Davide Grasso: combattente per la libertà in Siria

Davide Grasso, laureato all’Università di Torino, grande attivista Notav e da sempre politicamente impegnato, è tornato dopo essere partito come volontario al fianco dell’esercito curdo in Siria per combattere contro l’Isis.

Come ti sei interessato al conflitto siriano e perché sei partito?

Mi sono interessato alla Siria un po’ come tutti gli altri: a causa delle notizie che arrivavano da là, sopratutto riguardo alla formazione e all’avanzata dell’Isis e alla resistenza di Kobane, e per gli attentati in Europa fatti da questa organizzazione.
Quando l’esercito turco ha messo il coprifuoco sulla cittadina di Cizre, nel Kurdistan turco, ho deciso di andare a fare un reportage lì. Sono stato due settimane in quelle regioni e sono rimasto impressionato sia da quello che ho visto sia da quello che mi hanno raccontato i profughi dall’Iraq. Pochi giorni dopo c’è stato l’attacco al Bataclan a Parigi, che mi ha colpito nel profondo, facendomi pensare che sarebbe stato giusto contribuire alla resistenza contro l’Isis che veniva fatta nella Siria del nord.

Puoi spiegarci in breve la conformazione del conflitto in Siria?

In Siria nel 2011 c’è stata una rivolta popolare, che si è trasformata in una rivoluzione, per poi diventare una guerra civile tra il governo siriano, cioè il regime di Assad, e due diversi movimenti che lo combattono e che combattono anche tra loro. Il primo si può chiamare rivoluzione teocratica, ovvero il tentativo di instaurare uno Stato islamico in Siria. L’altro, a cui mi sono unito io, è la rivoluzione confederale, che ritiene che le regole della nuova Siria debba farle la popolazione attraverso le sue assemblee e i suoi consigli. Si colloca nella tradizione democratica sia pur in modo innovativo, nella forma di una confederazione di matrice comunistica, il Rojava, che occupa il nord della Siria e dell’Iraq.

Da qui cosa si può fare concretamente per aiutare chi sta là?

Si può donare, ma facendo molta attenzione. Se si dona a ONG che sono legate alle Nazioni Unite è verosimile che questi soldi per motivi burocratici vadano al regime, così come se si dona ai cosiddetti White Helmets, che i nostri mass media divinizzano nonostante la loro collaborazione con Al Qaeda.
Ci sono due associazioni affidabili in Italia a cui poter fare donazioni: La Staffetta Sanitaria di Roma e la Mezzaluna Rossa Curda di Livorno.
Poi si può fare pressione sul governo italiano perché smetta non soltanto di dare sostegno informativo e diplomatico alla Coalizione Nazionale Siriana, che rappresenta la rivoluzione teocratica (ciò che i nostri media chiamano impropriamente “ribelli” o “opposizione siriana”), ma anche di avere rapporti con i governi che attaccano la rivolta curda, Turchia e Arabia Saudita in particolare.
Un’altra via è andare là. Penso che se i giovani italiani iniziassero a viaggiare in Kurdistan, in Palestina, in Libano, anche soltanto per vedere in che condizioni vivono queste popolazioni, si inizierebbe a colmare almeno in parte il fosso sempre più profondo tra noi e loro, da cui potrebbero scaturire ulteriori conflitti in futuro.

Cosa pensi dell’informazione che viene fatta in Italia sul conflitto siriano?

Le più alte cariche del governo e dell’Onu dicono di voler combattere l’Isis, i nemici dell’umanità, ma poi indirettamente ostacolano i partigiani della rivoluzione confederale, lo YPG e lo YPJ, che combattono lo stato islamico. I giornalisti per difendere l’establishment non dicono che i ribelli appoggiati politicamente dal governo sono alleati di Al Qaeda, né che il governo italiano in politica estera non ha una sua strategia, ma si accoda alle decisioni di Stati più potenti, in questo caso gli Stati Uniti, i quali hanno come obiettivo quello di cercare di rovesciare tutti i governi ostili ai loro progetti economici. In Siria sono contro Assad perché alleato della Russia, e quindi non è sottoposto agli interessi statunitensi. Resta gravissimo il fatto che l’Italia appoggi un’insurrezione che instaurerebbe un regime ancora più brutale di quello di Assad, e che la stampa nazionale nasconda questo fatto, mentre non parla dell’embargo che colpisce il Rojava.

Ci vuoi parlare di quello che è successo la notte del 25 aprile nel nord della Siria?

La Turchia, il massimo sponsor della rivoluzione teocratica e il più grande nemico di quella confederale, ha bombardato per tutta la notte uno dei tre cantoni della Siria del nord e i monti Sinjar, dove vive la minoranza Ezida. L’attacco era rivolto a queste due realtà, che stanno sperimentando nuove forme di potere popolare contrariamente al volere di Erdogan.
Ci sono stati molti morti e questo potrebbe essere il preludio ad un’invasione del nord della Siria e dell’Iraq da parte della Turchia.

A seguito di quanto accaduto ci sono state ripercussioni politiche dall’Europa verso la Turchia?

Nessuna.

Per informarvi meglio, e di più, vi invitiamo a seguire i siti ARA News, ANF News, ANHA News e InfoAut.org. Trovate Davide Grasso su Facebook e potete seguirlo su quieteotempesta.blogspot.

Anna Contesso