Tra Napoli e la Luna: un pensiero su “People of the moon” dei Nu Genea

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Dentro ai meccanismi della musica e della discografia, quattro anni possono bastare per essere dimenticati, per restare eclissati da tante e infinite novità. Eppure i Nu Genea hanno saputo attendere e sono tornati con un nuovo capitolo della loro storia, dopo il sorprendente Nuova Napoli ed il successo di pubblico e critica di Bar mediterraneo.

Per questa ragione People Of The Moon era richiesto e carico di aspettative. Già il secondo capitolo della loro discografia aveva dimostrato che non si trattava di una meteora destinata ad attraversare le frequenze della musica italiana senza restare; a seguito del successo, il terzo atto era atteso dai fan e dagli addetti ai lavori, curiosi di scoprire che direzione avrebbe potuto prendere il percorso del duo partenopeo.

Superate così le premesse, com’è il terzo disco dei Nu Genea?

Un viaggio inquieto

Acelera

Il disco si apre con una traccia antitetica: Acelera è una canzone irrequieta, malinconica, fin dalle prime note della chitarra e dall’ingresso della voce di Maria Josè Llergo. Il testo rappresenta questa inquietudine attraverso un viaggio senza meta, avvolti dalle illusioni del passato e in mezzo al vuoto del futuro. Ecco la prima grande novità: l’influsso del flamenco attraverso la lingua spagnola. È la prima volta che il castigliano entra nell’universo dei Nu Genea, ma non sarà l’ultima, e lo vedremo.

Onenon

Il viaggio continua con Onenon, che vede la seconda collaborazione del disco, questa volta del britannico Tom Misch. Il cammino prosegue, come suggerisce il titolo, ma questa volta esiste una meta, una figura a cui si aspira e senza cui il vagare sembra infinito. Il ritmo torna incalzante, ballabile, più aperto e felice, dentro al groove delle chitarre e agli inconfondibili suoni dei synth, marchio di fabbrica del duo.

Puleza

All’improvviso il viaggio si ferma. Un ritmo afro frenetico irrompe, per trasportarci in una storia diversa: la voce di Fabiana Martone ripete una sorta di norme di buon costume, quelle norme imposte nel corso della crescita, soprattutto femminile. Puleza è una storia immersa nel Mediterraneo, tra l’Habibi funk e La Niña, un ricordo del passato che si scontra con ciò che non può restare così com’è.

Celavì

Dopo il ricordo, il percorso intrapreso giunge a un punto di svolta: la solitudine. Torna Maria Josè Llergo, torna lo spagnolo, arriva la libertà, malinconica, sfuggente, persino sfrontata, ed è una conquista sofferta ma agognata. In queste parole si sente tutto il pensiero del duo: in un mondo che chiede, che impone e che si aspetta qualcosa da loro, i Nu Genea sanno solo che vogliono ballare.

Carè

La pace, però, è ancora fragile. Carè torna sulle sonorità più familiari ai due musicisti, una ripresa ballo sempiterno di Bar Mediterraneo. Ma dentro di sé racchiude la paura del crollo, di una caduta improvvisa, come se fosse impossibile reggere il peso di un mondo che cade intorno a noi, e che piega le nostre ginocchia. È una canzone che nel suo ritmo allegro e spensierato contiene la sintesi delle inquietudini del cambiamento, e di un futuro profondamente incerto.

People of the Moon, alla riscossa!

People Of The Moon

Ma il soccorso arriva dal cielo, dalla Luna che rimpiazza il Sole e lascia il ballo illuminato dal suo bagliore soffuso. Sotto il cielo si riunisce il Popolo della Luna, coloro a cui, in fondo, questo viaggio è dedicato. Sotto il ritmo latino delle percussioni e della voce battente, questa canzone apre la seconda parte del disco. È finita la fuga, resta la musica. Si può iniziare a ballare. People of the Moon tocca a voi!

Ma tu che bbuò

La cornamusa tunisina che serpeggia all’inizio di Ma tu che bbuò mostra, invece, l’unicità  della popolazione lunare. Unito al dialetto, il suono ipnotico del mezwed è il manifesto di una looniness che non vuole sentire ragioni né giudizi, e che accetta la sua eccentricità, rifiutando qualsiasi disturbo.

