C’è un momento preciso in cui la cronaca sportiva smette di essere solo un semplice resoconto di eventi, canestri e sudore, e si trasforma in qualcosa di più profondo: letteratura, epica, archetipo. Quel momento si consuma la sera del 14 giugno 1998, quando in Italia le lancette hanno già superato la mezzanotte, entrando nelle prime ore del 15 giugno, sul parquet del Delta Center di Salt Lake City. Il tabellone luminoso segna quarantaquattro secondi alla fine di gara-6 delle Finals NBA. I Chicago Bulls, la dinastia che ha ridefinito i confini globali della pallacanestro negli anni Novanta, si trovano sotto di tre punti contro gli Utah Jazz. L’aria all’interno del palazzetto è densa, quasi irrespirabile, carica del rumore assordante di ventimila anime che invocano la fine di un impero. Ma il destino, nel mondo dello sport, ha una strana forma di deferenza verso i suoi eletti. E l’eletto, quella notte nello Utah, indossa la maglia numero 23 dei Bulls. Quello che accadrà nei quaranta secondi successivi non è solo l’atto finale di una partita di basket, ma il compimento perfetto di una parabola umana e sportiva che non avrà mai più eguali nella storia del gioco.
La solitudine del re prima della tempesta
Per afferrare il significato profondo di quel finale, dobbiamo tornare indietro e rivivere una stagione davvero estenuante. Quella del 1997-1998 non è una stagione qualsiasi per i Chicago Bulls: è il Last Dance, l’ultimo ballo di un gruppo straordinario che sa di essere arrivato al termine del viaggio. Le tensioni tra la dirigenza, l’allenatore Phil Jackson e i giocatori sono ormai insostenibili. La squadra è esausta, logorata da otto anni di battaglie ai massimi livelli e da una serie di vittorie che ha prosciugato ogni energia, sia mentale che fisica. Scottie Pippen gioca con la schiena bloccata dagli spasmi, Dennis Rodman è sempre più imprevedibile e le rotazioni sono ridotte al minimo. Nella gara-6, Michael Jordan è rimasto in campo per oltre quaranta minuti, portando sulle spalle il peso di una città e di un’intera storia. Ha trentacinque anni, le gambe pesanti come piombo e le dita della mano destra tremano per la fatica. Quando John Stockton segna la tripla dell’86-83 per Utah, il palazzetto esplode in un boato che sembra segnare la resa dei campioni in carica. Manca meno di un minuto: la serie sembra inevitabilmente diretta verso una drammatica gara-7, dove i Bulls, stremati, avrebbero pochissime possibilità di sopravvivere. È proprio in questo momento di massima vulnerabilità che scatta quel meccanismo psicologico primordiale che ha reso Jordan una leggenda. Mentre gli altri vedono il baratro, lui intravede una tela bianca su cui dipingere il suo capolavoro finale. Non c’è panico nei suoi occhi, né esitazione. Riceve la palla dalla rimessa, attraversa il campo con una calma agonistica che terrorizza la difesa di Utah e attacca il canestro in isolamento. Un sottomano fulmineo, depositato al tabellone con una grazia geometrica, riporta Chicago a un solo punto di distanza: 86-85. Mancano trentasette secondi. Ma quel canestro non basta, perché il possesso successivo è nelle mani dei Jazz, e fermare l’attacco di Utah in quel catino infernale sembra un’impresa impossibile.
