Intervista a Lorenzo Lamperti

Un anno e mezzo di pandemia da Covid-19, rivoluzioni, guerre che finiscono e altre che sembrano sull’orlo di cominciare: l’intricato mondo delle relazioni internazionali è complesso da capire, soprattutto nel periodo storico che stiamo vivendo. Nell’era della globalizzazione poi, qualsiasi fatto accaduto ovunque nel mondo, ha delle conseguenze su di noi. Per questo è importante rimanere aggiornati e per questo motivo abbiamo cercato di capire qualcosa di più insieme a Lorenzo Lamperti.

Lorenzo Lamperti è attualmente direttore editoriale di China Files, oltre a fare coordinamento editoriale anche per l’Associazione Italia- ASEAN. Scrive inoltre di Cina e Asia per diverse testate e istituti di ricerca, tra cui La Stampa, Il Manifesto, Affari Italiani, Eastwest, ISPI, IAI e Wired.

Le domande che sono state poste al dottor Lamperti riguardano la Repubblica Popolare Cinese, i rapporti tra questa e gli Stati Uniti, la posizione della Cina nei confronti dell’Afghanistan e molto altro, andando a toccare alcuni dei punti e dei luoghi più “caldi” del mondo.

1) Lorenzo, potresti parlarmi in generale della RPC prima dell’avvento del Covid-19? Anche in riferimento alla figura del presidente cinese Xi Jinping.

Prima del Covid-19, la Cina stava vivendo un periodo di grande ascesa sotto tutti i punti di vista, sia economico, già dalla stagione delle grandi aperture di Deng Xiaoping in poi, con percentuali di crescita importanti, sia dal punto di vista politico. Soprattutto negli ultimi vent’anni in questo caso, la crescita è stata non solo economica ma anche politica e geopolitica. Individuerei tre momenti fondamentali di questa di questa crescita, in particolare quella politica: sul finire degli anni ‘90 gli Stati Uniti, soprattutto, ma anche l’Europa pensavano di poter integrare la Cina non solo nella loro “architettura della globalizzazione” a livello commerciale ed economico, ma anche a livello politico, quindi omologare il modello cinese a immagine e somiglianza del modello occidentale. Era il periodo in cui Fukuyama scrisse “La fine della storia”, si riteneva che la democrazia capitalista fosse l’unico sistema plausibile di governo, e quindi si pensava che, integrandola piano piano, la Cina avrebbe potuto omologarsi. Così non è stato, e vi sono stati, come anticipavo, tre momenti chiave in questa mancata omologazione. Il primo è stato quello dell’11 settembre 2001, e stiamo arrivando proprio adesso, a poche settimane dal ventesimo anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle, a tirare le fila di un processo che è iniziato in quel momento lì. Quindi, guerra, esportazione della democrazia, guerra al terrore e, chiaramente, fare i puntati su una parte di mondo che ha consentito e che ha fornito alla Cina ancora quel ventennio di opportunità strategiche di cui parlava Jiang Zemin all’epoca, finito un po’ prima del ventennio, dato che Jiang Zemin parlava nel 2002, però è stato un buon profeta. Secondo punto: vi è stata poi la crisi finanziaria, chiaramente, 2007/2008, che non ha toccato, o toccato solo in parte, l’Asia, in particolare la Cina, mentre ha toccato molto l’Occidente, e quello che vi è seguito. Sto parlando delle ondate sovraniste che hanno investito l’Europa, il trumpismo negli Stati Uniti. Tutti questi elementi hanno fatto ritenere alla Cina che il modello occidentale fosse entrato in una fase di calo, se non di vera e propria decadenza. Abbiamo visto questa retorica anche di recente, per esempio nel commentare l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio scorso, ed è stata utilizzata anche in merito all’Afghanistan.

