Dal 16 maggio all’11 ottobre 2026 il Parco Arte Vivente di Torino ospita la mostra Metamagico, una retrospettiva su Claudio Costa curata da Marco Scotini.
Claudio Costa
Claudio Costa (1942-1995) nasce in Albania da genitori italiani e vive la sua infanzia a Monleone di Cicagna, un paesino dell’entroterra ligure. Dopo essersi iscritto alla facoltà di architettura al Politecnico di Milano, insegue la propria passione per il disegno e la pittura fino a vincere, nel 1964, una borsa di studio indetta dal governo francese. Trasferitosi a Parigi, lavora nell’Atelier 17 di S.W. Hayter in Rue Daguerre, nel quartiere di Montparnasse, dove conosce Marcel Duchamp. Tornato in Italia, si stabilisce a Rapallo. Nella sua casa-studio soggiornano personalità come Jean-Christophe Ammann, Robert Filiou, Mario e Marisa Merz e Wolf Vostell.
Le opere realizzate a cavallo tra anni Sessanta e Settanta dimostrano un particolare distacco dalle modalità espressive concettuali. La materia diventa lo strumento centrale della sua produzione artistica. Nella serie di Tele acide o acidate Costa sfrutta le reazioni chimiche di alcuni materiali – come acido nitrico e percloruro di ferro – per alludere al valore simbolico e magico degli elementi. Negli stessi anni la sua ricerca si apre verso la paleontologia e l’antropologia culturale. L’artista sceglie materiali organici ed elementari per indagare le culture e la loro storia. Così, argilla, cera, elementi vegetali e resti animali diventano una maniera singolare per analizzare il concetto di memoria.
Metamagico
L’intento della mostra non è quello di ricostruire la lunga carriera di Costa che, anche se morto prematuramente, ha dato vita a una produzione artistica vasta ed eterogenea. L’esibizione si concentra proprio sugli anni Settanta, per dare una significativa testimonianza del periodo più fecondo dell’artista. Attraverso tre differenti sale vengono affrontate le tematiche principali della ricerca di Costa durante il decennio: il Museo dell’Uomo, il Museo dell’Antropologia Attiva e l’Antropologia riseppellita.
Nel percorso appare evidente come l’intenzione non è quella di mettere in risalto la singola opera. Si tratta, piuttosto, di amalgamare ognuna di esse nella composizione dell’intera sala. La quantità di oggetti e tecniche esposte costituisce un richiamo alla modalità espositiva del museo etnografico: l’utilizzo della fotografia archeologica, i reperti messi sotto teca, arnesi simili accostati in successione e un riferimento continuo alla cultura materiale. Soltanto insieme le opere possono fornire una narrazione articolata, raccontandoci un’unica storia, ideata da Costa.
Museo dell’Uomo
La sala del Museo dell’Uomo prende il nome dall’omonima opera (1971-1973) in cui l’artista pone, all’interno di un antico mobile da droghiere, 12 calchi di teste in successione da quella di una scimmia a quella di Costa stesso. Negli scompartimenti sottostanti vengono posizionate ricostruzioni di mani, piedi, utensili e miti, ovvero oggetti semplici ma fortemente evocativi come terra e acqua in ciotole di terracotta, un teschio, delle uova o un rudimentale pendolo.
Anche se teorizzerà il concetto solo successivamente, nel 1977, in un’intervista del 1983 l’artista afferma di aver sviluppato l’opera a partire da un’idea di “work in regress”, ovvero un:
lavoro concettuale in contrapposizione al ‘work in progress’ di Joyce. Il ‘work in regress’ come riproposta dell’origine, certo non come quella del ‘buon selvaggio’ di Rousseau, ma come ricerca antropologica […] è qualcosa che ci riporta al magico, al mito, al rito.
Il suo interesse muove verso le culture che sono rimaste fuori dalle tradizioni dominanti, conservando così caratteristiche vicine all’origine e un rapporto di connessione tra le cose, includendo aspetti magici e mitici che la società occidentale ha ormai dimenticato. Il “tornare indietro all’origine” di cui parla Costa si esprime sia nel suo interesse per il popolo dei Maori (Serie I modelli – La pelle incisa dei Maori, 1974; Simboli antropologici, 1974), sia nella ricostruzione-invenzione delle vite di una donna lombarda e di un uomo genovese vissuti nell’Ottocento, a partire dal ritrovamento casuale di alcuni oggetti (Ritratti a memoria, 1972).

