Orlando e l’odio

La strage di Orlando, Florida, è cronologicamente l’ultima testimonianza di violenza contro la comunità LGBT di cui siamo a conoscenza. Vi sono stati 50 morti e circa altrettanti feriti.
Mentre gli inquirenti USA investigano sui reali motivi e su come sia nata quest’esplosione di violenza, non possiamo non tenere conto delle vittime: 50 persone che non sono semplicemente persone, sono vittime di un odio cieco che ha fatto irruzione armato in un club e non ha esitato a sparare.

Mentre il mondo e i social media si sono affrettati in testimonianze di solidarietà ed affetto, bisogna fare i conti con i numeri e con noi stessi.
In Italia, dal 1987 al maggio di quest’anno ci sono stati 72 casi di omofobia, alcuni dei quali sfociati in omicidi. L’omofobia rientra a pieno titolo nella categoria degli hate crimes dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione Europea), ovvero quella tipologia di atti criminali dettati dall’odio verso qualcuno per la sua appartenenza ad una comunità diversa, solitamente minoritaria.
I 72 casi dal 1987 al maggio 2016 sembrano pochi, perché rappresentano segnalazioni su cui si è investigato. Solo nel 2014 sono stati segnalati 596 crimini d’odio, alcuni infondati, alcuni fondati sull’odio razziale e/o di religione e altri a sfondo omofobo.
Solo due anni fa l’Unione Europa fece un sondaggio in cui vennero coinvolte 93.000 persone maggiorenni LGBT di tutti i paesi dell’unione: la percezione della discriminazione e della mancanza di diritti, di non poter esser veramente se stessi, molto spesso per paura, fu – ed è – inaccettabilmente alta.
La paura nasce già a scuola, dove si verificano atti di bullismo di gravità tale da indurre alcuni giovani studenti a commettere suicidio piuttosto che sopportare o sperare che con una denuncia le cose si risolvano.
Queste esperienze di intolleranze, in una società che rifiuta la diversità, continuano al di fuori delle scuole, nel mondo del lavoro, nei diritti civili che non vengono riconosciuti.
Oltre il 70% degli intervistati del sondaggio afferma che in ambito scolare e/o universitario non si sente al sicuro a rendere pubblica la propria sessualità – dato che riguarda specialmente gli uomini, per i quali è spesso più difficile essere accettati.
E nel mondo del lavoro? Nonostante la consapevolezza di sé cresca con l’età e ci si senta più sicuri di ciò che si è, un gay e una lesbica su quattro preferiscono non rendere pubblica la propria sessualità sul lavoro; proporzione che sale a uno su tre se si parla di donne bisessuali e al 50% degli uomini bisessuali.
I dati peggiori, anche se ne siamo tutti altamente consapevoli, riguardano l’opinione sui politici nostrani in tema di diritti civili per gli LGBT: secondo il 91% degli intervistati i politici italiani sono i più omofobi d’Europa, ovvero quelli che utilizzano il linguaggio più osceno ed inadatto alle tematiche di parità dei diritti.
E noi? Noi italiani, europei, cittadini per bene dove siamo? Il 96% delle persone ritiene un’abitudine diffusa l’uso di battute offensive, come se non fossero un primo segno di discriminazione.
Possiamo consolarci pensando che una legge contro l’omofobia ci sia; infatti il DDL Scalfarotto del 2013 recita:

Chi è ritenuto colpevole di aver istigato o commesso atti di discriminazione basati sull’orientamento sessuale, nello specifico l’omofobia e la transfobia, rischia fino ad un anno e sei mesi di carcere (oltre alla detenzione sono previste multe fino a 6 mila euro). Ancora, il periodo di reclusione può andare da un minimo di sei mesi ad un massimo di quattro anni per chi “istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza” sulla base della discriminazione sessuale, così come lo stesso periodo di tempo è previsto per coloro i quali prendono attivamente parte ad associazioni, gruppi o movimenti che incitano la discriminazione o la violenza verso omosessuali o transgender.

Per quanto basse siano le pene e le conseguenze di chi istiga all’odio, c’è anche una piccola scappatoia:

non costituiscono discriminazione né istigazione alla discriminazione la libera espressione e manifestazione di convincimenti o di opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio o alla violenza.

Mentre in questi ultimi due mesi ci siamo costernati  e abbiamo pianto le cinquanta vite di Orlando, quando l’onda emozionale sarà finita e spariranno le immagini di solidarietà dai nostri profili, dovremo porci comunque una domanda: ma io sono omofobo?

Cecilia Marangon

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