Come si inserisce Xi Jinping in questo ventennio di opportunità strategiche?  Xi Jinping ha sicuramente dato una svolta a livello proprio di messaggio rivolto non solo all’interno, ma anche all’esterno da parte della RPC. Sin dall’inizio, Xi ha, sul fronte interno, riallacciato i contatti con tutta una serie di tradizioni della cultura cinese e della storia cinese, che, invece, erano stati trascurati o rinnegati durante il periodo maoista. La prima visita da presidente di Xi Jinping è stata in quello che si ritiene essere il villaggio natale di Confucio, un messaggio significativo.  C’è stata un’ampia campagna anticorruzione, di cui stiamo vedendo una recrudescenza negli ultimi mesi. Quindi una costruzione progressiva di una cerchia di fedelissimi al suo fianco nel sistema di governo. Prendiamo, per esempio, il Politburo nel primo mandato di Xi e quello del secondo mandato: la percentuale di membri del Politburo che avevano lavorato in precedenza col presidente è aumentato a dismisura e si prevede che possa aumentare ancora al prossimo congresso. Sul fronte esterno, ha lanciato la Belt and Road Initiative (BRI), che inizialmente, erroneamente, era stata percepita solo come un progetto di interconnessione commerciale, ma era, ed è, qualcosa di più. È infatti inevitabile che, pur utilizzando la Cina l’architettura della globalizzazione esistente (abbiamo visto, ad esempio, l’occupazione di ruoli apicali nelle varie organizzazioni internazionali da parte di funzionari cinesi), dall’altra parte c’è anche la proposta di un modello alternativo, quantomeno a livello retorico.

2) Sempre parlando di Xi Jinping, c’è chi vede, e ha visto, delle somiglianze fra l’attuale presidente cinese e Mao, non ultimo l’inserimento dell’ideologia (思想) di Xi all’interno dello Statuto del Partito Comunista Cinese (PCC), mentre è ancora in carica e in vita. Secondo te, è un’esagerazione oppure effettivamente ci sono delle somiglianze fra queste due figure?

Secondo me viene spesso esagerata sui media occidentali la componente dell’uomo solo al comando. Certo c’è stata e c’è un’evidente personalizzazione, per esempio per quanto riguarda l’inserimento del suo pensiero nello Statuto, come anche i centri di ricerca che sono sorti, e continuano a sorgere, soprattutto a partire dal 2017. Oppure anche, notizia degli ultimi giorni, l’inserimento dello studio del pensiero di Xi Jinping nel curriculum scolastico. Quindi, che vi sia una componente di elevazione di Xi al di sopra dei suoi predecessori è innegabile, che però questo significhi che tutto dipende esclusivamente dalla sua figura la ritengo un’esagerazione. Il PCC ha una struttura molto complessa al suo interno e mantiene, seppure in questo momento probabilmente in forma minima rispetto al passato, una sorta di dialettica che poi non viene trasposta all’esterno.  È innegabile che Xi abbia accentrato il  potere su di sé e i suoi fedelissimi, e ciò lo si può vedere come un segnale di forza, ma anche come una possibile forma di debolezza o quantomeno di incertezza. Bisogna comunque ricordare che Xi ha eliminato il vincolo dei due mandati. In qualche modo la Cina ci ha abituato a sorprenderci sempre, quando pensiamo di averla capita arriva sempre qualche novità, come mi ha detto il professor Kerry Brown in un’intervista pubblicato su Il Manifesto il mese scorso. Quindi si parla, per esempio, della riesumazione del titolo di “timoniere” (舵手) per Xi. L’eliminazione del vincolo dei due mandati non garantisce a Xi la presidenza a vita, ma può significare magari la creazione di un ruolo ad hoc, esclusivo per lui, magari non nel congresso 2022, ma in quello del 2027. E magari per Xi Jinping si creerà un ruolo da supervisore o di tutela della corretta azione del PCC. Tutte queste dinamiche possono anche essere funzionali a questo. Xi ha sicuramente accentrato il potere. Ha un ruolo preponderante in tutti i gangli della politica e della vita della Cina in questo momento, ma comunque non è un uomo solo al comando.

