Musica da (ri)scoprire: “Spirit of Eden” dei Talk Talk

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Londra, 1988. Per Mark Hollis e la sua band, i Talk Talk, è l’anno di un cambio di rotta convinto e radicale.  Il gruppo, inizialmente sorto alla luce di deliberate ispirazioni new romantic e synth-pop, grazie a successi come It’s My Life e Such a Shame, ad un certo punto avverte la stretta morsa del successo e dell’industria musicale. Questo porta a un graduale cambiamento che raggiunge l’apice con un disco in particolare: Spirit of Eden.

Senza ulteriori preamboli, va detto sin da subito che questo disco è un inno alla visione artistica assoluta, all’urgenza per la musica di rinunciare al successo commerciale in vista del raggiungimento di un Eden, appunto, in cui rifuggire quella riproducibilità di benjaminiana memoria, l’istanza di una forma consumabile. 

E’ un album che non procede attraverso una narrazione musicale classica, ma si stratifica, si dilata e si frantuma producendo una vera e propria etica dell’ascolto. Attraverso sessioni improvvisate, poi montate e riorganizzate in studio, Spirit of Eden anticipa il sentimento post-rock, risultando memore dell’eredità di certi eventi musicali, da John Cage a Simon & Garfunkel, da Miles Davis a Brian Eno, e rivelandosi come un progetto costruito su jazz, blues, folk, musica classica e sacra. 

Spirit of Eden si configura come un’esperienza di ascolto continua, evocativa e immersiva, in cui ogni singolo brano confluisce e dialoga con il successivo, senza forzatura, ma solo con una potente naturalità.

L’album si apre con The Rainbow, che quasi ricorda la musica da camera e che avvia un lungo spazio sonoro sospeso, organico, dove la musica respira, rallenta, accelera, lascia spazio al silenzio, consentendo l’entrata progressiva degli strumenti. I momenti impercettibili diventano l’elemento fondante, la cifra del brano stesso. Il linguaggio appare estremamente ellittico e simbolico; i richiami si situano nella ricerca di redenzione, fragilità umana e speranza, nel rapporto con il sacro (senza riferimenti religiosi espliciti), nell’idea della luce dopo l’oscurità:

Repented, changed
Aware where I have wronged
Unfound corrupt
This song the jailor sings
My time has run

In Eden la struttura si fa ancora più rarefatta. Le dinamiche sono minime, quasi trattenute. La musica non procede: si espande lateralmente; le chitarre e i fiati sembrano più “aria organizzata” che armonia. 

Musicalmente tutto è trattenuto: la voce non domina mai il suono, ma vi si immerge. E, dunque, si rinnova quel sentimento di promessa e sacrificio, sottolineato dal ripetuto ritornello: 

Everybody needs someone to live by
Everybody will need someone
Everybody will need someone to live by

Desire è il momento del disco più chiaramente “ritmico”, pur mantenendo il carattere spezzato, instabile, mai assertivo. Il blues qui si decompone: rimane solo come fantasma. Gli strumenti entrano a strati, senza mai formare un corpo compatto. E’ il brano del desiderio come mancanza strutturale, inteso non come spinta verso un oggetto, ma come impossibilità di chiusura. Non è un caso che la voce-soggetto qui manifesti uno stato d’animo che riassume l’esigenza di non collassare nell’identità, di non trasformare il sé in una forma chiusa e definitiva, ma di restare in uno stato di apertura instabile: 

I’m just content to relax than drown within myself
Of mind
Sheltered, broken
Denied
Gifted, stolen

Il quarto brano, Inheritance, è tutto giocato sulla musica da camera, tra clarinetti e archi, e sul minimalismo, esplorando l’equilibrio della natura rispetto alla vana brama del progresso umano:

Nature’s son
Don’t you know where life has gone?
Burying progress in the clouds 

A chiudere il disco, altri due capolavori: I Believe in You e Wealth.
I Believe in You è un’esplicita invocazione, scritta da Hollis per il fratello Ed, caduto in tossicodipendenza e in gravi condizioni di salute. È un un brano che si scandisce su ripetizioni testuali (Spirit, how long…), modulato sulla scia di un etereo arrangiamento, che, tramite il sapiente utilizzo di batteria, organo, chitarra e cori, ricorda la fondamentale importanza di Spirit of Eden all’interno del filone post-rock.

Infine, Wealth conclude questo disco con la voce spezzata e sofferente di Hollis. Le armonie si dissolvono lentamente. Ritorna il silenzio del principio. E, sulle ultime note, veniamo sedotti a poco a poco dalla spiritualità che pervade quest’opera senza tempo:

Take my freedom for giving me
A sacred love

Marco Novello

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