Trovate la prima parte di questa intervista qui.
Riprendiamo con la seconda parte del racconto di Elena, giovane ostetrica, e della sua esperienza di vita e professionale con il CUAMM, organizzazione volta a dare supporto e assistenza medica in molti paesi dell’Africa.

Ritornando al tuo lavoro, prima parlavi dei professionisti locali. Che rapporto si sviluppa, in generale, con le altre persone che lavorano con te lì? Immagino, infatti, l’instaurarsi di rapporti che sono sì lavorativi, ma anche personali: quanto è entrata in gioco la differenza culturale, sia come elemento arricchente che come possibile barriera?
Questa è una bella domanda. Partendo dai colleghi, sul piano lavorativo, prima di tutto bisogna intendere come professionisti sanitari non solo i medici, che costituiscono una delle tante figure con cui ci interfacciamo tutti i giorni, ma anche infermieri/e, ostetriche ecc… Per quanto riguarda i medici, bisogna partire dal presupposto che non sono dei medici specialisti, ma bensì medici generali che, una volta finito il percorso universitario, vengono mandati a fare un periodo più o meno lungo – normalmente intorno ai due/tre anni – in un ospedale periferico, prima di poter accedere alla specialistica. Quindi, non sono contentissimi di essere in un posto così distante, anzi, a volte vengono mandati proprio da altre province e soffrono di questa lontananza.
Detto ciò, una cosa fra tutte ho ammirato tantissimo: sono persone che hanno scarso controllo su quello che è il loro percorso professionale, privato, perché possono essere cambiate di reparto da un giorno all’altro e, quindi, passare dall’adulto al pediatrico, dovendo gestire una categoria completamente diversa di pazienti con patologie diverse. Ma riescono comunque a destreggiarsi in tutto questo, in qualche modo, perché o impari a nuotare o anneghi. È una delle criticità di un posto del genere, dove c’è un alto ricambio di personale, un’alta rotazione e, di conseguenza, una difficoltà di pianificazione della gestione ospedaliera e di sedimentazione dei cambiamenti. Questi medici, perciò, fanno uno sforzo enorme, con una plasticità notevolissima. Alcune difficoltà provengono dal fatto che, forse, noi volontari o medici esterni, a volte, siamo visti come dei tappabuchi per sopperire a delle carenze strutturali logistiche.
Il tipo di rapporto che si crea, poi, cambia continuamente rispetto alle figure che ci sono lì a guidare il progetto: quello che ho vissuto io non è la stessa cosa che ha vissuto la collega che è venuta prima di me o che è venuta dopo di me; è proprio un’esperienza legata al qui e ora. Ad esempio Giulia, la mia tutor, aveva instaurato un bellissimo rapporto con i professionisti locali, per cui aveva cercato di fare in modo che si lavorasse bene e non ci fossero situazioni di attrito o questioni non dette. Il tutto con l’obiettivo di metterti sullo stesso piano e lavorare insieme.
Riguardo agli aspetti culturali e sociali, la prima differenza che mi viene in mente è una sorta di fatalismo che ho visto lì: il rapporto con un evento molto pesante, come può essere la morte, per esempio, è vissuto in modo completamente differente dalle persone. Per noi, un decesso è una cosa molto impattante perché, grazie al cielo, non succede così spesso. Lì, invece, diciamo che tutti quanti nelle proprie famiglie hanno un’esperienza di lutto, a tutte le età, dal bambino all’adulto all’anziano. Sembra cinico, ma non lo è, perché fa parte della cultura pensare “okay questa mamma ha perso un bambino, ne farà un altro”. Questo perché c’è l’altissima probabilità che ciascuna donna viva un’esperienza di lutto legata alla gravidanza o nei primi cinque anni di vita del bambino. Quindi, hanno un modo diverso di vivere queste situazioni. A volte può sembrare che non gliene importi niente, ma è solo un modo diverso di affrontarle. Anche la struttura familiare è diversa, molto più allargata: molto spesso i bambini sono seguiti dalle nonne, quindi magari i genitori non sono poi così informati o aggiornati su ciò che succede al bimbo. Non è disinteresse, è semplicemente così che funziona. Durante il lavoro, mi è capitato spesso di interfacciarmi con una sola figura genitoriale con cui, durante il ricovero, magari si instaura anche un rapporto di fiducia reciproca. Si arriva, però, a un certo punto dove tutto questo si sgretola se la famiglia (in senso allargato) decide che è finito il tempo di provare le nostre cure, perché non hanno funzionato, e decide di portare il figlio dal guaritore locale. Tu non hai mai visto queste persone, a volte non hai neanche la possibilità di confrontarti con loro, e puoi sgolarti e ripetere venti volte le stesse cose, ma se la decisione è stata presa non c’è nulla da fare, e ti portano via il bambino dal reparto nel cuore della notte, da un momento all’altro.

