Cosa si nasconde dietro Shein?

Il lato oscuro del fast fashion che sta conquistando il mondo

Se hai tra i 13 e i 25 anni è altamente improbabile che tu non abbia sentito almeno una volta nominare l’e-commerce di abbigliamento più in voga del momento: Shein. Azienda fondata nel lontano 2008 in Cina, nel 2020 diventa il brand più celebre sulle piattaforme social: ne parlano tutti, ma proprio tutti. Il motivo? Una gamma incalcolabile di vestiti di ogni sorta dal prezzo irrisorio (e qualità discutibile) molto simili se non identici a quelli proposti da brand come Bershka o H&M. E quindi perché non comprare, a un terzo del prezzo, un vestito leopardato identico a quello che ho visto indossato da un manichino di Zara? Detto fatto: a novembre 2021, Shein è passata dal valere 15 miliardi di dollari al valerne 30 miliardi. Tuttavia, i prodotti di Shein non sono frutto di nessun artificio che produce magicamente pantaloni a zampa e crop top floreali: la realtà che si cela dietro questo esorbitante successo (e guadagno) è ben più oscura. Ma partiamo dall’inizio.

Quando il marketing incontra gli abiti da sposa

Chris Xu, imprenditore di Nanchino, decide nei primi anni duemila di buttarsi nel mondo dell’e-commerce concentrandosi su un target relativamente ristretto: le spose. Ma d’altronde perché spendere centinaia di dollari per un abito che si indosserà solo una volta nella vita? Con questo presupposto, Xu dà vita a ZZKKO. Tuttavia, la gran giocata arriva quando il saggio imprenditore allarga la propria offerta a varie tipologie di abiti femminili che acquista da vari grossisti. Si tratta di una tecnica chiamata drop shipping, termine che indica la vendita di un prodotto online senza possederlo materialmente in un magazzino. ZZKKO viene rinominato Sheinside e poi nel più semplice Shein. Nel 2014 si ha un’ulteriore svolta quando da circa due anni le spedizioni di articoli firmati Shein arrivano ovunque, dal paesino piemontese sperduto tra le colline a L.A., dove influencer botulinate e abbronzate sfoggiano nelle storie Instagram i loro micro bikini pagati 5$ scrivendo la didascalia “sponsored by Shein”. In questo momento l’astro nascente dell’e-commerce stabilisce la sua sede a Guangzhou, dove già dal 2015 inizia a integrarsi ulteriormente con filiere e stilisti specializzati.

Facciamo un salto temporale: 2020, la pandemia ci rende impossibile gironzolare per i negozi in centro alla ricerca dell’abitino perfetto che tanto non sfoggeremo per mesi, troppo impegnati (e obbligati, d’altronde) a passare ventiquattr’ore al giorno sul divano con indosso un pigiama, passando dalla lezione online alla sesta serie tv vista quella settimana. E qui entra in gioco Shein. Complice la noia o l’irrefrenabile desiderio di tornare all’amato shopping compulsivo, proprio in quell’anno i milioni di utenti comprano all’impazzata: l’impresa cinese aumenta di più del 100% il proprio fatturato. È l’azienda online più redditizia al mondo, e nel 2022 Chris Xu è il numero 490 nell’iconica lista dei nuovi miliardari di Forbes.

Shein haul: tendenze, Tik Tok e completini pastello

Nel 2021, il numero di download dell’app di Shein supera quello del guru mondiale delle vendite online: Amazon. Il cuore di questo successo sta in un concetto semplice quanto articolato: puntare il tutto e per tutto sulla generazione Z. Articolato perché l’intero processo si svolge più o meno così: sedicenne x scrolla annoiata Tik Tok invece di seguire la lezione di fisica, la sua influencer del cuore raggiunge i 100k di views sull’ultimo Shein haul fornendo ai suoi followers un codice sconto del 10%, sedicenne x scarica l’app e mette nel carrello alcuni prodotti. Acquista la gonna in denim che hanno tutte le ragazze del suo liceo e viene invitata a comprare nuovamente per favorire della spedizione gratuita. E poi raccolte punti, concorsi, sconti su sconti. Su questo gioca il colosso dell’e-commerce: un pubblico tutto giovane continuamente stimolato dai social network e stuzzicato dai prezzi irrisori dell’abbigliamento proposto.

