Schermi in rivolta: la protesta nel cinema

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In seguito alle manifestazioni, alle proteste e alle rivolte che hanno affollato la scena mondiale negli ultimi mesi — in particolar modo in Francia, Albania, Italia, Portogallo, Spagna, Germania e Serbia —, è necessario soffermare lo sguardo anche sulle realizzazioni cinematografiche intorno a questo tema. Ma perché sarebbe così fondamentale?

Un gran numero di film ha affrontato il tema dei moti popolari, raffigurando sullo schermo le ribellioni, gli scontri con le autorità, gli scioperi. In altre parole, il popolo vivo, la collettività che si riunisce per non indietreggiare di fronte alle negligenze governative. D’altronde, oggi sembrano essere tornate pervicacemente in auge quelle stesse lotte che si sono combattute nel secolo scorso, collimandosi in un vortice magmatico che prevede: malcontento giovanile, inefficienze nei sistemi scolastico e sanitario, manifestazioni contro il riarmo e contro il carovita, esortazioni alla fine del genocidio palestinese, rivendicazione del diritto alla casa, mobilitazioni ambientaliste, tutela dei diritti dei lavoratori, proteste contro il rincaro della benzina, istanze a favore dei diritti delle minoranze.

Incontrare per la prima volta i seguenti film significa scontrarsi con la realtà della parola, del gesto, del luogo di protesta: donne e uomini che insorgono e si riuniscono in piazza, nelle fabbriche, nelle università, per reclamare i propri diritti e l’inefficienza degli apparati statali. Scoprire queste opere potrebbe portare al rinnovo di quel sentimento che ciascuno di noi, in forme diverse, coadiuva da tempo, ma che, forse, non ha mai avuto il coraggio di affrontare. La visione di queste pellicole sarebbe capace di far emergere o di rinforzare lo spirito critico, di dare il via alla messa in discussione dello status quo, per riaccendere negli individui l’esigenza di rivedersi in una collettività con attitudine cooperativa. Poiché, in una società sempre più precaria, corrotta, ipocrita, disuguale e disumana come la nostra, a essere trascurata è la percezione dell’altro, la coscienza dell’incarnazione nell’estraneo. Questi film sostengono la complessità dei nostri sguardi, dal momento che — come ha individuato Jacques Rancière — lo spettatore è emancipato, attivo e capace di progettare nuove realtà durante l’incontro con l’immagine filmica.

I compagni (1963) di Mario Monicelli

Torino, ultimi anni dell’Ottocento. Un incidente all’interno di una fabbrica tessile porta alla luce le condizioni disumane in cui sono costretti a lavorare gli operai. Da questa tragedia prende avvio una rivendicazione condotta dal professor Sinigaglia.

Una semplice richiesta: la riduzione dell’orario di lavoro, di fronte alla quale la direzione risponde con indifferenza e facendosi beffe degli operai, mentre anche gli stessi impiegati — che occupano una posizione appena superiore nella gerarchia aziendale, —finiscono per difendere la “normalità” delle condizioni di lavoro, presentandole come un qualcosa di naturale e inevitabile. Il sistema produttivo è ormai riuscito a normalizzare lo sfruttamento.

In questo caso, la protesta non nasce già organizzata, ma prende forma attraverso discussioni, assemblee, tentativi falliti e scontri interni alla stessa classe operaia. La necessità di sottrarre tempo alla fatica quotidiana si trasforma progressivamente nella consapevolezza di poter rivendicare collettivamente i propri diritti. Qui emerge la figura del professor Sinigaglia (Marcello Mastroianni), un militante socialista che gramscianamente contribuisce a organizzare i lavoratori, offrendo loro strumenti politici e sindacali per comprendere la propria condizione.
Nasce un movimento operaio non idealizzato, nel quale la solidarietà si scontra con la paura di perdere il posto, con le necessità economiche delle famiglie e con le opposizioni tra gli stessi lavoratori. Significativo è il conflitto tra gli operai torinesi in sciopero e quelli provenienti da Saluzzo, disposti a sostituirli lavorando più a lungo e per una paga inferiore. Il padrone sfrutta in questo caso il clima di tensione fra la due fazioni (il povero contro il povero) per indebolire la protesta, dimostrando come la concorrenza tra lavoratori possa diventare uno strumento di conservazione del potere. La precarietà materiale e il timore della disoccupazione finiscono così per contrapporre persone che condividono, in realtà, la medesima condizione di sfruttamento.

È proprio in questa contraddizione che I compagni rivela la sua attualità: la conquista dei diritti richiede di superare l’isolamento e costruire una solidarietà capace di resistere alle pressioni economiche. La fabbrica diventa il luogo in cui si manifestano i rapporti di potere, ma anche la culla per la nascita di una coscienza collettiva. Attraverso il dramma e l’ironia, Monicelli evidenzia come lo sciopero sia un atto di disobbedienza che mette in discussione l’ordine sociale. Anche nella sconfitta, la protesta apre una possibilità di trasformazione: le difficoltà individuali diventano un problema politico condiviso.

