Ci attende una “stagione” di riforme costituzionali?

Credo sia interessante domandarsi quali effetti avrà, nei prossimi anni, il recente esito positivo del referendum costituzionale sulla riduzione del numero dei Parlamentari. 

Avendo ottenuto un consistente voto favorevole (circa il 70% dei votanti, ma solo il 53% degli aventi diritto si è recato alle urne, dunque un corpo elettorale non così ampio), le forze politiche che sostenevano tale riforma potrebbero decidere di continuare tale “stagione” di revisione costituzionale. Forti di un discreto consenso sul tema della riforma del numero dei Parlamentari, potrebbero decidere di continuare a saggiarlo proseguendo lungo l’arco dei disegni di legge di revisione costituzionale attualmente in discussione alle Camere.

L’obiettivo di questa riflessione non è fornire un’opinione (favorevole o contraria) del recente referendum, né delle successive (eventuali) riforme, bensì rammentare e raccordare tra di loro quelle che potranno seguire.

Sono in corso di esame parlamentare: 

  • un testo di modifica dell’art. 58, comma 1, Cost. per ridurre da 25 a 18 anni l’età per eleggere i Senatori (già approvato dal Senato in prima lettura il 9 settembre 2020); 
  • una proposta di legge di riforma costituzionale degli artt. 57 e 83 Cost. La base elettorale per l’elezione del Senato passerebbe da regionale a circoscrizionale e si ridurrebbe il numero dei delegati regionali per l’elezione del Presidente della Repubblica (cosa che probabilmente si renderà costituzionalmente necessaria per la prima elezione del Presidente del Repubblica quando le Camere avranno per la prima volta la nuova composizione ridotta, per non creare uno squilibrio tra numero di rappresentanti parlamentari e delegati regionali);
  • una proposta di modifica costituzionale (già approvata dalla Camera dei Deputati in prima deliberazione) dell’art. 71 Cost. Introdurrebbe una forma di iniziativa legislativa popolare c.d. rinforzata (poiché sarebbe regolata da una legge ordinaria a maggioranza qualificata). Essa potrebbe concludersi con un referendum qualora la proposta d’iniziativa popolare sia sorretta da almeno 500.000 sottoscriventi e le Camere non l’abbiano approvata entro 18 mesi dalla sua presentazione. Si aprirebbero, invece, ipotesi diverse qualora il Parlamento approvasse il progetto di legge popolare nel medesimo testo o con modifiche solo formali, oppure con modifiche sostanziali;
  • una proposta di modifica dell’art. 75 Cost. che muterebbe il quorum richiesto per la approvazione di un referendum abrogativo (attualmente la maggioranza dei voti validamente espressi, portata a un quarto degli aventi diritto);
  • una proposta di legge di riforma costituzionale per introdurre l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, attribuirgli la direzione della politica generale del Governo, di cui sarebbe responsabile, e introdurre l’istituto della sfiducia costruttiva, prevedendo che la mozione di sfiducia al Governo debba già contenere l’indicazione della persona alla quale il Capo dello Stato dovrebbe conferire l’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri;
  • una proposta di abrogare il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL), art. 99 Cost;
  • tre proposte per inserire espressamente la tutela dell’ambiente tra i princìpi fondamentali e riconoscere gli animali quali esseri senzienti (art. 9 Cost.);
  • una proposta per costituzionalizzare il sistema delle Conferenze e introdurre la clausola di supremazia statale nel Titolo V, Parte seconda della Costituzione.

Al di là del merito delle singole proposte, si vuole sottolineare come (salvo alcune previsioni specifiche e indipendenti dalle altre) talune riforme potrebbero comportare, se perseguissero percorsi separati di discussione, approvazione ed eventuale referendum, effetti costituzionali non del tutto calibrati tra loro.

Se la recente spinta riformatrice dimostrata per la riduzione del numero dei Parlamentari volesse essere perseguita dalle forze politiche maggioritarie (e se ritenessero che le stesse valutazioni positive si rivolgessero anche alle altre riforme in discussione), ci si dovrebbe domandare quale sarebbe la via più apprezzabile da seguire: una serie di interventi separati e specifici (con il rischio di perdere la visione d’insieme e di continuare a sottoporsi ad eventuali voti popolari che, al di là del merito delle riforme, potrebbero mettere in bilico le stesse forze politiche proponenti); o interventi più compatti e omogenei (con il rischio di incagliarsi in un unico, troppo grande o disomogeneo intervento di riforma che dovrebbe essere presentato come un unico “pacchetto”, di fronte a cui ci si assumerebbe maggiori responsabilità politiche).

(Per le riforme costituzionali in discussione si v. https://www.camera.it/temiap/documentazione/temi/pdf/1104514.pdf?_1564097148761 e https://temi.camera.it/leg18/temi/tl18_riforme_costituzionali_ed_elettorali)

Guido Casavecchia

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