3) Hai parlato di Belt and Road (BRI). Volevo chiederti l’impatto che ha avuto il Covid-19 su questa e il possibile futuro che questa avrà.

Nelle prime settimane si pensava, illusoriamente, che il problema fosse circoscritto alla Cina e c’era chi sosteneva che questo sarebbe stato il cigno nero di Xi Jinping. In realtà abbiamo visto che non è stato nulla di tutto ciò. Se mai la BRI è stata il cigno nero di qualcuno, lo è stato per Trump, almeno a livello temporaneo, vedendo quello che succede in questi giorni e che succederà in queste settimane potrebbe esservi un rilancio del trumpismo, che non è mai morto. Quindi, l’impatto inizialmente si pensava che potesse essere molto più drastico non solo sulla BRI, ma in generale sul ruolo della Cina interno delle catene di approvvigionamento globali. Così non è stato per due motivi: il primo è che la Cina è stato il primo grande paese ad uscire dall’emergenza sanitaria, e nel 2020 comunque l’economia è cresciuta del 2,3% (è stata l’unica grande economia a crescere). Quindi, da una parte la gestione sanitaria ha consentito di uscire prima dall’emergenza sanitaria e anche economica, in secondo luogo c’è stata la prontezza, la flessibilità che abbiamo imparato a conoscere del governo cinese, che ha rimodulato prontamente la sua BRI, la sua Via della Seta in chiave sanitaria. Abbiamo, ad esempio, visto l’avvio della cosiddetta “diplomazia delle mascherine”, e poi la cosiddetta “diplomazia del vaccino” che è stata portata avanti in maniera sostanzialmente indisturbata per lungo tempo, perché l’Occidente e gli Stati Uniti, finché sono stati in grave difficoltà nel reperimento dei materiali sanitari e delle dosi vaccinali, hanno operato una linea molto protezionista da questo punto di vista. Adesso sta iniziando a cambiare, però insomma, per lungo tempo la Cina ha potuto agire pressoché indisturbata su quel fronte, e quindi ha sostenuto la sua il suo progetto della BRI con questa rimodulazione in chiave sanitaria. Poi è evidente che tirare le somme ancora non è possibile, siamo ancora dentro la pandemia, purtroppo, e le sentenze definitive sono pronte ad essere smentite da una settimana all’altra. In questo momento, sicuramente, il de profundis che si era cantato per la BRI all’inizio della pandemia si è rivelato errato.

4) Parlando di Stati Uniti, secondo te, il termine “Guerra fredda”, usato talvolta per definire i rapporti fra RPC e Stati Uniti, è esagerato?