Z – L’orgia del potere (1969) di Costa-Gavras

In un Paese governato da una giunta militare, un deputato pacifista viene assassinato durante un comizio. Un magistrato indaga sul caso, portando alla luce un complotto in cui sono coinvolti militari, polizia e potere politico.

Le immagini dirette da Costa-Gavras restituiscono il fermento insorto alla luce dell’assassinio del deputato socialista Gregoris Lambrakis nel 1963, seguito dal golpe del 1967 da parte dell’esercito. Tuttavia, la scelta di ambientare il film in un generico luogo mediterraneo, di cui non conosciamo il nome, giustifica una certa universalizzazione degli eventi. Il film è eminentemente archetipico, a partire dai personaggi: il colonnello, il magistrato, il deputato, la folla, i fascisti. È proprio questo meccanismo a innescare l’idea di uno stato di polizia che, se da un lato blocca e attacca i manifestanti pacifisti, dall’altro chiude un occhio quando i fascisti agiscono indisturbati, protetti da una rete di complicità e connivenze che attraversa le istituzioni.

La violenza non si manifesta soltanto nell’aggressione fisica, ma anche nella manipolazione delle prove, nell’intimidazione dei testimoni e nel tentativo di insabbiare la verità. In questo senso, l’indagine del magistrato diventa il tentativo di opporsi a un sistema che ha trasformato la giustizia in uno strumento del potere. Costa-Gavras costruisce così un thriller politico dal ritmo serrato, in cui la tensione della ricostruzione giudiziaria si intreccia con la dimensione collettiva della protesta. Il titolo stesso, Z, che in greco richiama l’espressione “è vivo”, assume qui il valore di un gesto di resistenza: la memoria del deputato sopravvive al tentativo di cancellarne la voce.

Paris est une fête – Un film en 18 vagues (2017) di Sylvain George

Parigi, 2015-2016. Lungo le strade si vive il clima di tensione dovuto agli atti terroristici, il movimento di occupazione “Nuit Debout” e le grandi manifestazioni contro la riforma del lavoro francese (Loi Travail), mentre gli emarginati tentano di sopravvivere ad uno stato di indigenza.

In mezzo a un campo di tristi girasoli un uomo nudo giace per terra. Il contrasto spettrale del bianco e nero permea un cinema-documentario militante, che non può più tollerare il percettibile. Paris est un fête è la radiografia, intrisa di sperimentalismo, di un’Europa in crisi, in cui la classe dirigente, sempre più distante dai problemi reali, si rivela incapace di mantenere le promesse fatte al popolo. 18 vagues, sono le ondate sismiche di chi ha deciso di resistere a questo sistema perverso: c’è chi rivendica il diritto al lavoro, chi condizioni di vita migliori, chi i diritti dei rifugiati e chi denuncia la repressione messa in atto dalle forze dell’ordine.

Attraverso il racconto di Mohamed — rifugiato proveniente dalla Guinea —, che riporta la sua terribile esperienza, la pellicola si dispiega. Dopo aver perso i genitori, il ragazzo ha intrapreso la traversata, assistendo al “sacrificio” di un uomo scaraventato in mare dai contrabbandieri per risparmiare sul carburante. Questo aspetto funebre rimane un leitmotiv per tutto il film, rinnovandosi in modo evidente nel confronto tra la commemorazione delle vittime con, da un parte, il memoriale dimenticato di Zyed Benna e Bouna Traoré, morti per elettrocuzione nel tentativo di scappare dalla polizia; dall’altra, la corone di fiori e le candele in onore degli scomparsi in seguito agli attentati terroristici.

Si delinea così un paesaggio inquietante, frammentato: un luna-park angosciante, dove la strada diventa spazio di sopravvivenza, ma anche luogo di incontro e di protesta. La durezza delle immagini, che passa anche per oggetti abbandonati, periferie isolate e corpi esposti alla violenza, restituisce una città in cui la marginalità non è un eccezione, ma il prodotto stesso di un sistema che decide quali vite meritino di essere protette e quali invece possano essere trascurate.

Eppure, nel quadro di questo paesaggio di desolazione, la protesta rappresenta una possibilità di rottura. Occupare le strade, prendere parola, rendere noti i corpi e le storie degli esclusi significa sottrarli all’invisibilità imposta dal potere. Paris est une fête non offre soluzioni né promette una redenzione: costruisce piuttosto uno spazio di resistenza attraverso il cinema stesso, trasformando l’immagine in testimonianza e la testimonianza in un gesto politico. Perché, in una città che sembra aver dimenticato una parte dei propri abitanti, filmare significa restituire loro il diritto di apparire, di essere ascoltati e, soprattutto, di esistere.

Marco Novello

Film citati:
I compagni (1963) di Mario Monicelli, disponibile su Raiplay
Z – L’orgia del potere (1969) di Costa-Gavras, disponibile su Youtube (https://youtu.be/mCIlCBVLL1s?si=sl2sOpUAtpnrktyR)
Paris est une fête – Un film en 18 vagues (2017) di Sylvain George, disponibile su VkVideo
(https://vkvideo.ru/video468215096_456239036)


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