Body Shaming vs #Bodypositivity – Il caso Armine

Armine Harutyunyan ha 23 anni ed è di nazionalità armena. Graphic designer e illustratrice di professione, inizia la carriera da modella sfilando durante la Milano Fashion Week per la Maison Gucci, che la inserisce tra le 100 modelle più sexy al mondo. Sconosciuta a molti fino a poche settimane fa, il suo nome è rimbalzato in tutti i siti e i giornali di informazione, e sul web sono apparsi commenti non richiesti sul suo conto: “sei brutta”, “non sei adatta al mondo della moda”.

Un triste esempio di body shaming.

Ma qual è il problema nella modella?

Armine Harutyunyan non rientrerebbe – a detta di molti – nei canoni di bellezza classici voluti dal mondo della moda, in cui tutto è perfetto e tutto è ispirazionale, per via del viso allungato e affilato e le sopracciglia folte . Ma chi stabilisce cosa è bello da cosa non lo è? E cosa si intende con bellezza classica?

Sul web sono iniziati a circolare meme su di lei accompagnati dalla domanda “voi ci uscireste a cena?” ed è addirittura diventata virale una sua foto, visibilmente modificata, che la ritrae mentre posa facendo il saluto romano davanti all’Altare della Patria a Roma.

Ancora una volta il web è scenario ideale di body shaming, forma di bullismo che colpisce l’aspetto fisico di una persona – in particolar modo le donne – provocando un forte condizionamento nell’autostima e stati d’ansia nel soggetto. Molto spesso ad alimentare il body shaming sono altre donne, spesso incapaci di fare squadra e propense ad alimentare odio.

Non è la prima volta che la Maison Gucci sceglie come modelle delle bellezze non convenzionali e fuori dagli schemi: un altro scaldalo era scoppiato anche quando era stata selezionata per una campagna  Ellie Goldstein, modella con sindrome di Down, provocando un’insurrezione sui social, simbolo evidente della non accettazione del diverso che attanaglia ancora la nostra società.

Ellie Goldstein e Armine Harutyunyan

Ma se l’obiettivo di Gucci fosse proprio quello di proporre ed esaltare una bellezza differente e libera da ogni vincolo e da ogni schema? Si parla, in questo caso, di body positivity, movimento di protesta nato tra il 2010 e il 2011 dal volere di un gruppo di donne di colore o appartenenti a minoranze etniche con la volontà di promuovere l’amore per il proprio corpo.

Il body positivity oggi rappresenta una rivoluzione ben radicata nella cultura mainstream, che promuove l’amore per se stessi e per il proprio corpo, l’uguaglianza e pari dignità per ogni corpo. È un modo per dire esistiamo anche noi, e siamo fatte così. Eppure, sono ancora molti i casi celebri di body shaming; si pensi a  Valentina Ferragni – sorella della più famosa Chiara – derisa ed insultata sui social per la sua fisicità, o a Blake Lively che, tornata sul red carpet a quattro mesi dalla nascita del suo terzo figlio, ha ricevuto accuse per le forme morbide.  

Il concetto di bellezza è uno degli argomenti più spinosi degli ultimi anni, soprattutto se riferito alle donne: troppo magre, troppo grosse, troppo alte o troppo basse, seno troppo piccolo o troppo grande. È arrivato il momento di ridare dignità al corpo delle donne, perché, come affermato dalla stessa Armine:

“Sono più di una faccia, e alle ragazze dico di non omologarsi”.

E in Italia non si muove nulla?

Nel gennaio 2020 il deputato democratico Filippo Sensi è intervenuto con un discorso alla Camera dei deputati su fat e body shaming, proponendo un disegno di legge contro il bullismo:

La vergogna del corpo ha una forza immane, suscita energie oscure che le categorie giuridiche faticano a ricomprendere, a cogliere e a capire […]. Il body shaming, il fat shaming, queste mortificazioni, e non uso questa parola a caso, hanno conseguenze […]. Prevenire, aiutare e sostenere chi è vittima di body shaming e fat shaming, di evitare che la vergogna sia un destino ineluttabile, che la vergogna del nostro corpo sia una condanna sancita dalla nostra finitezza, dallo sguardo degli altri che può essere il gesto più violento e aggressivo di cui siamo capaci. È un modo certo manchevole di sollevare un’attenzione e di chiedere il rispetto e l’amore che ognuno di noi, con il suo corpo, merita […].

Davvero l’aspetto fisico di una persona conta molto più del suo essere persona?
Noi vogliamo credere di no.

Fabiana Brio

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