“Cosa indossavi quando ti hanno stuprato?”

“Cosa indossavi quando ti hanno stuprato?” È una domanda che fa rabbrividire, eppure ancora oggi molte, troppe vittime di violenza sono costrette a dover rispondere. Una semplice frase che può scatenare nel soggetto colpito un ingiustificato senso di colpa, la convinzione che forse è colpa sua, che in effetti “se l’è cercata” e che sarebbe il caso di non indossare più determinati capi, anche se magari nel momento dell’aggressione quella ragazza stava facendo jogging, o forse si trattava di un bambino appena uscito da scuola.
Com’è possibile che nel 2018 ci sia ancora la primitiva convinzione che siano gli abiti la causa principale di uno stupro, e non la ripugnante bestialità di colui che compie l’atto?
È così che nel 2013 nasce “What Were You Wearing?”, una mostra organizzata da Jen Brockman, direttrice del centro per la prevenzione e formazione sessuale del Kansas insieme alla Dottoressa Mary A. Wyandt-Hiebert. L’iniziativa prevede l’esposizione di 18 indumenti che riproducono l’outfit che le vittime indossavano nel momento dell’abuso, tutti accompagnati dalla storia personale legata all’abito. Le vicende riguardano gli studenti del Midwest che in forma anonima hanno deciso di condividere la loro storia con il pubblico, mentre i vestiti sono stati donati da altri universitari. Lo scopo dell’esposizione è dimostrare che chiunque può essere una vittima, qualsiasi cosa abbia scelto di indossare e di qualunque sesso ed età. I dati raccolti, infatti, sono allarmanti: negli Stati Uniti si registra uno stupro ogni 107 secondi, mentre in Europa le denunce sono aumentate del 47% e si stima che nel mondo 1 donna su 5 subirà almeno un abuso sessuale.
Pochi si rendono conto che la stessa domanda “che cosa stavi indossando?” è una violenza psicologica che distrugge la libertà dell’individuo, riducendolo a pura merce. Secondo questo criterio allora per evitare di essere aggrediti non possiamo più indossare quella minigonna che tanto ci piace, ma nemmeno una tuta da ginnastica.
Allora chi è il vero colpevole? Il crimine non lo compie solo il carnefice stesso, ma anche chi ha il coraggio di pensare “se l’cercata”. Queste persone stanno inconsapevolmente (a volte anche volutamente) giustificando lo stupratore, diventando suoi complici e contribuendo alla diffusione di un tipo di pensiero nocivo ed esecrabile.
Lasciamo che le immagini parlino da sé, nella speranza che iniziative di questo genere neutralizzino tali assurde convinzioni.

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Cosa stavi indossando? “Un vestitino estivo. Mesi più tardi mia madre si sarebbe messa davanti al mio armadio e si sarebbe lamentata del fatto che non avrei mai più indossato nessuno dei miei vestiti. Avevo sei anni.”
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Questi tre completi raccontano la storia di una donna che è stata aggredita tre volte nel corso della sua vita.
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Cosa stavi indossando? “La mia maglietta gialla preferita, ma non mi ricordo che pantaloni indossavo. Mi ricordo che ero molto confuso e che volevo solo lasciare la camera di mio fratello e tornare a guardare i cartoni animati.”

Eleonora Grossi

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