Negli ultimi anni i social sono diventati veri e propri strumenti di consenso politico, modificando il rapporto tra i media tradizionali e i cittadini. Questo fenomeno ha condotto alla disintermediazione, alla personalizzazione della leadership e alla polarizzazione del discorso pubblico. Due esempi lampanti sono Donald Trump e Giorgia Meloni, che utilizzano i social network soprattutto per consolidare la propria immagine di leader vicini al popolo.
Due presidenti, due facce della stessa medaglia
Gli aspetti che accomunano le due figure politiche risiedono nella comunicazione senza intermediari — affidata principalmente a X (ex Twitter) e a Facebook — che costruisce un rapporto diretto e umano con i propri sostenitori. Si tratta di una strategia emotiva, basata su messaggi brevi e facili da ricondividere.
Da un lato, il Presidente americano si avvale dei social per lanciare messaggi provocatori o criticare i propri avversari. Basti pensare al tweet riferito a Kim Jong Un:
“Ho anche io un bottone nucleare, ma è più grande e potente del suo, e funziona!”
Un messaggio che è considerato, ancora oggi, il più irresponsabile della storia.
Dall’altro, come ammesso da lui stesso, il tweet diventa un mezzo performativo. Non serve tanto a informare quanto a generare visibilità, reazioni e copertura mediatica.
“It is better to live one day as a lion than 100 years as a sheep”
Celebre il tweet del 2016 in cui citò Benito Mussolini. Dunque, molti studiosi hanno affermato che i social media hanno trasferito il potere di agenda setting direttamente ai politici, permettendo loro di bypassare i media tradizionali attraverso una comunicazione immediata e fortemente personalizzata. Un’altra caratteristica chiave dei tweet di Donald Trump risiede nella capacità di mobilitare il pubblico. Durante la campagna del 2016, infatti, i suoi messaggi raggiungevano picchi di coinvolgimento così elevati da rappresentare, alcuni giorni, oltre il 90% dei contenuti virali legati alle elezioni.
Se da una parte Trump si presenta con tweet scritti di getto, invece quelli di Giorgia Meloni sono attentamente studiati, caratterizzati da slogan sintetici e un forte senso di identità personale. Un esempio, poi diventato virale, è la frase del celebre discorso:
“Sono una donna, sono una madre, sono cristiana”
Un’affermazione che riassume perfettamente lo stile comunicativo della leader italiana: breve, identitario e ad alto potenziale virale. Sul piano del linguaggio, una scelta significativa risiede nell’autodefinirsi “il Presidente del Consiglio”, sottolineando il valore simbolico e il potere implicito conferiti dall’uso dell’articolo maschile.
«Il presidente, la presidente: su questo abbiamo un’idea diversa. Io non ho mai considerato che la grandezza della libertà delle donne fosse potersi far chiamare capatrena. No, io ho pensato che fossero cose più concrete quelle sulle quali bisognava lavorare, per le quali bisognava battersi»
Con questa posizione la premier ribadisce come la declinazione al femminile sia una mera formalità per lei. Nel farlo, ricorre a una chiara provocazione, arrivando a coniare termini volutamente distorti come “capatrena” (invece del corretto “la capotreno”). Eppure, nel riferirsi a Ursula Von der Leyen, utilizza spesso la formula “la Presidente della Commissione europea”: questa è una scelta inconsapevole o una reale incoerenza?
La lingua non trasmette soltanto contenuti, ma condiziona anche le strutture di pensiero e i comportamenti sociali: nozioni che la premier conosce bene e gestisce con cura. Tra le sue strategie di comunicazione rientra il framing, una tecnica che consiste nell’inquadrare i fenomeni attraverso schemi mentali predefiniti. Questo permette al pubblico di interpretare la realtà secondo “valori pronti all’uso” e di dare una configurazione interpretativa standard con cui intendere i fenomeni e le vicende. Oggi, tuttavia, Giorgia Meloni ricorre sempre più spesso all’intimate politics: fornisce un’immagine di sé stessa come madre, figlia e sorella, intersecando la sfera politica e la vita privata per spingere l’elettore a empatizzare con il suo vissuto.
Diretti al pubblico
Il rapporto tra i due leader e i social media può essere interpretato tramite tre dimensioni principali. La prima è la disintermediazione: entrambi utilizzano i social per bypassare i media tradizionali e comunicare direttamente con il pubblico. Trump, ad esempio, ha spesso annunciato decisioni geopolitiche su X, mentre Meloni ha costruito gran parte della propria ascesa attraverso una presenza digitale costante e programmata. La seconda è l’emotivizzazione: i contenuti sono pubblicati per suscitare reazioni immediate — come orgoglio, indignazione e paura — a discapito di informazioni complesse; un modello comunicativo strutturalmente facilitato dalla brevità dei tweet. La terza è la polarizzazione: gli algoritmi delle piattaforme tendono a premiare i contenuti divisivi. Se da una parte Trump utilizza Twitter per attaccare gli oppositori e i media, dall’altra la Meloni costruisce frequentemente una narrazione identitaria basata sull’opposizione tra “noi” e “loro”.
I due leader dimostrano come i social non siano più meri strumenti di comunicazione, ma veri e propri ambienti nei quali si costruiscono leadership, identità e consenso. In questo contesto, i tweet rappresentano la forma più pura di tale trasformazione: messaggi brevi, simbolici e progettati per circolare rapidamente, capaci di influenzare il dibattito pubblico su scala globale.
Serena Spirlì
Fonti
Cammarota Antonella, Meo Milena, Populismo e questioni di genere. Rappresentazioni, politiche e movimenti, Milano, FrancoAngeli, 2021





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