Museo dell’Antropologia Attiva
Le sue indagini, quindi, riguardano in modo trasversale tutte quelle comunità considerate lontane dal concetto di modernità. A un processo di evoluzione regressivo, che attribuisce alla società di massa, Costa contrappone un processo di “involuzione”, ovvero un ritorno/rimando all’origine proposto come motore per un futuro diverso. Nel 1975 fonda il Museo dell’Antropologia Attiva a Monteghirfo, un paesino sull’Appennino ligure dove l’artista si stabilisce come una figura ibrida, a metà tra antropologo e sciamano.
Questa sezione della mostra si concentra intorno alla proiezione del video Monteghirfo – 4 ottobre 1975, in cui l’artista presenta la casa sede ufficiale del museo e, insieme alla comunità locale, mette in atto un rito condiviso che rievoca l’esecuzione per stregoneria di Franca Morello avvenuta nel borgo nel 1581.
L’accento viene posto sulla dimensione oggettuale. Gli utensili che fanno parte della comunità vengono fotografati e riprodotti con diverse tecniche: creta, cera, terracotta, rame (Indagine su un oggetto del Museo di Monteghirfo, 1976; Indagine su un oggetto, 1978-1981). Costa attua una reiterazione dell’oggetto per imprimerlo nella memoria collettiva. Similmente alla cultura orale, la cultura materiale ha la necessità di essere tramandata attraverso il passaggio continuo della conoscenza.
Antropologia riseppellita
Nel 1977 Costa viene invitato a partecipare alla grande mostra d’arte Documenta 6 nella sezione Le Belle Scienze, ovvero l’Archeologia dell’Umano, in cui presenta Riseppellimento di culture dimenticate e periferiche (successivamente chiamata dall’artista Antropologia riseppellita). L’allestimento prevedeva sei grandi casse di legno (110 x 180 cm) posizionate al centro della sala, quasi come scavi archeologici in corso, e vari assemblaggi alle pareti. In un procedimento contrario a quello dell’archeologo, invece di trovare ed estrarre gli oggetti, Costa riseppellisce nelle casse arnesi legati all’agricoltura, sia di migliaia di anni fa che a lui contemporanei, per riconsegnarli a una storia più grande di noi.
[…] gli oggetti del passato remoto erano accomunati a quelli del presente e tutti risultavano simili, perché erano affondati in una mota alluvionale: l’antropologia riparte dalla terra.
(Arte e antropologia in Italia negli anni Settanta, p. 71)


La corrispettiva sala della mostra al PAV presenta due delle storiche casse (Riseppellimento di mandibola e scure magdaleniana, 1976; Gli uccelli maestri dell’agricoltore, 1977), mentre alle pareti espone opere relative agli anni tra ’77 e ’80. Oltre allo slittamento verso il tema della mitologia (Il cielo, guardando…, 1978; Metamagico, 1978), queste opere mostrano il passaggio verso il cosiddetto periodo alchemico della produzione dell’artista (1978-1986), come in Putrefactio + solutio Perfecta (1978), dove Costa utilizza alcune illustrazioni del celebre trattato di alchimia Pretiosissimum Donum Dei.

oggetti, matita su cartone in teca di legno, 80 × 115 × 4 cm, C+N Gallery CANEPANERI (Courtesy Parco Arte Vivente)
Angelo Susino
Fonti
Costa Marisol, Biografia, ultima consultazione: 25 maggio 2026, link: www.archivioclaudiocosta.com/
Eccher Danilo, (a cura di). Claudio Costa, Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale – C+N Canepari, 2023
Fontana Sara, Arte e antropologia in Italia negli anni Settanta, Milano, Postmedia Books, 2018
Ricaldone Sandro, Borderline, un modello fra parentesi. Intervista a Claudio Costa, ultima consultazione: 25 maggio 2026, link: www.ricaldone.org/costa.html
Solimano Sandra, (a cura di). Claudio Costa. L’ordine rovesciato delle cose, (Genova, Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce, 19 gennaio – 30 aprile 2000), Ginevra-Milano, Skira, 2000




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