Se fare binge watching di serie TV rientra tra le vostre passioni, avete sicuramente sentito parlare di Richard Gadd. Stand up comedian, sceneggiatore e attore scozzese, Gadd ha conquistato il successo internazionale nel 2024 scrivendo e recitando nella miniserie Baby Reindeer, con la quale ha portato sul piccolo schermo una storia autobiografica di stalking, trauma psicologico e abusi.
Il suo primo prodotto seriale – vincitore di sei Emmy Awards nell’anno del debutto e subito diventato un cult – gli ha permesso di dimostrare un incredibile talento nel raccontare con il giusto peso e un briciolo di ironia non solo i lati più oscuri della psiche umana, ma anche le devastanti conseguenze della violenza psicologica e sessuale. In merito alle difficili tematiche affrontate da Baby Reindeer, Gadd ha dichiarato su Variety: «In TV c’è una certa esitazione nell’affrontare molti argomenti. Non solo quando si tratta di violenza sessuale, ma anche di qualsiasi tema che possa risultare emotivamente impegnativo per il pubblico. Eppure le persone vogliono essere messe alla prova. (…) L’autenticità è tutto ciò che serve per raggiungere il successo.»
Un’autenticità che non manca ad Half Man (“mezzo uomo”), nuova miniserie scritta e interpretata da Richard Gadd, distribuita quest’anno sulla piattaforma streaming HBO. Sebbene in questo caso l’autore non abbia preso direttamente ispirazione dalla propria esperienza, il racconto esplora alcuni temi a lui molto cari: si parla soprattutto di mascolinità tossica, ma anche di trauma intergenerazionale, genitorialità, repressione, omofobia interiorizzata e dipendenza relazionale.
Le prime scene si susseguono con ritmo serrato, trascinando fin da subito il pubblico nella spirale di angoscia e violenza esplosiva di cui è fatto il rapporto tra Ruben Pallister, interpretato da Gadd stesso, e Niall Kennedy, interpretato da Jamie Bell. I due sono “fratelli da un’altra madre”, poiché quando erano ancora bambini le rispettive madri hanno intrapreso una relazione trasformatasi poi in una convivenza, ma (almeno apparentemente) non potrebbero avere personalità più diverse: Ruben si impone come figura dominante, carica di fascino e carisma, ma anche di rabbia incontrollabile e traumi mai elaborati; d’altro canto, Niall è da sempre il bersaglio preferito dei bulli, incapace di esprimere i propri desideri e rinchiuso in una gabbia che si è costruito da solo.
La storia dei protagonisti inizia con la loro adolescenza alla fine degli anni ‘80 e copre un arco di quasi tre decadi, ma le dinamiche si ripetono in un circolo di codipendenza impossibile da spezzare e che li porta lentamente alla distruzione reciproca. Chi è la vittima? Chi è il carnefice? Inizialmente sembra fin troppo facile rispondere a queste domande, ma con l’avanzare degli episodi i contorni si fanno sempre più sfumati.
Il desiderio – pienamente realizzato – di Gadd era quello di “esplorare due versioni della mascolinità. Volevo aprire il racconto con un maschio alpha e il suo contrario, sia per il fisico che per la voce, e poi ho scavato sotto la superficie”.
Oltre alla centralità riservata a temi importanti, Half Man si regge sulle performance eccezionali degli attori protagonisti. Primo fra tutti, lo stesso Gadd, che si è trovato a recitare un personaggio incredibilmente distante da Donny di Baby Reindeer e che gli ha richiesto una radicale trasformazione fisica. Se quest’ultimo aveva un aspetto che doveva mettere in risalto tutta la sua vulnerabilità, il personaggio di Ruben incarna un’aggressività quasi animalesca, capace di incutere insicurezza e terrore con un solo sguardo. Così, Gadd ha intrapreso un percorso fatto di allenamenti ed esercizi vocali, che gli ha permesso di trasmettere con il corpo tutta la ferocia e la rabbia di un ragazzino vittimizzato a sua volta diventato aguzzino.
Non meno degna di nota risulta la performance di Jamie Bell, divenuto famoso in giovane età grazie al suo ruolo da protagonista nel film Billy Elliot. Al contrario del fratellastro, Niall indirizza la rabbia e il dolore verso sé stesso, ricorrendo a comportamenti autodistruttivi che giorno dopo giorno annientano un giovane dal futuro promettente, lasciando il posto a un uomo dall’esistenza vuota e insignificante. Un’anima oppressa, che pian piano si può leggere negli occhi dell’attore, sempre più simili a pozzi neri.
Concludendo, Half Man è una serie difficile da “digerire” ed è qui che risiede la sua forza. Ci mette di fronte alla violenza nelle sue forme più esplicite e più subdole, nessuno ne esce vincitore e forse nessuno, alla fine, suscita empatia. Ma è proprio questo il punto: spingerci a riflettere su quanto la costruzione di un’identità maschile basata sulla repressione di vulnerabilità e sentimenti possa distruggere alcune potenzialità e minacciare la costruzione di legami sani e fondati sulla condivisione reciproca.
Ilaria Vicentini




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