PARTE 1: L’UOMO SCALZO
Atene, 399 a.C. Un uomo scalzo attraversa l’agorà all’alba. I suoi piedi, sporchi di polvere e saggezza, si muovono con disinvoltura sulle pietre lisce, come se quel contatto diretto con la terra fosse parte integrante della sua filosofia di vita. Non porta rotoli di pergamena, non porta un logografo, non porta un discorso preparato. Porta solo se stesso — e sembra convinto che basti.
Quello che lo attende non è un semplice rito giudiziario. È un’arena politica. È il momento in cui la democrazia ateniese decide di usare la legge non per fare giustizia, ma per mettere a tacere chi disturba.
Duemilaquattrocento anni dopo, la scena si ripete. Solo che l’uomo indossa una t-shirt stropicciata, jeans consumati, scarpe da ginnastica fuori forma. E il tribunale non è di marmo, ma di cemento grigio, con telecamere e smartphone puntati addosso.
L’accusa perfetta
Per comprendere il processo a Socrate occorre immergersi nella logica giuridica della pólis, una logica che non separa mai nettamente il religioso dal politico, il privato dal pubblico, l’individuo dalla comunità.
L’accusa formale contro Socrate è quella di ἀσέβεια (asébeia): empietà, introduzione di nuove divinità, corruzione dei giovani. Un reato religioso, in apparenza. Già gli antichi, però, sospettavano che la religione fosse solo un pretesto. Senofonte, nei Memorabili, sottolinea come Socrate fosse inviso a molti per il suo modo di vivere e per la sua influenza sui giovani — alcuni dei quali, come Alcibiade e Crizia, erano figure profondamente compromesse con le crisi politiche di Atene.
Lo strumento processuale scelto è la γραφή (graphé), l’azione pubblica: non una δίκη (díke), cioè un processo per un torto privato, ma una denuncia a nome dell’intera comunità. Come ricorda il giurista Arnaldo Biscardi, qualunque cittadino poteva promuoverla, anche senza essere stato danneggiato personalmente. Era sufficiente ritenere che un comportamento avesse leso la pólis nel suo insieme.
L’asébeia era un reato perfetto per colpire Socrate: vago, elastico, capace di adattarsi a molte situazioni. Non richiedeva prove materiali, ma si fondava su percezioni, timori, interpretazioni. Come osserva Douglas MacDowell in The Law in Classical Athens, i reati religiosi nell’Atene classica erano considerati tra i più gravi proprio perché intesi come minaccia alla sicurezza collettiva. Offendere gli dèi significava rompere il patto che garantiva la prosperità della comunità — e in una città che portava ancora addosso le cicatrici della guerra del Peloponneso e dei colpi di stato oligarchici, un filosofo che insegnava a mettere in discussione tutto poteva essere percepito come una minaccia esistenziale.
La clessidra e i cinquecento
Quando Socrate prende posto davanti all’Eliea, il massimo tribunale popolare dell’antica Atene, il meccanismo processuale si mette in moto con tutta la sua imponenza democratica.
Cinquecento giurati, estratti a sorte tra i cittadini. Non giudici professionisti, non esperti di diritto: agricoltori, artigiani, veterani di guerra. La loro sentenza è sovrana e inappellabile. Non hanno l’obbligo di motivarla. Come ricordano Brickhouse e Smith in Socrates on Trial, la giuria ateniese decideva tutto — fatti, emozioni, simpatie, paure — in un unico voto segreto, espresso tramite dischetti cavi e pieni.
La clessidra ad acqua scorre sul tavolo, inesorabile. Socrate lo sa, eppure non si è portato un logografo, non ha preparato un’arringa studiata per commuovere. Si presenta scalzo davanti ai cinquecento come si presenta ogni mattina all’agorà: senza maschere. Gli Ateniesi erano abituati a imputati che portavano i figli in lacrime, che supplicavano, che si affidavano alla retorica professionale. Socrate, invece, sceglie di non armarsi. In un sistema giudiziario dove la persuasione è la chiave del successo, quella scelta appare quasi provocatoria — e forse lo è davvero.
La sua coerenza è disarmante, quasi irritante. Ed è proprio questa coerenza che lo rende pericoloso agli occhi della città.
La città ha già deciso
Socrate non è ancora stato condannato. La clessidra scorre, i cinquecento giurati ascoltano, la città osserva. Ma qualcosa, in quell’aula, è già deciso: non dalla legge, non dalle prove, non dalla retorica degli accusatori. È deciso dal clima: da quella sensazione diffusa, silenziosa e difficile da nominare che un uomo così non possa essere innocuo, che chi insegna a dubitare sia, in fondo, un pericolo.
Non importa che Socrate non abbia eserciti, né seguaci, né un piano. Non importa che le sue armi siano domande e che le sue battaglie si svolgano nell’agorà, tra una conversazione e l’altra. La città ferita — dalla guerra, dai tradimenti, dalle tirannidi — non cerca un colpevole preciso: cerca un simbolo su cui scaricare la propria paura. E Socrate, con i suoi piedi scalzi e la sua voce libera, è lì, perfettamente disponibile.
È una dinamica che conosciamo. Non perché abbiamo studiato il diritto attico, ma perché la riconosciamo — nella forma, nel ritmo, nella logica profonda. Il sospetto che precede il verdetto. La narrazione che si costruisce prima ancora che il processo cominci. La colpa che diventa pubblica prima di essere provata. Il processo che non accerta la verità, ma la produce.
Duemilaquattrocento anni separano l’Eliea di Atene da un Palazzo di Giustizia contemporaneo. Eppure la distanza, a guardarla bene, è molto più corta di quanto sembri.
Nel prossimo numero daremo un nome preciso a tutto questo. Si chiama lawfare — e ha radici molto più antiche di quanto si creda.
Sara Gadda
Fonti
Biscardi Arnaldo, Diritto greco antico, Milano, Giuffrè, 1982.
Brickhouse T.C. & Smith N.D., Socrates on Trial, Princeton, Princeton UP, 1989.
Kittrie O.F., Lawfare: Law as a Weapon of War, New York, Oxford UP, 2016.
MacDowell D.M., The Law in Classical Athens, Ithaca, Cornell UP, 1986.
Platone, Perseus Digital Library, Apologia di Socrate, ultima consultazione: 15/06/2026, link: https://www.perseus.tufts.edu/hopper/text.
Senofonte, Perseus Digital Library, Memorabilia, ultima consultazione: 15/06/2026, link: https://scaife.perseus.org/reader/urn:cts:greekLit:tlg0032.




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