“Libya’s Migrant Hell”, il documentario di Ross Kemp su migranti e trafficanti

Volete vedere un documentario ben fatto sulle migrazioni africane – quelle stesse che culminano, nella migliore delle ipotesi, nella traversata del Mediterraneo verso l’Italia – consapevoli che nel XXI secolo le informazioni vadano anche un po’ cercate? Potete puntare su Libia. L’inferno dei migranti, andato in onda su Sky1 a inizio 2017 e facilmente reperibile sul web. Dura giusto un’ora e ad accompagnarvi nel caos libico ci sarà Ross Kemp, attore britannico che ha ottenuto fama a livello internazionale come giornalista investigativo (se vi piace il suo stile, potete trovare parecchi altri suoi documentari).

Nella prima parte del documentario siamo nel deserto, fuori dalla città di Sabha, in attesa di veder passare qualche pick up carico di migranti diretto a Tripoli. Esistono due rotte migratorie, che attraversano circa 1.600 km di deserto per giungere in Libia e poi in Europa: a oriente da Somalia, Sudan ed Eritrea, e a occidente da Nigeria, Gambia e CKIw6vgUkAAtaEfCosta d’Avorio. Il viaggio può arrivare a costare 5mila dollari (da pagare ai trafficanti) e sono le famiglie di chi parte – e a volte interi villaggi – a pagarli. I migranti, stipati in un pick up, raccontano che più di 20 persone sono morte lungo la strada e Kemp, che riesce a unirsi per un breve tratto, non fatica a capire perché: il mezzo viaggia a 100 km/h, vento e sabbia frustano la faccia, le temperature toccano i 45°C, “ti disidrati molto in fretta”. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, è più pericoloso attraversare il deserto che il Mediterraneo.

Viene chiesto ai migranti perché partono: qualcuno parla di Boko Haram, qualcuno dice che la Nigeria è devastata e parte per lottare per la propria famiglia. “Lo sapete che in Europa cresce la rabbia nei vostri confronti? Troppa gente sta arrivando dall’Africa in Europa.” Seguono sguardi abbassati o muti. Un ragazzo risponde: “In Africa c’è bisogno di lavoro, per questo ce ne andiamo. Senza lavoro continueremo a venire in Europa.”

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A Tripoli vediamo chiaramente quanto la Libia sia nel caos: c’è un nuovo governo, ma il potere è in mano alle milizie armate, che sono 40 solo nella città e che finanziano i loro feudi con il contrabbando e i rapimenti, ogni notte sono coinvolte in scontri feroci. Tripoli è stata riconosciuta una delle città più pericolose del mondo. Questa situazione cominciò nel 2011: per 42 anni Gheddafi tenne assieme il Paese e le sue tribù, dopo la sua morte in molti accusano gli europei di avere fatto crollare il Paese. La disoccupazione è alle stelle, molti guardano al traffico di migranti come alla sola fonte di reddito. Ci sono bandiere di Gheddafi che sventolano.

A Tripoli, Kemp riesce a intervistare un importante trafficante in carcere – che parla della propria attività come un bravo imprenditore e che dice chiaramente che le barche che fa partire non riuscirebbero mai a coprire 200 miglia fino alle coste italiane, conta sul fatto che le navi di sorveglianza italiane sono più vicine – e fa visita a due dei tre centri di detenzione riconosciuti, dove vengono messi i migranti sottratti ai trafficanti. La situazione umanitaria lì dentro è disastrosa: centinaia di uomini ammassati, che non possono fare nulla per tutto il giorno, costretti a condividere due gabinetti, e con un futuro incerto, perché non possono riattraversare il deserto per tornare a casa e nemmeno proseguire verso l’Europa. Le forniture alimentari sono inadeguate, le guardie che sorvegliano il centro sono inesperte e accusate di violenti pestaggi (tutti i migranti sono concordi nel dire che i libici sono molto razzisti e che li trattano come animali). Una donna racconta: “Lo stavo facendo per i miei figli, e non mi sono resa conto di averli trascinati in un incubo terribile.”

Nell’ultima parte del documentario siamo assieme alla guardia costiera, in una delle sue operazioni notturne per intercettare i barconi. Parliamo con il giovane vice-comandante (24 anni), che ci racconta che fa quel mestiere (sottopagato e sottoposto al fuoco dei militanti) “per la Libia”. Alle 9 di mattina la guardia costiera ha raccolto circa 600 persone, ma non ha la formazione né i mezzi necessari per gestire questa situazione.

Insomma, un documentario schietto, che racconta tanto, soprattutto della situazione della Libia. Dice Kemp, riferito ai migranti nei centri di detenzione:

“Non importa da dove vieni o chi sei. La sofferenza che c’è in questa stanza la puoi toccare. Qualunque cosa pensi – che questa gente dovrebbe tornare al suo paese oppure essere libera di andare in Europa – qualunque cosa hai pensato finora, non ha importanza. Questa gente sta soffrendo. Come esseri umani, io credo che abbiamo il dovere di aiutarli e di fermare questa sofferenza.”

Silvia Gemme

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