Pride Month: quattro persone che hanno cambiato la storia

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Come ogni anno, nel mese di giugno si celebra il Pride Month, una ricorrenza internazionale nata per ricordare la battaglia per il riconoscimento dei diritti delle persone LGBTQ+. Il “mese arcobaleno” rappresenta inoltre un momento importante per diffondere conoscenza e consapevolezza sugli orientamenti sessuali e le identità di genere che si discostano dal sistema eteronormativo, nonché per mettere al centro la cultura e le storie queer (qui vi consigliamo cinque serie TV per il Pride Month).

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Quali sono, però, le radici storiche del Pride? In questo mese – tra campagne istituzionali e aziendali incentrate più sul marketing che su un genuino messaggio anti-discriminazione – spesso la storia relativa alla conquista dei diritti LGBTQ+ rimane in secondo piano, così come le persone che, con coraggio e determinazione, l’hanno costruita, gettando le basi dell’attivismo contemporaneo. Una lotta che continua ancora oggi, affinché la libertà di amare e di essere sé stessə non siano più un privilegio.

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Ecco dunque le storie di quattro persone della comunità LGBTQ+ che hanno sfidato regole ingiuste e contribuito a cambiarle, il cui ricordo merita di essere mantenuto vivo non soltanto in questo mese. 

Marsha P. Johnson (1945-1992)

Licenza immagine: CC BY-SA 4.0.
“Marsha P. Johnson Bust”, fotografato da Brandon English, scolpito da Jesse Pallotta.
Link: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=119566475

Nata in New Jersey nel 1945, Johnson rappresenta oggi un’icona intersezionale – in quanto nera e transgender – e il simbolo dei moti di Stonewall del 1969. 

Cresciuta in una famiglia conservatrice, Marsha iniziò a indossare abiti femminili all’età di cinque anni, ma, in seguito a diversi episodi di bullismo e a un’aggressione sessuale, per un periodo dovette rinunciare a esprimere la sua identità. Terminate le scuole superiori, si allontanò da quel contesto violento e si trasferì nel Greenwich Village di New York. Nella nuova città iniziò a lavorare come drag queen e cambiò legalmente il suo nome in Marsha P. Johnson: la “P” stava per “Pay It No Mind” (“Non pensarci”), una risposta pungente a coloro che le domandavano se fosse un uomo o una donna.

Ma veniamo alla rivolta di Stonewall: tra il 27 e il 28 giugno del 1969 la polizia di New York fece irruzione nell’omonimo bar, frequentato per lo più da omosessuali, per arrestare gli avventori con il pretesto degli “atti indecenti”. Non di rado i locali gay subivano violente retate, ma quella notte qualcosa cambiò: molte persone si opposero all’arresto, scontrandosi per cinque notti consecutive con la polizia. Secondo alcune ricostruzioni, Johnson fu una delle prime a ribellarsi, mentre lei dichiarò di aver preso parte alle proteste in un secondo momento.

Nel 1970 fondò l’organizzazione STAR (Street Transvestite Action Revolutionaries) insieme a Sylvia Rivera. Morì nel 1992, in circostanze mai chiarite: la polizia classificò il decesso come un suicidio, ma in molti sostennero che fosse stata uccisa.

Sylvia Rivera (1951-2002)

Licenza immagine: CC BY-SA 4.0.
“Sylvia Rivera in 1970”, autore: Roseleechs.
Link: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:STAR_Rally.jpg

Di origini portoricane e venezuelane, Sylvia Rivera nacque a New York, nel 1951. La sua infanzia fu segnata da eventi drammatici: fu abbandonata dal padre, mentre la madre morì suicida quando aveva soltanto tre anni. Da quel momento, venne affidata alla nonna, che però le vietò di esprimere sé stessa in quanto ragazza transgender. A soli undici anni decise quindi di scappare di casa, iniziando a vivere per strada tra povertà, violenze fisiche e sessuali e prostituzione. In quello stesso anno, però, incontrò anche una comunità di drag queen – tra cui la stessa Marsha P. Johnson – che le diede il nome di Sylvia e si prese cura di lei. 

A diciassette anni, Rivera partecipò in prima linea alle rivolte di Stonewall accanto a Johnson, che ormai considerava come una figura materna. Alcune fonti sostengono che sia stata la prima persona a lanciare una bottiglia contro i poliziotti che avevano fatto irruzione nel locale.
Dedicò poi il resto della vita all’attivismo a sostegno delle persone trans, nere e senzatetto, denunciando l’ipocrisia della stessa comunità gay, prevalentemente cisgender, bianca e borghese.

Trascorse gli ultimi anni continuando a lavorare come sex worker, vivendo in una condizione di disagio psico-fisico, culminato nell’abuso di sostanze e in svariati tentativi di suicidio. Morì nel 2002 per un cancro al fegato.

