La classe: la recensione

Dal 2017, quando è iniziato il suo mandato come segretatio dell’istruzione per l’amministrazione Trump, Betsy DeVos ha fatto molto parlare di sé: da una riforma del titolo IX – che negli USA protegge gli studenti dalle discriminazioni di genere fin dal 1972 – volta a limitare il supporto alle vittime di molestie e discriminazioni basate sull’orientamento sessuale nei luoghi scolastici fino alla decisione, nell’estate 2020, di tagliare i finanziamenti alle scuole pubbliche che non riuscissero ad aprire nonostante l’inadeguatezza dei protocolli Covid, per dirottarli invece alle scuole religiose e private.

Forse, è in questo scenario, in cui un ministro dell’istruzione viene accusato, mai come prima, di “ghettizzare” gli alunni di scuole povere e sotto-performanti anziché risolvere i problemi di queste realtà, che Christina Dalcher concepisce il suo secondo bestseller, La classe.

Dopo il successo di Vox, ambientato in un mondo in cui le donne possono pronunciare solo cento parole al giorno, Dalcher torna a immaginare un mondo distopico in cui ognuno è “misurato” dalla società in base al Q, un numero che esprime la propria intelligenza, il proprio status sociale e il proprio reddito. E che decide quale scuola debbano frequentare i bambini. In un ambiente scolastico fatto di continui test, il fallimento e la conseguente diminuzione di Q rappresenta una condanna certa ad essere spediti nelle scuole gialle, collegi per studenti in difficoltà, lontano da casa e dalla società cosicché alunni mediocri non possano intralciare o rallentare quelli eccellenti.

Elena Fairchild è un’insegnate in una scuola di massimo livello, è sposata con un alto funzionario del Ministero dell’istruzione ed perfettamente integrata nel sistema del Q che anzi ha lei stessa concepito con il marito. Quando però sua figlia Freddie sbaglia una verifica periodica e viene mandata in una scuola gialla, Elena decide di farsi bocciare al test del Q a cui anche gli insegnanti sono sottoposti per seguire Freddie. Elena sarà così costretta a mettere completamente in discussione il sistema che lei stessa ha contribuito a creare scoprendo che, lungi da essere il trionfo della meritocrazia, il Q è un veicolo potentissimo di discriminazioni e determinismo sociale.

Perché leggere La classe

Perché ti tiene incollato alle pagine

Lo stile di Dalcher è quello dei migliori thriller: incalzante e serrato ma con una suspense che riesce a mantenersi alta fino alla fine. I colpi di scena sulle vere intenzioni di chi ha costruito il sistema del Q non sono poi così originali o inaspettati, ma pur nella linearità della trama, il lettore non è mai deluso grazie alla sensazione di angoscia che pervade l’intero romanzo e la ricerca di Elena.

Perché non è poi così distopico

La premessa distopica funziona perché, per quanto esagerata, affonda saldamente le sue radici nella realtà. Un sistema in cui si è fin da piccoli valutati continuamente, in cui non c’è possibilità di redenzione e in cui non solo i propri risultati a un test, ma anche la posizione economica e sociale dei propri genitori, determinano irrimediabilmente il proprio futuro non è poi così difficile da immaginare. Non solo nell’America di Betsy DeVos ma ovunque. E d’altronde non chiediamo sempre a gran voce un sistema più meritocratico, più oggettivo? Un sistema in cui chi ne ha le capacità possa eccellere senza che venga perso tempo con chi parla una lingua diversa, chi ha necessità di apprendimento diverse o un ritmo più lento?

Per la sua protagonista

Elena Fairchild è a tutti gli effetti un’eroina in questa storia: è una rivoluzionaria, tenace, combattiva e disposta a estremi sacrifici per la sua causa e per le persone che ama. Ma è anche l’architetto del sistema che sta combattendo: numerosi flashback ci mostrano come il passato di Elena, in un liceo da classico film americano, dominato da giocatori di football e cheerleader, abbia alimentato la sua frustrazione di fronte a una società che non ricompensava la sua intelligenza, i suoi meriti con il conseguente prestigio sociale. Eppure il mondo che Elena concepisce è altrettanto ingiusto. Unica differenza: nel nuovo mondo di Elena, al vertice della piramide sociale c’è lei.

Perché è un campanello d’allarme

Se in un qualche momento della vostra vita, vi è capitato di pensare, guardando i vostri compagni di classe,vedremo tra vent’anni!”, La classe vi farà sentire più a disagio che altri. Ed è proprio questo che rende Elena così interessante, specialmente in questo periodo storico: è l’emblema dell’eccellenza, della competenza e della meritocrazia di cui ci riempiamo la bocca, ma è anche l’esempio di come le cose possano sfuggire di mano perseguendo obiettivi che sembrano universalmente condivisi. Ma Elena Fairchild è anche una persona che inverte la rotta in extremis, che riesce a rendersi conto dei suoi errori e redimersi.

La classe fa pensare alla favola popolare della rana nella pentola d’acqua: l’acqua viene scaldata poco alla volta e la rana si crogiola nel suo piacere per poi morire quando l’acqua bolle. Elena è la rana che si rende conto che sì, l’acqua è troppo calda e ci ricorda che tutti noi abbiamo il dovere di misurare sempre attentamente la temperatura dei cambiamenti sociali che ci circondano.

Ginevra Gatti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...