Ogni gioco ha i suoi PEGI e difetti

Nelle poche occasioni in cui la stampa non specializzata tenta goffamente di parlare di videogiochi, l’argomento trattato è quasi sempre la violenza. Quante volte si legge sui giornali “scandalo del gioco X che istiga le giovani menti all’omicidio”? Persino quando ero piccolo e muovevo i miei primi passi nel magico mondo del gaming, i miei genitori si spaventavano sentendo in televisione notizie che riportavano di come il tale bambino si fosse lanciato dalla finestra credendo di essere “qualche Pokèmon tipo pikachu” (che poi non vola nemmeno, lo sanno anche i sassi, ma vabbè…).

Ma è vero che alcuni videogiochi istigano alla violenza? La risposta è che, per ora, non c’è ancora stato uno studio capace di provare con certezza che l’esposizione di giovani menti alle brutalità virtuali possano traviare i soggetti. E il fatto che generazioni di ragazzi siano cresciuti giocando di straforo a versioni piratate di DOOM e GTA (per citare solo quelli che i media si divertono ad additare più spesso) senza poi diventare dei criminali adoratori del demonio, non può fare altro che supportare la tesi che no, i videogiochi in linea di massima non istigano alla violenza. Ma siccome non è comunque salutare esporre indistintamente il pubblico di ogni età a qualsiasi tipo di contenuto videoludico (violenza, parolacce, contenuti sessualmente espliciti o impliciti, ecc), ecco che sono nati i sistemi di classificazione.

Se avete mai tenuto in mano la custodia di un gioco, avrete probabilmente notato un numerino in basso: 3, 7, 12, 16, 18, con alcune minime differenze in Portogallo. Ebbene, quello è il PEGI (pronunciato peghi, G occlusiva, per favore), acronimo di Pan European Game Information, vale a dire il sistema di classificazione dei videogiochi valido dal 2003 sul territorio europeo, in Israele e Sudafrica. La sua funzione è quella di informare riguardo al contenuto che potrebbe urtare la sensibilità del consumatore. Il gioco contiene violenza, sangue, linguaggio volgare e altre amenità simili? Il PEGI è lì per avvisarti. 

Pur essendo patrocinato dalla Commissione Europea come metodo di difesa dei diritti dei minori, il PEGI non è obbligatorio in tutto il territorio dell’UE. Anzi, in alcuni paesi, ad esempio la Germania, non è nemmeno riconosciuto come metodo di classificazione ufficiale. Questo perché le classificazioni non vengono controllate da un ente europeo centrale, ma dall’istituto olandese per la classificazione dei mezzi audiovisivi (NICAM) per le classificazioni 3 e 7 anni, mentre dal Video Standards Council per quelle relative ai 12, 16 e 18 anni.

Il PEGI quindi è su base volontaristica e la legge di quasi tutti i paesi non vincola i rivenditori a tenere conto della classificazione (anche se alcune catene di negozi la ritengono virtualmente obbligatoria), spostando l’onere del controllo su genitori e tutori, vale a dire su chi è davvero deputato allo sviluppo e all’educazione dei minori. Questo significa che se compri Hatred al tuo cuginetto di sette anni e poi ti scandalizzi se quest’ultimo ti chiede una Glock per Natale, ecco in quel caso forse è anche un po’ colpa tua.

Uomo avvisato…

Luca Negro

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