Un delitto di mafia, un femminicidio: la storia di Lea Garofalo e il coraggio di Denise Cosco

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Il fardello delle proprie origini

Nascere in una famiglia ‘ndranghetista significa avere un destino già scritto, significa che qualcuno ha già scelto la strada che dovrai percorrere. In un contesto in cui vige il codice dell’omertà e un’assoluta sottomissione patriarcale, la libertà individuale non è contemplata, men che meno per una donna. Lea Garofalo nasce il 24 aprile 1974 a Petilia Policastro, vicino a Crotone, in Calabria. L’infanzia è segnata fin da subito dalla violenza delle faide locali: a soli 9 mesi dalla sua nascita, il padre viene ucciso in quella che è nota come “faida di Pagliarelle”, una guerra scatenatasi all’inizio degli anni ’70. Dopo la morte di Antonio Garofalo, il fratello Floriano prosegue gli affari di famiglia a Milano, fino a essere considerato il boss della famiglia nel maggio del 1996.

Il rifiuto radicale di Lea

All’età di sedici anni, Lea conosce Carlo Cosco, con il quale si trasferisce a Milano nel 1991 e ha una figlia, Denise. Carlo Cosco appartiene a sua volta a una famiglia ‘ndranghetista e Lea si trova nuovamente immersa in una quotidianità fatta di affari illeciti, traffico di stupefacenti e intimidazioni. Matura così l’idea di allontanarsi, per garantire alla figlia un’esistenza diversa, lontana dalle logiche mafiose, che regolano la sua vita. Da questo rifiuto, ha inizio la sua battaglia. In una pagina del suo diario scrive: “So solo che la mia vita è stata sempre niente, non glien’è mai fregato niente a nessuno di me, non ho mai avuto né affetto né amore da nessuno, sono nata nella sfortuna e ci morirò. Oggi però ho una speranza, una ragione per cui vivere e per andare avanti, questa ragione si chiama DENISE, ed è mia FIGLIA. Lei avrà da me tutto quello che io non ho mai avuto da nessuno”.

“Lea Garofalo”, Kayman2016, CC0, via Wikimedia Commons, 13 gennaio 2022, link: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Lea_Garofalo.jpg.

La testimonianza del 2002 e le difficoltà burocratiche

Nel 2002 Lea decide di diventare testimone di giustizia, denunciando dall’interno la struttura criminale della propria famiglia e del compagno. Da quel momento la sua vita diventa un bersaglio: le sue dichiarazioni svelano dinamiche interne e gli affari della cosca tra la Calabria e la Lombardia. Inizia così una parentesi drammatica: Lea e la figlia Denise sono costrette ad affrontare anni di spostamenti sotto scorta, isolamento sociale e ristrettezze economiche. Sebbene non abbia mai commesso reati, Lea non viene ritenuta una testimone di giustizia, bensì una collaboratrice pentita.

Il primo agguato e la lettera al Presidente

Nel 2009 Lea abbandona il programma di protezione e si stabilisce a Campobasso. Sebbene siano trascorsi degli anni, la famiglia Cosco è ancora sulle sue tracce e pronta a vendicarsi. Carlo Cosco incarica un suo uomo, Massimo Sabatino, di rapirla e ucciderla. Tuttavia, il piano fallisce.

Il 28 aprile 2009 Lea indirizza una lettera al Presidente della Repubblica, all’epoca Giorgio Napolitano. Nella lettera, Lea scrive:

Dopo numerose minacce psichiche, verbali e mentali di denunciare tutti, vengo ascoltata da un magistrato dopo un mese delle mie dichiarazioni in presenza di un maresciallo e di un legale assegnatomi: mi dissero che bisognava aspettare di trovare un magistrato che non fosse corrotto. […] Oggi e dopo tutti i precedenti, mi chiedo ancora come ho potuto, anche solo pensare che in Italia possa realmente esistere qualcosa di simile alla giustizia, soprattutto dopo precedenti disastrosi come quelli vissuti in prima persona dai miei familiari. Eppure, sarà che la storia si ripete che la genetica non cambia, ho ripetuto e sto ripetendo, passo dopo passo, quello che nella mia famiglia è già successo, e sa qual è la cosa peggiore? La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi spetta, dopo essere stata colpita negli interessi materiali e affettivi arriverà la morte!

