Una vita per la legalità

Caselli1

Venerdì 15 aprile alle ore 21 si è tenuta, nella biblioteca Arduino di Moncalieri, la presentazione del libro Nient’altro che la verità dell’ex procuratore Gian Carlo Caselli.

Una vita, la sua, dedicata allo Stato italiano, alla difesa delle leggi, della legalità.
Il libro racconta, come ha osservato Maria Jose Fava, responsabile di Libera Piemonte, la storia di Caselli e, insieme, un pezzo della storia d’Italia.
Dagli anni dell’infanzia e della gioventù, ai terribili anni ’70 e ’80, quando Torino era il Palazzo d’Inverno delle Brigate Rosse e di Prima Linea.
Anni terribili, fatti di violenza di linguaggio e fisica, fino alle sue estreme degenerazioni, come gli omicidi.
Gli anni di Palermo, dal ’93 e per i sette anni successivi, il processo Andreotti, il peso e anche la solitudine di quel periodo, il senso del dovere che ha contraddistinto un uomo con la schiena dritta.

La presentazione si è aperta con l’intervento del sindaco Montagna e un breve excursus, rinforzato delle più ampie spiegazioni dell’assessore Guida, sui percorsi di legalità attivati dal Comune sul territorio moncalierese, nelle scuole, sulla scelta di sostenere lo scongelamento del presidio di Libera a Moncalieri, e sul prossimo passaggio in Giunta comunale sulla delibera per la nascita dell’Osservatorio di Legalità della città di Moncalieri.
L’ex Procuratore Caselli ha articolato il discorso partendo dalle domande di Maria Jose Fava, dell’assessore Guida e dei ragazzi del rinascente presidio.
Sono stati evocati gli anni del terrorismo, gli anni di Palermo, e la legge contra personam emanata alla vigilia di un Plenum del CSM per eleggere il nuovo Procuratore Nazionale Antimafia, legge contro la sua, di personam, che lo escluse da quel concorso alla vigilia dell’esito.

Gli è stato chiesto anche cosa pensasse dell’intervista al figlio di Totò Riina andata in onda a Porta a Porta negli ultimi giorni, e se concordasse per esempio con le dichiarazioni di Saviano. Come molti, Caselli ha espresso vergogna davanti a quella cosiddetta “intervista”, ma non si è detto nemmeno troppo sorpreso: la storia della trasmissione presenta altri casi di comportamenti discutibili, come per il processo ad Andreotti, a Contrada e Dell’Ultri. Dobbiamo ricordarci che lasciando spazio a certi soggetti, a certi comportamenti senza opporre i giusti contrappesi, rischiamo perdere la democrazia.

Anche il tema dell’omertà è stato affrontto, specie in seguito all’evoluzione delle indagini connesse alla mafia effettuate qui in Piemonte, a Torino. Minotauro è stato la perdita dell’innocenza (8 giugno 2011, 150 arresti sequestri e confisca di beni per milioni di euro), le successive Colpo di Coda, Albachiara, San Michele e ora Big Bang hanno riportato tutte un dato decisamente allarmante: in Piemonte si denuncia meno che nel sud Italia.
Il radicamento si protrae, più o meno silenziosamente, da decenni ed è tale che anche il senso di omertà è sedimentato.
Dobbiamo ricordarci che proprio il silenzio è ciò che ha permesso alla ‘ndrangheta, e a cosa nostra prima di lei, di infiltrarsi ed infettare i territori, dobbiamo unirci, esserci di supporto anche e specialmente con iniziative di tipo associazionistico come Addiopizzo a Palermo, comunità che si uniscono. L’antimafia culturale e sociale di cui parlava il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a Giorgio Bocca nell’intervista dell’agosto 1982.
Non può essere solo il singolo cittadino, ma devono essere l’intera cittadinanza, le istituzioni, le amministrazioni ad unirsi.