L’arte del furto e la dilatazione del tempo
Ciò che accade dopo è un vero e proprio capolavoro di intelligenza tattica e istinto predatorio. I Jazz cercano il loro schema più sicuro: la palla va in post basso a Karl Malone, il “Postino”, che è il secondo miglior marcatore della storia della lega, un gigante di muscoli e abilità. Malone riceve spalle a canestro, marcato da Dennis Rodman. È una scena che abbiamo visto mille volte, ma Jordan fa qualcosa che non è possibile trovare in nessun manuale: anticipa la logica del gioco. Abbandona il suo uomo sul perimetro, Bryon Russell, e si muove silenziosamente, arrivando dal lato cieco di Malone come un fantasma. Con una precisione chirurgica, infila la mano e strappa il pallone dalle mani del lungo di Utah. Non è solo un recupero: è il momento in cui l’inerzia dell’universo si ribalta. Mancano poco più di venti secondi. Jordan non chiama timeout. Non vuole schemi, non vuole interruzioni, non vuole che il tempo venga spezzato; vuole che scorra secondo le sue regole. Risale il campo lentamente, palleggiando, con gli occhi fissi sul cronometro: dieci, nove, otto secondi. Tutto il mondo sa cosa sta per succedere. Ventimila persone lo sanno. Bryon Russell gli si para davanti, l’unico ostacolo tra lui e la storia. A meno di sei secondi dalla sirena, Jordan accenna la penetrazione verso il centro dell’area, poi pianta il piede destro con una violenza improvvisa. È un cambio di direzione secco, brutale. Russell perde l’equilibrio, scivola via, e per un attimo il campo si apre completamente.
Il fermo immagine che si fa storia
Jordan si solleva in un volo sospeso. Il suo corpo si stacca dal suolo con una verticalità impeccabile, il busto saldo, il braccio destro già pronto per il rilascio. In quel preciso istante, si cristallizza una delle immagini più iconiche della storia dello sport moderno. Sullo sfondo, una folla di tifosi dei Jazz è bloccata tra disperazione e incredulità: mani tra i capelli, occhi sbarrati, bocche aperte. In mezzo a tutto questo, quasi fuori posto, c’è un bambino con le braccia già alzate. Jordan rimane sospeso per un attimo in più. Il suo polso si piega con grazia, la palla descrive una traiettoria pulita e silenziosa. Swish. Nessun ferro, nessuna esitazione. Solo rete. Il tabellone segna 87-86 per Chicago. Mancano cinque secondi e due decimi. L’ultimo tentativo di John Stockton non cambia il destino. Non può cambiarlo, perché, in realtà, è già stato scritto un attimo prima. Quello sarà l’ultimo tiro di Michael Jordan con la maglia dei Chicago Bulls. Una chiusura perfetta per una storia che nessun autore avrebbe osato immaginare. Il sesto titolo in otto anni, il sigillo definitivo su una dinastia destinata a dissolversi poche settimane dopo. Scrivere di quel 14 giugno significa raccontare il momento in cui lo sport ha smesso di essere solo competizione ed è diventato parte della memoria collettiva.
Beatrice Bonino
Fonti
Chinellato Davide, “The Last Shot: 25 anni fa Michael Jordan diventò immortale”, La Gazzetta dello Sport, data di pubblicazione: 14 giugno 2026, ultima consultazione: 5/06/2026, link: https://www.gazzetta.it/Nba/14-06-2023/nba-the-last-shot-quegli-ultimi-18-rimasti-leggenda-michael-jordan-4602046882511_preview.shtml?reason=unauthenticated&origin=http%3A%2F%2Fwww.gazzetta.it%2FNba%2F14-06-2023%2Fnba-the-last-shot-quegli-ultimi-18-rimasti-leggenda-michael-jordan-4602046882511.shtml
Fumagalli Davide, “The Last Shot: l’ultimo tiro di Michael Jordan in maglia Chicago Bulls alle Finals 1998”, Eurosport, data di pubblicazione: 20 aprile 2020, ultima consultazione:7/06/2026, link: https://www.eurosport.it/basket/nba/2019-2020/the-last-shot-l-ultimo-tiro-di-michael-jordan-in-maglia-chicago-bulls-alle-finals-1998_sto7727752/story.shtml
Wikipedia, l’enciclopedia libera. (2026). Michael Jordan. Nota biografica, record e carriera sportiva, ultima consultazione: 5/06/2026, link: https://it.wikipedia.org/wiki/Michael_Jordan





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