La morte di Lea Garofalo e l’occultamento del corpo

Sette mesi dopo l’invio della lettera, Lea Garofalo viene rapita e uccisa a Milano il 24 novembre 2009, all’età di 35 anni. In quei giorni Lea avrebbe incontrato Carlo Cosco, con la scusa di voler parlare degli studi universitari della figlia Denise. Nel pomeriggio del 24 novembre, Cosco riesce a separare madre e figlia, conducendo Lea in un appartamento.

Dopo l’assassinio, Carlo Cosco ordina a cinque uomini di disfarsi del corpo di Lea. Quest’ultimo è fatto pezzi e bruciato per cancellare ogni traccia del delitto. La svolta sulle dinamiche dell’occultamento arriva grazie alla disposizione di Carmine Venturino, ex fidanzato della figlia Denise e complice del reato. Spinto dal pentimento, il ragazzo permette il parziale ritrovamento del corpo di Lea, fornendo informazioni fondamentali per localizzare i restanti frammenti della donna. Il funerale di Lea Garofalo si svolge a Milano il 19 ottobre 2013, in presenza del sindaco Giuliano Pisapia, dell’associazione “Libera” e di una folla immensa e inferocita.

La scelta di Denise: un’eredità che continua

Rimasta sola e minacciata dai responsabili della morte della madre, Denise Cosco – ancora diciassettenne – nel dolore, trova una forza straordinaria. Dopo aver troncato ogni legame familiare rimasto, Denise si schiera dalla parte della giustizia, come aveva fatto la madre, vivendo per questo sotto la protezione dello Stato. Le sue testimonianze rappresentarono il punto di svolta nel dibattito processuale, conducendo all’ergastolo il padre e gli esecutori dell’occultamento del corpo di Lea. La sua scelta non solo rende giustizia alla madre, ma dimostra un’eredità morale di ribellione trasmessa e portata a compimento.

La memoria pubblica

La storia di Lea Garofalo va oltre la cronaca giudiziaria, per farsi analisi di una vicenda culturale e politica. La sua figura rappresenta una spaccatura del codice e della struttura mafiosa, che ha sempre preteso dalle donne il ruolo di guardiane dell’omertà. La vicenda non appartiene solo alle dinamiche mafiose: l’assassinio di Lea è al tempo stesso un delitto di criminalità organizzata e un tragico femminicidio, nato dal rifiuto di una donna di piegarsi al dominio patriarcale.

Il drammatico epilogo e la memoria di Denise

L’eredità di ribellione di Denise Cosco si è conclusa tragicamente. Il 6 settembre 2026, all’età di 35 anni — la stessa che aveva la madre Lea quando fu assassinata — Denise si è tolta la vita, schiacciata dal peso di anni trascorsi nell’ombra, sotto protezione e lontana dagli affetti. La sua scomparsa lascia un segno profondo nella storia dell’antimafia sociale, ricordando l’isolamento sofferto da chi sceglie di testimoniare per la giustizia.

Stefania Salemi

Fonti

Dellapasqua E., È morta Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo: si è tolta la vita a 35 anni, 10 settembre 2026, ultima consultazione 11 settembre 2026, link: https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/26_settembre_10/e-morta-la-figlia-di-lea-garofalo-denise-cosco-si-e-tolta-la-vita-a-35-anni-6437afaf-015b-4ad1-9e0e-f3ad27757xlk_amp.shtml.

Libera, Lea Garofalo, Vivi libera, Sito della Memoria, ultima consultazione 28 agosto 2026, link: https://vivi.libera.it/storie-894-lea_garofalo.

Tota Anna Lisa, Storia di Lea Garofalo e sua figlia Denise. Generazioni di donne contro le mafie, in «CROSS – Rivista di Studi e Ricerche sulla Criminalità Organizzata», Vol. 3, N. 3, 2017, ultima consultazione 27 agosto 2026.

Venturini Giovanna, La storia di Lea Garofalo, la testimone di giustizia che si ribellò alla ‘ndrangheta, Fanpage, 30 giugno 2023, ultima consultazione 26 agosto 2026, link: https://www.fanpage.it/milano/la-storia-di-lea-garofalo-la-testimone-di-giustizia-che-si-ribello-alla-ndrangheta/.

Zaccagnini Edoardo, Il coraggio di Lea Garofalo, Città Nuova, 22 novembre 2019, ultima consultazione 28 agosto 2026, link: https://www.cittanuova.it/coraggio-lea-garofalo/.

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