Per me è stato difficilissimo e impattante accettare il ricorso alla medicina tradizionale, vedendo gli effetti devastanti sui bambini, specie se sono malnutriti e malati. Soprattutto, è stata dura accettare il fatto che la famiglia non lo fa con cattiveria, o perché vuole male al bambino: semplicemente, la figura del curatore locale fa parte della loro cultura, e per loro è valida quanto le tue cure. La medicina tradizionale è trasversale, coinvolge chiunque, dal bambino all’adulto. La gente, spesso, porta i propri cari dal guaritore locale perché è la prima risorsa sanitaria a cui ha accesso, perché gli ospedali non sono così capillari sul territorio, e rappresentano l’ultima spiaggia. Perché sono difficili da raggiungere e cari economicamente, poiché devi procurati il cibo e una persona deve staccarsi dal nucleo familiare per assistere il malato. C’è tanta gente che si fa dei giorni di viaggio per venire in ospedale. Ma è più accessibile per loro fare prima un tentativo con il guaritore locale.
Perciò c’è tanto, nel complesso, da considerare prima di giudicare. Una cosa, infatti, che a noi hanno sottolineato tanto nel corso del CUAMM (il corso propedeutico alla partenza) è quella di astenersi da ogni giudizio nel primo periodo dell’esperienza. Bisogna osservare, guardare e inserirsi in maniera silenziosa, che è la cosa più difficile da fare, ve lo assicuro, perché poi subentra tutto l’elemento umano che porta alla frustrazione e al pensiero “Ma se fossimo da un’altra parte, questo bambino si salverebbe?“. È una domanda che ho archiviato abbastanza presto, perché non ti porta a niente pensare così. Bisogna fare quello che si riesce coi mezzi a disposizione, cercando di ricavarne il meglio che si può.
Questa della medicina tradizionale, perciò, per me è stata la cosa più faticosa, ma a volte ha anche donato delle soddisfazioni: vedere, per esempio, la mamma che ti porta bambino trattato prima con la medicina tradizionale. Tu lo curi e lo rivedi tornare al controllo, magari dopo un mese, migliorato, con la mamma che si fida di ciò che è stato fatto in ospedale… è un successo incredibile. Oppure, quando si riesce a convincere il genitore a non portare via il bambino dall’ospedale, ma a continuare le cure sul posto. Questi sono successi, ma non è sempre così. Semplicemente, si arriva ad accettarlo e a capire che è una pratica che fa parte del tessuto culturale. Non puoi pensare di essere tu a fargli cambiare la mentalità: sei tu che ti devi adattare al posto dove sei. E questo, sicuramente, è stato un impasto tosto
Hai mai pensato di lasciare tutto mentre eri là?
No. Per quanto sia stata, per me, un’esperienza bella, non nascondo che sia stata anche molto impegnativa dal punto di vista emotivo, dell’ansia, di tutti quegli aspetti che magari potevo aver messo in conto inizialmente prima di partire. Finché non sei sul posto, però, non li comprendi. Io sono stata fortunata perché ho avuto la possibilità di condividere una parte dell’esperienza con Francesco, mio marito, e quindi avere parte della mia famiglia. Poi, mi sono trovata benissimo con un’altra specializzanda di ginecologia, Matilde, e con Chiara, l’ostetrica del servizio civile… E per quanto, appunto, abbia vissuto dei momenti di difficoltà, non mi è mai venuto in mente di mollare tutto perché, comunque, c’è sempre stato qualche elemento o di conforto o di appiglio, di propulsione ad andare avanti. Però non c’è niente di male nella scelta di abbandonare il progetto, perché si tratta di contesti non facili, nei quali ci si può trovare spaesati alla prima esperienza.