Sì, assolutamente, è esagerato perché la Guerra Fredda, quella vera tra Stati Uniti e Unione Sovietica si basava su due elementi principali, tra i tanti: il primo, la netta separazione fra due sfere di influenza politica e l’esistenza di due sistemi economici molto diversi, che non erano interconnessi tra loro. È evidente che questo non c’è né nell’uno né nell’altro caso, cioè si è parlato tanto di decoupling (“disaccoppiamento”) delle economie mondiali, ma è un’ipotesi che la maggior parte degli analisti ritiene pressoché impossibile. Si può verificare su alcuni settori circoscritti, come può essere quello della tecnologia, che ovviamente è quello di cui si sta parlando di più anche per i suoi legami con il fronte della sicurezza. Ma pensare di poter fare a meno commercialmente della Cina mi sembra impossibile, non solo dal punto di vista dei paesi asiatici o di quelli più coinvolti nei vari progetti commerciali cinesi, ma anche da parte degli stessi Stati Uniti e dello stesso Occidente. Quindi, un disaccoppiamento economico, come si era verificato, invece, ai tempi della vera Cortina di ferro, la ritengo una cosa quantomeno complicata. Prendiamo l’esempio di Taiwan e dei semiconduttori, che è uno dei temi più sensibili da quando Trump ha imposto il divieto alle imprese taiwanesi di esportare verso Huawei (华为), in particolare alla Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), leader globale di fabbricazione di semiconduttori. Da lì in avanti il suo posto è stato occupato da MediaTek, che è un’altra impresa taiwanese. Questo per dire che recidere i legami, al di là della retorica che ci può essere, è molto difficile. Dallo stesso punto di vista a livello politico, non siamo più di un mondo dove ci sono due sfere di influenza ben visibili e contrapposte, ma piuttosto in un mondo in cui le sfere di influenza sono compenetrabili. Pensare di rendere, per esempio, l’India, un agente anticinese è, nonostante ci sia molto questa retorica sui media occidentali, in particolare statunitensi, piuttosto singolare. Allo stesso modo, i paesi del Sud-Est asiatico in cui di recente è stata Kamala Harris non vogliono scegliere da che parte stare, ma vogliono portare avanti un rapporto binario dove gli Stati Uniti magari garantiscono sicurezza e partnership difensive, ma l’altra parte le opportunità commerciali offerte dalla Cina non sono evitabili.

5) Adesso una domanda “grande”, o forse una serie di domande insieme. Parlami delle questione legata ad Hong Kong, Taiwan e al Mar Cinese meridionale.

Diciamo che questi temi sono alcuni dei dossier più delicati che riguardano i rapporti diplomatici con la Cina. Partiamo da quello più “interno”, quello di Hong Kong. Stiamo vedendo che ormai Hong Kong è sempre più effettivamente integrata nella Repubblica Popolare Cinese. Dopo le grandi proteste del 2019, vi è stata un’escalation dal punto di vista legislativo, da una parte volta a reprimere le proteste di strada, quindi l’attivismo vero e proprio, con la legge sulla sicurezza nazionale per la quale vi è stato il primo condannato e a fine luglio 2021, dall’altra parte invece c’è un’azione volta a reprimere l’opposizione politica più istituzionale, quindi con la riforma elettorale e un’azione forte e di pressione anche su tutte le forme di associazionismo. Negli ultimi mesi, per esempio, si è sciolto il sindacato degli insegnanti, e non è stato l’unico caso. Abbiamo visto negli ultimi giorni l’introduzione della proposta di legge, che verrà introdotta dal 1° settembre, sulla sicurezza cinematografica, quindi si va anche a colpire la l’espressione artistica. Hong Kong sta diventando sempre più integrata nel sistema cinese, un’integrazione che era già prevedibile: la fase di transizione avrebbe dovuto terminare nel 2047. Certamente vi è stata un’accelerata forte, si ha una sorta di prepensionamento di quel modello di “un paese, due sistemi” (一国两府). Che cosa si può fare su Hong Kong? Pressoché nulla, è una questione veramente, che piaccia o meno sentirselo dire, interna alla RPC, nel senso che il governo locale è attiguo al Partito Comunista di Pechino e quindi le opportunità di manovra sono davvero poche.