Harvey Milk (1930-1978)

Licenza immagine: CC BY-SA 3.0.
“Harvey Milk with Audrey Milk, 1973”, autore: un membro sconosciuto della famiglia.
Link: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5113141

Spostiamoci a San Francisco, nel 1977: in quell’anno Harvey Milk fu eletto consigliere comunale, suscitando scalpore e incredulità. Si trattava infatti del primo uomo apertamente gay ad assumere un incarico istituzionale, in un periodo e in un Paese in cui l’omosessualità era considerata una malattia da curare con farmaci illegali ed elettroshock. 

Milk era nato a New York nel 1930, da una famiglia di origine lituana. Dopo essersi arruolato durante la guerra di Corea ed essere stato congedato a causa del suo orientamento sessuale, cambiò diversi lavori e città, finché nel 1972 si trasferì stabilmente a San Francisco. A Castro Street, punto di riferimento per la comunità gay locale, sembrò trovare il suo posto nel mondo: lì aprì un negozio di fotografia, stringendo facilmente amicizia con i residenti grazie al suo carattere solare.

La prima candidatura a consigliere comunale arrivò nel 1973, ma l’elezione si fece attendere per quattro anni. Da quel momento, lavorò con grande impegno al fianco del sindaco George Moscone, promuovendo iniziative progressiste a sostegno della comunità LGBTQ+, ma anche degli adolescenti, delle madri lavoratrici e delle persone più povere. Le sue battaglie, tuttavia, purtroppo non furono sempre accolte con favore: in particolare, il collega Dan White iniziò a opporsi a tutte le sue iniziative. 

Fu proprio White, il 27 novembre 1978, a rivolgere una pistola contro Milk e Moscone, assassinando entrambi nel loro ufficio. Harvey Milk aveva quarantotto anni, tante idee e sogni da realizzare, ma anche un’eredità politica che continua a ispirare le nuove generazioni. 

Mariasilvia Spolato (1935-2018)

Licenza immagine: CC BY-SA 4.0.
“Portrait of Maria Silvia Spolato, the first Italian woman who publicly comes out as gay in 1972”, autore: Lorenzo Zambello.
Link: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Maria_Silvia_Spolato_3.jpg

Nonostante la storia del Pride Month sia legata al contesto statunitense, non bisogna dimenticare che anche in Italia, a partire dagli anni ‘70, la comunità LGBTQ+ iniziò a rivendicare con coraggio il diritto a un’esistenza libera dal pregiudizio.
Fra le pioniere del movimento omosessuale, è doveroso ricordare Mariasilvia Spolato, la prima donna a dichiararsi pubblicamente lesbica in un’Italia fondata su patriarcato e bigottismo.

Spolato nacque a Padova nel 1935 e nella stessa città conseguì la laurea in matematica. Si trasferì poi a Roma, dove trovò lavoro come insegnante in una scuola statale. Contemporaneamente, divenne attiva politicamente, fondando il Fronte di Liberazione Omosessuale (FLO) e la rivista Fuori!

Nel 1972, la sua vita cambiò per sempre. Partecipò infatti alla prima manifestazione italiana per l’8 marzo, reggendo un cartello con due parole che le costarono la perdita del posto di lavoro e l’allontanamento dalla famiglia: “Liberazione omosessuale”.
Nonostante le avversità, Mariasilvia non abbandonò mai l’impegno politico, prendendo anche parte alla “Stonewall italiana” del 1972. 

Per molti decenni, fu costretta a vivere senza fissa dimora, nell’indifferenza riservata a chi non si piega alle aspettative altrui. Negli ultimi anni fu accolta in una casa di riposo di Bolzano, dove si spense all’età di ottantadue anni

Ilaria Vicentini

Fonti

Biagini Elena, “La luminosa radicalità di Mariasilvia Spolato”, Il Manifesto, 11 novembre 2018, ultima consultazione: 5 giugno 2026, link: https://ilmanifesto.it/la-luminosa-radicalita-di-mariasilvia-spolato

Blakemore Erin, “Pride Month 2026: i moti di Stonewall e l’inizio del movimento LGBTQ+”, National Geographic Italia, 29 maggio 2026, ultima consultazione: 5 giugno 2026, link: https://www.nationalgeographic.it/pride-month-2026-i-moti-di-stonewall-e-l-inizio-del-movimento-lgbtq

“La storia di Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera: le madri della comunità LGBT+ a Stonewall”, ColorY*, ultima consultazione: 5 giugno 2026, link: https://colorycommunity.it/marsha-p-johnson-e-sylvia-rivera/

“Chi era Marsha P. Johnson”, Il Post, 30 giugno 2020, ultima consultazione: 5 giugno 2026, link: https://www.ilpost.it/2020/06/30/marsha-p-johnson/

“Storia di Harvey Milk”, Il Post, 27 novembre 2018, ultima consultazione: 5 giugno 2026, link: https://www.ilpost.it/2018/11/27/storia-di-harvey-milk/



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