Un’altra domanda verteva sulle somiglianze e le differenze nella lotta alla mafia e nella lotta al terrorismo, due mondi totalmente opposti, divergenti, imparagonabili ad un primo sguardo; eppure vi sono dei punti di contatto.
In primis si tratta di crimine organizzato, quindi un certo tipo di struttura e funzionalità, se così si può dire; la lotta va divisa su tre fronti: il tecnico, il culturale e il fronte dei diritti.
Servono leggi, mezzi e risorse adeguate, sono fondamentali tanto la specializzazione di chi ci deve lavorare, quanto la centralizzazione dei dati.
Maggiore è la specializzazione di un membro delle forze dell’ordine che indaga sulle mafie, maggiore sarà la sua competenza, la sua conoscenza della materia e dei meccanismi, delle logiche. Lo stesso vale per la centralizzazione dei dati: tutti gli elementi riguardanti quella specifica materia devono essere completi e disponibili, così che si possa sempre vedere il tutto nel suo contesto.
Il fronte culturale è l’informarsi, è trattare il tema, tenere alta l’attenzione, eliminare i luoghi comuni e i pregiudizi, ma cercare di capire cosa realmente significhi. Sfatare dei miti: i mafiosi sono uomini d’onore e non uccidono donne e bambini, sono colossali menzogne! Le mafie hanno ucciso chiunque fosse funzionale o semplicemente si trovasse sulla linea di tiro. Sono stati uccisi molti bambini, uno sciolto nell’acido dopo una prigionia inumana di 18 mesi. È onore questo?
Infine il fronte dei diritti: dobbiamo ricordare a noi stessi che siamo anche il paese dell’antimafia, la reazione che la società civile ha avuto da dopo le stragi del ’92-’93 ha generato un effetto, è servito, ha cambiato le cose.
Il milione di firme raccolte da Libera nel 1996 ci ha portato alla legge 109/96 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati ai mafiosi.
Proseguendo sul tema delle similitudini tra terrorismo e mafie non potevamo non incontrare l’efferatezza dei loro crimini. Le BR hanno generato un nuovo termine: gambizzare, ovvero rendere storpio qualcuno sparando alle gambe. E questa efferatezza si manifesta , in entrambi i casi, verso le vittime trasversali, coloro che vengono colpiti, feriti, uccisi per punire qualcun altro. Spesso un collaboratore di giustizia. Un pentito.
È il caso di Roberto Peci, sequestrato dalle BR, ucciso con tanto di riprese dell’omicidio, per punire il fratello Patrizio, ex capo della colonna torinese delle BR.
È il caso di Santino di Matteo, collaboratore di giustizia, che cosa nostra ha voluto punire per il suo tradimento sequestrando e maltrattando il figlio di soli 13 anni per un anno e mezzo, per poi ucciderlo e scioglierlo nell’acido.

Nonostante la rilevanza del tema, le spiegazioni di Caselli sono state così sentite e chiare da non risultare una lezione di diritto molto complessa, ma uno spaccato su ambiti della nostra storia che sono ancora molto recenti e che ci influenzano ancora moltissimo.

L’ultima domanda verteva su cosa sia necessario per recidere il legame malsano e distruttivo tra politica e mafia, quella zona grigia che limita e sfinisce le nostre libertà di cittadini. Ciò che è essenziale è la responsabilità, non ci si può semplicemente astenere dall’agire, dall’informarsi, delegare non è la soluzione al problema collusioni mafia-politica. Inchieste come Minotauro hanno messo in luce il ruolo degli amministratori locali: due comuni sciolti per mafia, Leinì e Rivarolo Canavese, i sindaci di quei paesi coinvolti e condannati per reati connessi, e tutto il resto della politica che sembra cadere dalle nuvole.
150 arresti, a Torino, milioni di euro in beni sequestrati e nessuno si era mai accorto di niente.
Responsabilità, ci servono più esempi di responsabilità, dalla politica che deve decidersi a trovare una cura per questa tragica tendenza a scendere a patti con chi andrebbe sconfitto, a recidere il cordone che la lega a certi rapporti che non sono reato ma pongono il dubbio. Incontrare mafiosi non è reato, ma se devi rappresentare i cittadini, magari avvisali prima di prendere i voti. Bisogna essere onesti ed apparire onesti.

Cecilia Marangon

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