Quando non ci sarà più posto all’inferno, i morti cammineranno sulla terra. — Zombi (Dawn of the Dead)
Nell’immaginario collettivo, gli zombie appaiono come creature pallide, stordite e lente nei movimenti, eppure capaci di enorme crudeltà, guidate dalla sete di sangue umano.
Se oggi abbiamo questa idea degli zombie, lo dobbiamo in gran parte a George A. Romero, regista americano che, alla fine degli anni Sessanta, riuscì a rivoluzionare profondamente un genere spesso sottovalutato: l’horror.
Con La notte dei morti viventi, Romero portò sugli schermi una novità: prendendo spunto dalla letteratura e dal cinema muto, creò qualcosa di maggior impatto, qualcosa che potesse accostare all’orrore (e allo splatter) una critica profonda dell’umanità e della società del tempo.
Dopo il successo di questo film, Romero finì per dirigerne, negli anni, altri cinque, tutti ambientati in un mondo in cui i morti viventi prendono in poco tempo il sopravvento. In particolare, i primi tre compongono una trilogia pressoché perfetta, capace di rappresentare l’ascesa degli zombie e la fine della civiltà, in un’escalation che attraversa la notte, l’alba e il giorno.
La notte dei morti viventi (Night of the Living Dead)
Il primo film si apre con un’apparente calma. Barbra e Johnny si recano al cimitero per lasciare dei fiori sulla tomba del padre. C’è un uomo, alto e zoppicante, ma i due non ci fanno caso. Appena prima di andare via, però, egli si avvicina e li attacca, uccidendo Johnny. Poi si volta verso Barbra: c’è qualcosa di strano in lui, qualcosa di disumano. La ragazza, di fronte a tale orrore, scappa.
È così che inizia l’epidemia dei morti viventi.
Barbra riesce a rifugiarsi in una villa abbandonata in mezzo alla campagna, dove poco dopo conosce Ben, un uomo agile e capace, che sembra sapere esattamente come comportarsi per proteggersi dall’attacco. Insieme scoprono che nella cantina si nascondono altre persone.
Nel corso della notte la villa diventa l’unico riparo dagli zombie, che circondano le mura della casa pronti ad attaccare chiunque si avvicini. Anche all’interno la situazione non è molto più rassicurante. I protagonisti vivono in uno stato di altissima tensione, litigano, si scontrano e sono incapaci di accordarsi su come sia meglio agire: si trovano di fronte a una realtà surreale, mai vissuta prima.
Tra scontri sempre più aggressivi, prima solo verbali e poi anche fisici, Romero non si limita a raccontare un’epidemia di zombie, ma mostra soprattutto la risposta degli uomini a una situazione del genere.
La sua attenzione per le reazioni umane e per le tensioni tra i protagonisti rivela come, anche davanti a una circostanza così tragica e devastante, gli uomini non siano capaci di abbandonare nemmeno per un istante i loro vizi peggiori: l’egoismo, l’orgoglio, la sete di potere.
Zombi (Dawn of the Dead)
Dawn of the Dead, tradotto in italiano con il semplice titolo di Zombi, è forse il capitolo più forte della trilogia di Romero. Quando i morti viventi superano la notte e rimangono oltre l’alba, l’umanità è in pericolo.
Siamo nel ’78 e Romero abbandona il bianco e nero e la relativa staticità del primo film per una dinamicità e un caos che emergono fin dal primo istante.
Con la collaborazione di Dario Argento e l’inimitabile colonna sonora dei Goblin, il film riesce a mantenere un ritmo incalzante e carico di tensione e, allo stesso tempo, a lasciare più spazio, rispetto al primo film, anche a una leggera comicità, seppur non duratura.
Nel tentativo di fuggire dall’orda di zombie, i quattro protagonisti di questo capitolo si rifugiano in un centro commerciale, luogo che più di tutti rappresenta la società del tempo. Romero sfrutta questo sfondo per commentare il consumismo eccessivo dell’America di quegli anni: nel vedere i morti viventi aggirarsi freneticamente, affamati più che mai, tra i negozi, è ovvia la critica che il regista vuole muovere.
Inoltre, se nel primo film c’era un unico vero protagonista, Ben, il quale agiva circondato da personaggi che seguivano la sua iniziativa, questa volta ci troviamo di fronte a un film corale, in cui ogni personaggio ha la possibilità di esprimersi e di mostrarsi nella sua interezza. È proprio questo elemento a far sì che Zombi superi la prima pellicola della trilogia.
Romero, poi, riprende il tema del lutto, già presente nel primo film, e la devastazione di fronte a una persona cara divenuta vittima della fame degli zombie e infine trasformata in una di loro. Questa volta, però, costruisce la metamorfosi con maggiore cura e attenzione, ottenendo una tragicità che colpisce nel profondo.
Il giorno degli zombi (Day of the Dead)
Il terzo capitolo della saga esce nel 1985.
La civiltà non esiste più. Le città sono abbandonate e non sembra esserci alcun segno di vita, a parte i suoni incomprensibili e il lento camminare dei morti viventi.
In mezzo a tutta questa distruzione, un gruppo di scienziati, segregato in un bunker sotterraneo, conduce esperimenti e ricerche per capire come placare la fame devastante degli zombie.
L’ambientazione, oscura e priva di luce naturale, crea una sensazione di soffocamento, accentuata dalla tensione nei rapporti tra gli scienziati e il gruppo di militari inviato ad aiutarli nella loro missione. Romero non esita a mostrare il corpo militare come un branco feroce, composto da uomini minacciosi e volgari, misogini e violenti, che rendono la situazione, già di per sé al limite della sopportazione, totalmente invivibile.
Sarah, la protagonista, si ritrova schiacciata tra due forze opposte: da una parte è vittima delle minacce dei militari, dall’altra non riesce ad approvare i comportamenti folli dello scienziato a capo della missione, il cosiddetto “Dottor Frankenstein”.
In generale, in Day of the Dead, più che nei film precedenti, Romero si diverte con lo splatter e il gore: c’è una violenza estrema, un’efferatezza che sembra giunta al suo massimo livello d’intensità, specchio di una civiltà arrivata al suo stato peggiore.
Non a caso il regista, parlando di questa pellicola, paragona la condizione all’interno del bunker a “una pentola a pressione con sopra (letteralmente) un coperchio”. La situazione, infatti, diventa talmente opprimente che alla fine, per scappare e tornare alla luce del sole, è preferibile affrontare i morti viventi piuttosto che i militari. Dopotutto, è più facile aspettarsi compassione dagli zombie che dagli uomini armati.
Anche di fronte a tanta disperazione e a orde di zombie affamati, è la sete di potere degli uomini, in una civiltà ormai al collasso, a rappresentare l’elemento più pericoloso per la vita umana.
Alessandra Dell’Oste
Fonti
Blackford James, “George A Romero: the Sight & Sound Interview”, Sight and Sound, 17 luglio 2017, ultima consultazione 24 ottobre 2026, link: https://www.bfi.org.uk/sight-and-sound/interviews/george-romero-sight-sound-interview



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