzo la propria colpa, venendo tradita dalla nuova matrigna, che la emargina e la esclude dalla famiglia, trattandola come una serva e privandola persino del proprio nome (verrà chiamata da tutti “la gatta Cenerentola”). Per fortuna, dopo una serie di vicissitudini e aiuti magici, Zezolla riuscirà a riacquisire la propria identità e posizione sociale: ormai più che adolescente, si presenterà segretamente al ballo organizzato dal principe del regno, dove perderà la propria scarpetta e… di certo, il resto della storia, lo conoscete già!

Insomma, il Cunto sicuramente non è adatto ai bambini, ma è una pietra miliare per chiunque sia appassionato non solo di letteratura, ma anche di linguistica e filologia. È il bacino dal quale tutti gli scrittori successivi hanno attinto per le fiabe che, ancora oggi, i bambini leggono con amore.

Fonti

Giambattista Basile, Lo cunto de li cunti, a cura di Michele Rak, Milano, Garzanti, 2013.

Raffaele Vitolo, Come lavorava Croce? Le edizioni del Cunto de li cunti
tra prassi editoriale e convinzioni filologiche, in Verdino Stefano (a cura di), Benedetto Croce scrittore, Nuova Corrente, 2024.

Raffaele Vitolo, “Squarciamàfaro”, “pisciaturo”, “guallera”: sondaggi sulle censure nella traduzione crociana del Cunto de li cunti, in Boccardo Giovanni Battista, Rossi Luca Carlo (a cura di), Censura e autocensura tra Otto e Novecento, Autografo, 2024.

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