Il sindaco di Città del Capo, in Sudafrica, ha annunciato la costruzione di un muro di 9 chilometri lungo l’autostrada che collega l’aeroporto al centro città. L’infrastruttura dovrebbe aumentare la sicurezza dei viaggiatori, dopo che vari episodi di criminalità hanno colpito gli automobilisti.
Ma l’impatto simbolico è immediato: una separazione fisica che rischia di ricalcare una frattura sociale già profondamente radicata. Infatti, il ponte andrà a esporre i residenti del distretto di Nyanga a una maggiore delinquenza, isolandoli e rimarcando il divario tra questa parte più povera della città e quella più ricca.
Quando si parla di muri politici, la sagoma che appare nell’immaginario collettivo è quella del muro di Berlino. Eretto per bloccare la fuga di cittadini verso la Germania Ovest, il muro ha assunto una valore rappresentativo in termini di quella che era la separazione politica, sociale ed economica tra il blocco occidentale e quello orientale. La sua caduta, nel 1989, non ha significato soltanto la riunificazione di una città e di uno Stato, ma anche un momento di forte portata simbolica: la fine di una divisione ideologica che aveva attraversato l’Europa. Il suo crollo, in concomitanza con la crescente rivoluzione digitale e la liberalizzazione dei mercati, sembrava aver aperto una fase storica nuova, segnata da maggiore apertura, integrazione e globalizzazione dei movimenti umani.
Poteva sembrare l’inizio di un’epoca diversa. Un mondo in cui i confini fisici avrebbero progressivamente perso centralità a favore di scambi economici, culturali e sociali sempre più fluidi. E in parte lo è stato.
D’altra parte, già negli anni Novanta, e con un’accelerazione evidente dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, molti Paesi occidentali hanno gradualmente adottato politiche di securitizzazione: una risposta politica alla percezione di insicurezza, che si è tradotta spesso in un aumento del controllo dei confini e nella costruzione di barriere fisiche, più che di strumenti di integrazione.
Il caso contemporaneo più emblematico resta quello del confine tra Stati Uniti e Messico. Promosso con enfasi in anni più recenti da Donald Trump, il progetto ha però una storia più lunga: interventi e rafforzamenti del confine erano già stati avviati a partire dagli anni ’90, con amministrazioni repubblicane e democratiche, e poi a mano a mano ampliati nei decenni successivi. Piuttosto che di un singolo progetto, si tratta di una stratificazione di politiche di contenimento e controllo migratorio.
Anche l’Europa non è rimasta estranea a questa tendenza. Tra gli esempi più influenti citiamo la barriera costruita dall’Ungheria al confine con la Serbia: realizzata durante la crisi migratoria del 2015 e lunga più di 170 chilometri, la recinzione di rete metallica è il simbolo di una risposta difensiva ai flussi in arrivo dai Balcani e dal Medio Oriente. A questa si aggiungono le fortificazioni spagnole attorno alle enclave di Ceuta e Melilla, dove i perimetri sono stati marcati e rafforzati nel tentativo di controllare gli ingressi via terra dal Marocco.
Storicamente, fin dalla Grande Muraglia Cinese e dal limes romano, il muro ha rappresentato uno strumento per garantire il monopolio del potere da parte delle classi dirigenti; allo stesso tempo, dal punto di vista antropologico, è il tentativo di proteggere la propria comunità. Cercando di mettere in sicurezza lo spazio, il confine marcato ribadisce il processo identitario di un gruppo, distinguendo il “noi” dal “loro”, ovvero l’estraneo, il diverso, l’ignoto. Come evidenzia il filosofo e professore Sferrazza Papa, la differenziazione spaziale diventa differenziazione politica. Questo processo alimenta un sentimento identitario forte e l’idea di un passato mitologico. Non è un caso se il muro è uno strumento tanto amato da leader fortemente nazionalisti, come Trump o Orban.
Il problema di questo meccanismo è che impedisce a chi sta all’interno di rapportarsi con l’alterità, la quale viene percepita in termini negativi. Inoltre, tende a sviluppare sentimenti di superiorità nei confronti di chi è al di là del muro, del confine. Non diventa così difficile capire come innalzare barriere ci renda distanti, non solo a livello spaziale e politico, ma anche a livello umano. Tutto questo è ancora più paradossale in un’epoca che si professa più globalizzata e interconnessa: con l’irrigidimento dei confini e l’inasprimento del dibattito pubblico, forse la connessione avviene solo a livello digitale, mentre umanamente siamo sempre più distanti.
Per non parlare del fatto che queste barriere, nella maggior parte dei casi, non risolvono il problema che vogliono contenere. Le recinzioni tra Stati Uniti e Messico, per esempio, hanno ridotto alcuni attraversamenti nelle aree più tradizionali, ma i movimenti si sono poi spostati in zone più pericolose, a dimostrazione del fatto che i flussi migratori si adattano rapidamente. Il controllo è quindi temporaneo ed espone a maggiori rischi persone che sono già in uno stato di vulnerabilità.
Tornando a Città del Capo, il progetto si inserisce in una città che porta ancora le tracce profonde del passato di apartheid. Il muro, che correrebbe lungo la N2, andrebbe di fatto a separare aree a forte concentrazione di ricchezza, abitate in larga parte da popolazione bianca, da quartieri più poveri, abitati prevalentemente da popolazione nera; per questo motivo, la notizia ha suscitato forti critiche da parte di cittadini e attivisti. In una metropoli dove le disparità ereditate dall’apartheid sono già estremamente tangibili, il progetto pone il rischio di un ennesimo consolidamento delle disuguaglianze sociali attraverso strumenti urbanistici.
In tutti questi casi, la giustificazione ufficiale rimanda quasi sempre a un’unica parola: sicurezza. La protezione dei cittadini, la gestione dei flussi, la prevenzione del crimine o dell’instabilità.
Dietro questa facciata, si intravede un meccanismo più complesso: la tendenza a rispondere a problemi strutturali economici, sociali e geopolitici con soluzioni immediate e visivamente efficaci. I muri diventano così una risposta semplice a questioni difficili e, soprattutto, una risposta politicamente spendibile, perché rassicurano una parte dell’elettorato, offrendo un’immagine concreta di controllo. Tuttavia, raramente affrontano le cause profonde dei problemi che intendono contenere. In alcuni casi, vanno perfino ad accentuarli.
Francesca Zanasi
Fonti
“Cape Town, troppa criminalità. Un muro sulla via per l’aeroporto per difendere turisti e businessmen”, la Repubblica, 9 marzo 2026, ultima consultazione: 10 giugno 2026, link: https://www.repubblica.it/viaggi/2026/03/09/news/cape_town_troppa_criminalita_un_muro_sulla_via_per_l_aeroporto_per_difendere_turisti_e_businessmen-425209622/
Sferrazza Papa Ernesto C., “La materia della sovranità. Una critica filosofica dei muri”, Tópicos (México), 2022, vol. 62, pp. 443-470.




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