Diversa la questione legata a Taiwan, uno degli esempi più interessanti di democrazia asiatica con un governo che non può essere controllato da Pechino. Paragonare la situazione di Hong Kong e di Taiwan è un errore. Sicuramente il governo cinese vuole far passare questo messaggio sta utilizzando, tra l’altro, una serie di armi retoriche. Anche la vicenda afghana è stata rimodulata per alzare la pressione sui taiwanesi. Di recente il The Economist ha definito Taiwan il “posto più pericoloso al mondo” ma io credo che in questo momento nessuno voglia una guerra. Un’invasione potrebbe avvenire in tre casi: la dichiarazione d’indipendenza come Repubblica di Taiwan, cosa che però nessuno vuole fare, nel senso che il Partito Progressista Democratico (PPD, 民主进步党) non lo vuole fare. Tsai Ing-wen, attuale presidente della Repubblica di Cina, nonostante venga definita sempre come “anti- cinese”, è in realtà una centrista, in grado di attrarre consensi sia da chi vuole lo status quo sia da chi invece ha un atteggiamento un pochino più aggressivo nei confronti della Cina. Semmai bisogna chiedersi quale sarà la futura traiettoria del PPD. Comunque, una dichiarazione di indipendenza mi sembra al momento altamente improbabile. Una seconda opzione per cui la Cina potrebbe voler invadere Taiwan è quella di una debolezza interna cinese. Sappiamo che la Cina è un paese cauto dal punto di vista militare, al contrario degli Stati Uniti. Si può però immaginare che una Cina indebolita internamente, un PCC con meno presa magari a causa del rallentamento della crescita economica, ovviamente tutto in un futuro del tutto ipotetico, con un’azione militare si potrebbe avere meno da perdere rispetto ad ora. Non credo la Cina non si muoverebbe se non avesse la certezza di vincere un’ipotetica guerra, e non si tratta solo di andare a invadere Taiwan, si tratta anche, poi, di controllarne un territorio. Da tenere in considerazione il fatto che la retorica della potenziale invasione fa un po’ il gioco di tutti. Fa il gioco della Cina stessa, che manda un messaggio all’interno inerente al fatto che non molla la presa su Taiwan e che, prima o poi, se la riprenderà, e un messaggio verso l’esterno, ammonendo gli altri stati dall’intromettersi in qualcosa che la RPC considera un tema interno. È un messaggio che conviene alimentare anche, chiaramente, agli Stati Uniti, fomentando il tema della minaccia cinese per concentrarsi, anche militarmente, su quel fronte; è un messaggio che potrebbe convenire alimentare anche a Taiwan stessa, perché può ricordare al mondo di essere in prima linea e di avere bisogno di aiuto. Bisogna sempre tenere presente l’elemento retorico che c’è dietro a questi discorsi. Il vero rischio può essere quello di un incidente non calcolato: con l’aumento di sorvoli dei velivoli militari cinesi, del passaggio di navi da guerra nello stretto eccetera, aumentano le possibilità di incidente, questo sì. Detto questo, non credo che nessuna delle parti in causa voglia che si verifichi un incidente in questo momento.

Ultima cosa, Mar Cinese meridionale, questione in parte collegata anche alla questione taiwanese. Il Mar Cinese meridionale è un altro discorso davvero complesso, che non si può affrontare col carro armato: intendo, per esempio, la dichiarazione di Mike Pompeo, quando era ancora Segretario di Stato americano. Nel luglio 2020 diceva che gli Stati Uniti erano pronti ad appoggiare tutte le rivendicazioni territoriali dei vari paesi del Sud-est asiatico, una sorta di tentativo di campagna di arruolamento nei paesi del Sud-est anticinese. Pensare che i paesi del Sud-est asiatico possano essere pronti a farsi arruolare in un’azione anticinese è, quantomeno, utopistico. Vi sono, tra l’altro, grandi differenze di posizionamento tra i diversi paesi dell’area ASEAN, per esempio abbiamo visto la visita della vice di Blinken, nuovo segretario di Stato in Cambogia, alla quale non è stato consentito di entrare nella base navale finanziata, a suo tempo, da infrastrutture statunitensi e che adesso si sospetta invece apire le sue porte a mezzi navali cinesi. Abbiamo invece un Vietnam più assertivo, ma anche un Vietnam che, come abbiamo visto, quando il viaggio di Kamal Harris è stato ritardato, ha visto il proprio primo ministro Pham Minh Chinh incontrare, senza preavviso, l’ambasciatore cinese Xiong Bo. Quindi, pensare che questi paesi possano prendere con facilità un’azione o decidere da che parte stare è difficile. Interessanti, per esempio, i movimenti delle Filippine, ex colonia americana (anche gli Stati Uniti hanno una storia di colonizzazione alle spalle, nonostante si tenda spesso a dimenticarlo). Negli ultimi anni, con Duterte, attuale presidente della Repubblica delle Filippine, queste si erano avvicinate molto alla Cina. Tante volte il presidente filippino aveva detto che avrebbe stracciato l’accordo militare con gli Stati Uniti e invece alla fine, dopo un lungo tira e molla, è stato confermato e si è tornati a fare anche esercitazioni militari congiunte. Questo è un segnale da tenere, comunque, in considerazione, cioè questo non significa che le Filippine siano pronte a schierarsi contro la Cina, ma almeno sono tornate a una posizione di equilibrio, di bilanciamento rispetto a quello che sembrava stesse succedendo negli ultimi anni.