Ad altri giovani che, magari, stanno diventando professionisti del settore, o che lo sono e vogliono intraprendere un’esperienza del genere, ma hanno paura o non sanno ancora cosa fare: cosa consiglieresti?
Intanto, di partire. Perché c’è la possibilità di farlo anche col servizio civile, e non per forza all’interno del settore sanitario. Diciamo che, se appartieni al mondo sanitario, sei favorito nel partecipare a progetti come questi, però c’è anche chi è partito e non era infermiere o medico. Ripensando alla mia esperienza in Tanzania, ad esempio, c’era un antropologo e altre persone che si occupavano dell’ambito amministrativo. Sono esperienze aperte a tutti, non per forza con il CUAMM.
Poi i progetti del CUAMM sono tantissimi, ma un’esperienza del genere la consiglio a prescindere. Partire verso contesti così diversi dal nostro, in paesi con risorse limitate o diverse a quelle a cui noi siamo abituati: questo è l’importante! Sono situazioni che fanno ripensare al proprio modo di vivere. Per esempio, basta pensare alla nostra quotidianità: avere l’energia elettrica tutti i giorni, l’acqua corrente in casa, sono situazioni che noi diamo per scontate. Soltanto il doversi riadattare nel quotidiano fa capire la fortuna che hai, che tutto dipende da dove nasci, che le tue possibilità non ti sono dovute.
C’è chi vive un’altra vita in un altro mondo, ma non lo dico con superiorità: c’è un margine di miglioramento per tutti, il nostro modello non è l’unico e non deve per forza essere applicato universalmente. Anzi, noi abbiamo tanti problemi. Una cosa che ho apprezzato, per esempio, è stata la possibilità di rallentare i ritmi: il fermarsi a riflettere, prendersi i propri tempi, dare significato alle piccole cose, non sprecare mai nulla. Ad esempio, una volta avevo un sacco di bottiglie di plastica vuote di cui non mi facevo nulla. Vicino all’ospedale c’è un luogo, “La casa de espera”, dove vengono accolte le donne gravide che, magari, hanno una gravidanza a rischio, e che è bene stiano nei pressi dell’ospedale, così da avere un parto assistito. Quando mi sono presentata lì con le bottiglie le persone sono impazzite, contendendosele, neanche gli avessi regalato delle collane di diamanti! Questo perché ogni cosa in Africa viene riutilizzata, una cosa che per noi è spazzatura viene da loro, invece, utilizzata in qualche altro modo. Prima di buttare qualcosa ci pensi 300 volte.
Come ultima domanda volevamo chiederti: cosa ti ha segnato maggiormente di questa esperienza?
Intanto, vedere tanta umanità nelle situazioni più disparate, situazioni che per noi sarebbero devastanti, e lo sono anche per loro. Vedere tutte le sfaccettature della vita, a partire dal neonato, la felicità per il suo arrivo in famiglia, così come il dolore legato alla perdita di un caro. Vedere la gratitudine che possono avere nei tuoi confronti e che manifestano, per esempio, regalandoti una gallina. Quindi, veramente, l’umanità in tutte le sue sfaccettature.
Dal punto di vista lavorativo ho raggiunto una grande consapevolezza di quello che è il ruolo medico, del mio ruolo professionale, una cosa che qui in Italia ho sperimentato poco. Lì, invece, quando hai così poche risorse a disposizione vedi come a volte, facendo anche poco, quel poco basta. Facendo tutto quello che puoi, raggiungi grandissime soddisfazioni. Ma non perché sei tu il genio della lampada: semplicemente, dà soddisfazione vedere che i tuoi studi hanno portato ad avere un certo tipo di competenze, che si possono applicare per avere dei risultati che, talvolta, sembrano quasi magia! E ti chiedi “Come possibile? come l’ho fatto?”; è una soddisfazione pazzesca.
Un’espressione che usano spesso, in Africa, quando una cosa è complicata è “Esta duro”, che significa “è difficile”. Ma rispondono a questo con “Catuto catuto”, che nel dialetto locale significa “piano piano”, esprimendo il fatto che tutto, pian piano, si riesce a fare.


Alessandro Santoni & Rachele Gatto
Foto: gentile concessione da parte dell’intervistata





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