Lidia Poët e il problema dei finali frettolosi

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La legge di Lidia Poët, la fortunata serie targata Groenlandia e distribuita da Netflix, è finita.

La terza stagione è infatti la conclusiva e, per una volta, ciò non dipende da una cancellazione prematura, bensì (sembrerebbe) da una deliberata scelta artistica.

C’è da sperare sia così, visto che il provider americano non ha annunciato la chiusura in modo brusco, anzi, ha avvisato con largo anticipo. Il problema di questa scelta risiede nel com’è stata costruita l’ultima stagione e come si è arrivati al finale. Se di finale si può davvero parlare, come d’altronde si può dire di molte chiusure di serie degli ultimi anni.

Attenzione a proseguire, potrebbero esserci spoiler.

“Donna avvocato” in una foto umoristica del 1902, spesso confusa per foto di Lidia Poët.
Foto di Albert Bergeret via Rare Historical Photos
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A livello di mera grammatica cinematografica, il finale ha il dovere di chiudere tutte le sottotrame e di permettere allo spettatore di “lasciar andare” i personaggi verso la vita che avranno al di fuori della cornice della narrazione, a meno che non muoiano tutti (come nei drammi shakesperiani). In entrambi i casi, le loro vicende terminano e così la struttura del racconto viene portata a compimento.

La legge di Lidia Poët riesce in questo? Come molti altri finali di serie degli ultimi anni, si tende ad accelerare molto; basti pensare alle recentissime Stranger Things e The Boys, ma anche alla più datata How I Met Your Mother.

Pressate dall’esigenza di chiudere la storia, le case di produzione premono disperatamente il piede sull’acceleratore e il risultato raramente è soddisfacente.

Se nelle prime due stagioni sono le indagini a catturare l’interesse, mentre le vicende personali dei protagonisti restano in secondo piano, qui è il contrario: ogni caso in cui i fratelli Poët si trovano coinvolti è guidato, e così non si respira mai quel senso di mistero e di curiosità che era il cuore dell’attività di Lidia. Quest’ultima arriva a una capacità d’intuizione paragonabile a quella di Sherlock Holmes e tutti intorno a lei rimangono clamorosamente indietro, senza poterla mai aiutare. Il risultato è che il personaggio sembra più egoriferito e saccente che mai.

Il finale vero e proprio, però, è il vero punto debole: Lidia attraversa una specie di stargate in cui vede se stessa ricevere la toga nel 1920 e questo le dà la motivazione per andare avanti. Simbolico, certo, ma davvero troppo poco per giustificare il sipario che calerà sulla sua vita nei successivi trentatré anni. Sembra più un trailer che un finale. Se ci si voleva ispirare a Donnie Darko o Interstellar, si poteva far meglio.

Villa Barberis, nella serie la residenza storica della famiglia Poët.
Foto di qwesy qwesy via Wikimedia, licenza Creative Commons CC BY-SA 3.0.
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Il problema di questa terza stagione, come in tantissime altre produzioni recenti, non dipende dalla serie in sé: è la fretta, infatti, il vero ostacolo a uno sviluppo armonico della chiosa.

Va, tuttavia, spezzata una lancia a favore della serie con protagonista Matilda De Angelis: malgrado si vada spediti, lo si fa con gusto. Il motore principale di questa terza stagione è infatti il ricongiungimento tra Lidia e la sua migliore amica, Grazia Fontana (interpretata da Liliana Bottone), in fuga dal marito. Quando questi la raggiunge, lei per legittima difesa lo accoltella con un tagliacarte. Chi ne assumerà la difesa? Ovviamente Enrico Poët (Pier Luigi Pasino), fratello della protagonista.

Il processo diviene subito un caso per l’opinione pubblica, date le implicazioni politiche di un’eventuale sentenza favorevole a Grazia. La storia è pur sempre ambientata nel 1887.

A rendere più difficile la situazione, per Lidia, c’è il fatto che la pubblica accusa viene assunta dal suo fidanzato, Pierluigi Fourneau (Gianmarco Saurino). Lo svogliato e maschilista procuratore del Re Cantamessa (l’irresistibile Ninni Bruschetta, interprete di Duccio in Boris) e il presidente della Corte d’Assise Davanzati (Francesco Biscione) hanno tutto l’interesse perché Grazia riceva la pena di morte.

Gli autori sono stati bravi a imbastire una trama che coinvolgesse comunque lo spettatore, con dei risvolti interessanti nel dibattito contemporaneo.

Se al processo di Grazia Fontana si dà grande spazio, con alcuni momenti di cinema giudiziario davvero pregevoli, va detto che al resto è lasciato poco spazio. La liaison tra la Poët e Fourneau evapora per un motivo molto umano e, proprio per questo, realistico: lei è la difesa, lui il pubblico accusatore, sono l’una contro l’altro. Non può funzionare.

Ben più confusa è la vicenda di Jacopo Barberis (Eduardo Scarpetta), il quale sembra essersi rifatto una vita col soprano Consuelo Vega (Alejandra Meco, attrice veramente spagnola), ma al primo scambio di sguardi s’invaghisce di nuovo di Lidia.

Il loro rapporto non funziona mai davvero, è sempre tirato un po’ per i capelli e a nulla valgono le interpretazioni di Scarpetta e Meco. È un bluff per far tornare insieme la coppia storica ed è proprio questo a rendere questa sottotrama un po’ indigesta.

Ci sono poi i casi da risolvere di Lidia che, come detto, non lasciano mai davvero col fiato sospeso. Sono scritti bene, ma risolti in modo troppo sbrigativo, con prove che piombano letteralmente dal cielo o deduzioni di Lidia che rasentano la divinazione.

La facciata barocca di Palazzo Carignano, nella serie l’esterno del tribunale.
Foto di Rene Boulay via Wikimedia, licenza Creative Commons CC BY-SA 3.0.
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La legge di Lidia Poët, insomma, ha avuto il suo finale. Più un finale di stagione che di serie, a dirla tutta. Una serie che era partita tanto brillante e con una gran voglia di sovvertire gli schermi, però, si è ritrovata ad avere una conclusione decisamente sottotono rispetto al resto.

A livello tecnico, nulla da dire: il montaggio (di Vincenzo Soprano, Gianluca Scarpa, Pietro Morana e Marco Guelfi) funziona bene, la regia (di Letizia Lamartire, Jacopo Bonvicini e Pippo Mezzapesa) fa il suo lavoro, così come la fotografia (di Veronica Rosafio), i costumi (di Stefano Ciammitti) e le musiche (di Massimiliano Mechelli).

Le perplessità, semmai, riguardano la necessità di affastellare un gran numero di questioni personali dei personaggi in una sola stagione, togliendo giocoforza spazio all’aspetto più “professionale” della vita di Lidia Poët, ma paradossalmente anche allo sviluppo dei personaggi stessi e alla storia.

C’è una quantità di «’O dimo» borisiani davvero elevata. Si poteva fare diversamente? Probabilmente no. Forse è proprio quest’esigenza di chiudere tutto il più in fretta possibile che dovrebbe far riflettere sui tempi delle produzioni cinematografiche moderne, che si trovano sempre più a dover correre contro il tempo. Magari tutte queste sottotrame avrebbero giovato di una stagione in più, ma almeno – per una volta! – si sono fatte le cose al meglio delle possibilità.

Vincenzo Ferreri Mastrocinque

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