6) Per quanto riguarda la posizione della Cina in Myanmar?

Parto dicendo che Myanmar e Afghanistan sono due situazioni completamente diverse, ma presentano alcune similitudini nel senso di approccio cinese alle questioni. Questo per far capire come effettivamente si muove il governo cinese e come ogni tanto queste mosse vengano lette male e fraintese invece dall’Occidente. Mi riferisco al fatto che quando vi è stato il golpe in Myanmar, improvvisamente si è cominciato a dire che dietro al golpe, dietro all’azione militare ci potesse essere la Cina. Come prova a suffragio di questa tesi si sono citati, per esempio, gli interessi, sicuramente molto presenti, della Cina in Myanmar, e l’incontro del Ministro degli esteri cinese Wang Yi con il leader dell’esercito birmano poche settimane prima del golpe. Però si dimentica che Wang Yi, nella stessa visita, ha incontrato anche Aung San Suu Kyi. Non è che fino al 31 gennaio vi era un governo Aung San Suu Kyi e i militari stavano a guardare. I militari birmani erano comunque un attore ineludibile della politica birmana, vi era un complesso bilanciamento nel quale, comunque, quelli che sicuramente non se ne andavano mai, quelli con cui si doveva parlare a prescindere sono sempre stati i militari. Anche il Ministro degli Esteri giapponese, in un tour quasi concomitante con quello cinese ha fatto la stessa cosa, ma è una normale prassi diplomatica: incontri il Tatmadaw (Esercito della Birmania, NdR) e incontri la Lega Nazionale per la Democrazia. Altro elemento da tenere in conto: alla Cina interessa la stabilità, non le interessa chi la può portare, può essere la giunta militare e possono essere i talebani, può essere il governo messo lì dagli Stati Uniti. L’importante è che la situazione sia tranquilla dove la Cina ha interessi dal punto di vista commerciale o politico, o securitario. Che poi si sia sviluppato un rapporto forte con la giunta militare birmana, questo può essere vero, ma questo perché a un certo punto è stata, evidentemente, individuata nella giunta militare l’interlocutore che può dare una forma di stabilità. Detto questo, non è che il golpe abbia portato dei vantaggi alla Cina, anche perché negli anni precedenti gli affari andavano molto bene con la Lega Nazionale per la Democrazia, Xi Jinping e Aung San Suu Kyi avevano un rapporto molto stretto, entrambi figli di padri rivoluzionari, a livello retorico, avevano parlato di legami di sangue tra i due popoli. Quindi, la visione di Aung San Suu Kyi come eroina della democrazia occidentale anticinese e giunta militare birmana messa al potere in qualche modo da Pechino non solo è una semplificazione, ma una visione errata. Si dimentica, per esempio, che l’India ha fornito il primo sottomarino in dotazione all’esercito birmano negli ultimi mesi del 2020, che il vaccino distribuito in Myanmar è il vaccino indiano, non quello cinese. Questo per dire che le cose sono un po’ più complesse di come si racconta.

7) Parlami ora invece dell’Afghanistan.