Shein individua la tendenza e produce piccoli lotti allo scopo di valutare l’interesse dei clienti, esentandosi dal rischio di andare in perdita se un prodotto non ispira il grande pubblico. E in questo modo la Gen Z, ininterrottamente informata sulle ultime mode, vede in Shein l’occasione per spendere poco senza rinunciare agli abiti più in voga.

Tutto bellissimo finché non si va a scavare più a fondo: citando Stanisław Jerzy Lec, aforista polacco, “quanto maggiore è l’oscurità, tanto più facile è essere una stella”.

Un costo ridotto, sì. Ma a che prezzo?

Public Eye è un’ ONG svizzera che si occupa di far luce sulle aree grigie del commercio internazionale. Nel 2021, l’occhio pubblico viene attirato dall’incredibile successo del colosso di vendite online ormai noto a livello mondiale e si chiede semplicemente: “com’è possibile tutto questo?”. Parte l’indagine e i risvolti sono sconcertanti.

Tra le province di Guangzhou, le filiere Shein producono ininterrottamente. So cosa ti stai immaginando: un’enorme fabbrica con centinaia di dipendenti. E invece non è così: nel cosiddetto “villaggio di Nancun” sono riunite circa dieci unità produttive allocate in vecchi condomini. Minuscoli spazi ingombri di borse e tessuti, totale assenza di vie di fuga in caso di incendio o terremoto, unità produttive accatastate le une sulle altre.

I lavoratori sono generalmente persone povere con lo scopo di racimolare più denaro possibile. Per questo motivo gli orari lavorativi raggiungono le 75 ore settimanali. La legge cinese ne prevede 40. Si lavora fino a 12 ore al giorno; un solo giorno libero al mese. L’unica traccia di un salario minimo garantito sarebbe un cartello trovato in uno degli edifici: “55 euro il taglio, 69 euro il confezionamento, 96 euro la stiratura”.

Nel rapporto di Public Eye si legge “Gli articoli cuciti in questo laboratorio sono sempre più complicati. Gli ordini semplici vengono sempre più esternalizzati in altre province, come Jiangxi, Guangxi o Hunan, dove i salari sono più bassi. Davanti all’edificio è parcheggiato un minibus con i nomi di vari distretti della provincia di Jiangxi scritti sulle fiancate: una sorta di taxi collettivo per tessuti pretagliati destinati ad essere assemblati nell’entroterra. A quali condizioni e per quale salario? Impossibile saperlo”. E poi: “Chiunque si aspettasse, visti i prezzi di Shein, salari estremamente bassi nei siti produttivi, potrebbe a prima vista rimanere sorpreso: realizzando abiti per il colosso cinese, si possono guadagnare più di 5.410 yuan al mese, cifra che corrisponde al salario dignitoso di sussistenza calcolato dall’Asia Floor Wage Alliance, una federazione di sindacati e organizzazioni della società civile dei paesi del Sud […]. Tuttavia Shein approfitta sistematicamente del fatto che questi lavoratori e lavoratrici sono disposti a rinunciare a un minimo di sicurezza, libertà e qualità della vita, per mancanza di alternative”. I dipendenti dunque non guadagnano pochissimo, ma nonostante ciò non viene garantita la sicurezza adeguata e il giusto riposo: Shein sfrutta in tutto e per tutto i propri lavoratori, disperati perché provenienti da contesti difficili.

In conclusione, quando veniamo attirati da un capo dal costo estremamente basso, proviamo a pensare a cosa ci può essere dietro. Quello che paghiamo per un vestitino animalier può nascondere un prezzo ben più elevato: la sicurezza e in alcuni casi la vita di centinaia di lavoratori.


Caterina Malanetto


Crediti immagini: stories.publiceye.ch

Un commento Aggiungi il tuo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...