In Afghanistan gli interessi cinesi, come ho scritto qualche giorno fa in un articolo su Il Manifesto (cliccare qua), sono sostanzialmente di tre dimensioni. Anche qui il dialogo è stato portato avanti negli ultimi anni sia con i talebani sia con il governo, che ora non esiste più, di Ghani. Si cita anche qui la visita dei talebani in Cina a fine luglio, si cita un po’ meno la telefonata fra Xi Jinping e Ghani, intorno a metà luglio. Il dialogo era aperto con tutti e due i fronti. Tornando ai tre punti, la prima cosa che interessa maggiormente alla Cina, nonostante si parli di interessi economici (che ci sono ma sono in potenza più che altro, cioè non è che ci sono grandi investimenti cinesi in Afghanistan in questo momento) è quello collegato al tema della sicurezza in questo caso, perché, intanto, l’Afghanistan confina con la provincia cinese del Xinjiang attraverso il corridoio del Wakhan. Quella fetta di territorio che è entrata in possesso dei talebani già mesi fa, ha portato a dialogare con i talebani. Quella zona tra l’altro passa attraverso altri due territori molto “caldi” (una regione del Tagikistan in cui vi è stata una guerra negli anni ’90, l’altra una parte di Kashmir amministrata dal Pakistan), sui quali vi sono sempre state rivendicazioni molto forti. Inoltre, Pechino teme che questa fetta di territorio possa fungere da base per un’eventuale ritorno dell’insorgenza uigura nel Xinjiang. Alla Cina importa mettere in sicurezza questa zona, e questo è il primo interesse, assicurarsi che i talebani possono effettivamente tenere sotto controllo il territorio, cosa che in realtà appare in dubbio. La seconda dimensione, che è quella in potenza, può essere appunto quella legata ad interessi commerciali. In questo caso l’interesse commerciale è strumentale al vero fine, che è quello della sicurezza e non viceversa. E poi vi è la dimensione retorica, nel mostrare come gli Stati Uniti hanno fallito in Afghanistan e ora se sono andati, lasciando il paese in queste condizioni, c’è tutta una retorica degli alleati traditi che serve invece a fare pressione sui taiwanesi. Però la dimensione retorica è effimera, può cambiare nel giro di poche settimane. Sono eventi in divenire e quindi non è una situazione stabile quella che abbiamo in Afghanistan, tutt’altro.

8) Ultima domanda: un possibile futuro per la RPC nell’era post-Covid.

La Cina, anche nell’era post-Covid-19, ha e avrà un ruolo sicuramente fondamentale sugli equilibri internazionali, sia a livello geopolitico e diplomatico che a livello economico. È un attore con il quale, volente o nolente, bisogna in qualche modo dialogare, bisogna trovare una forma di dialogo, ricalibrare eventualmente i rapporti. È un attore che non si può pensare di poter mettere nell’angolo. Ci sono tutta una serie di argomenti sulla quale effettivamente una cooperazione si potrebbe in qualche modo trovare. Va però trovata una forma di comunicazione diversa rispetto a quella che si è sviluppato nell’ultimo anno da tutte e due le parti. L’Occidente dovrebbe approcciarsi alla Cina con meno pregiudizi e cercare di capirne maggiormente il contesto.  Da parte sua, la Cina dovrebbe cercare di aprirsi maggiormente al mondo, cosa che non sembra accadere se si guarda alla sua traiettoria politico-economica e magari partire dalla riapertura, per esempio, tema che è caro a molti, dei confini, dando la possibilità alle tante persone, penso anche ai tanti studenti italiani che sono rimasti fuori, di rientrare nel paese che avevano scelto per concludere i propri studi e costruire il proprio futuro.

Io sono tra questi, avrei dovuto fare l’anno in Cina per concludere la magistrale, invece… Grazie mille per il tuo tempo, Lorenzo! A presto e buona continuazione per tutto!

Malvina Montini

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