Sciallà

La libertà è sempre più implacabile, gli occhi di chi non apprezza sono sempre più annichiliti. Sciallà come portafortuna, Sciallà come mantra contro chi vorrebbe porre limiti e confini ai nostri sogni. Ormai il viaggio è compiuto, la consapevolezza del Popolo della Luna è forte, piena, e coinvolge ogni lato della pianura liquida del Mediterraneo. Attraverso fiati e e ritmi sembra compiuta a pieno la maturazione dei Nu Genea, che hanno trovato un equilibrio armonico tra le suggestioni mediterranee, le radici partenopee e le melodie della luna.

Shway shway

Nella notte quieta e placida di Shway shway la volontà è quella di continuare a cogliere il momento, la serenità della notte che è lunga, sembra infinita, ma non fa paura, anche se non si comprende. Il testo, scritto in arabo e cantato da Celinatique, conferisce la sensazione di un cielo che non ci dà risposte e che ci sembra lontano; eppure le note della tastiera sono lo strumento che fornisce pace, quiete, e che lascia spazio alla contemplazione della notte.

Ondas do Mar

Il viaggio finisce, o forse comincia di nuovo. La notte che sembrava eterna è finita, e il mare è un richiamo a cui non ci si può sottrarre. Ondas do mar è l’ultimo brano di People of the moon, ed è un congedo che ha il sapore di arrivederci e non di addio. Il testo è in portoghese (altra novità) e vede l’esordio come vocalist del percussionista dei Nu Genea, Gabriel Prado, ed è incastonata in un ritmo marino, che sa di alba consolidatasi sulle onde del mare. È il canto di un marinaio che insegue una sirena e sogna di poter essere con lei, anzi, di poter ritornare da lei, poiché a lei appartiene.

A chiudere il brano, nell’ultimo canto alla sirena, l’invito a chi ascolta, è quello di seguire il canto, e di andare alla ricerca della propria sirena.

Oltre le Colonne d’Ercole

Dunque, People Of The Moon è un disco che mantiene, dentro di sé, i segni di una lunga gestazione. Una ricerca, come rivelato dagli stessi Di Lena e Aquilina, che si è trasformata con il tempo, rivelandosi improvvisamente e senza che fosse preventivato. Anche per questa ragione il disco risulta meno immediato, meno travolgente dei primi due capitoli. Eppure, mai come in questo caso si è sentita l’esigenza di sperimentare, di ampliare i propri orizzonti, le proprie Colonne d’Ercole (citando l’espressione usata dal duo), alla ricerca di un suono sempre più ricco, sempre più vivo, in grado di creare ponti fra Napoli e il resto del mondo.

I Nu Genea hanno saputo dimostrare che la musica è un pretesto per creare un’armonia fra se stessi e ciò che ci si trova di fronte, e che la Luna, qui citata, risplende sopra tutti i cieli e illumina chiunque vi balli al di sotto. La musica è il manifesto di un sentire il mondo, uno spirito globale che spezza ogni muro, ogni catena. Con buona pace di chi vorrebbe metterci sopra infiniti metri di filo spinato.

Così, all’ascoltatore resta da decidere se seguire il gruppo in questo viaggio, alla ricerca delle sirene, e se continuare a ballare sotto le luci della notte, insieme al grande popolo della Luna.

Arturo Gerace

Bibliografia

Delli Paoli Giuliano, “NU GENEA-People Of The Moon”, Ondarock, 09/05/2026, ultima consultazione: 15/07/2026, link: https://www.ondarock.it/recensioni/2026-nu-genea-people-of-the-moon/

Marzi Mattia, “Goodbye Naples: i Nu Genea raccontano People of the moon“, Rockol, 09/05/2026, ultima consultazione: 15/07/2026, link: https://www.rockol.it/news-758640/nu-genea-people-of-the-moon-nuovo-album-intervista

Parlati Corrado, “Come i Nu Genea hanno inventato la nuova lingua della Luna”, Mentisommerse, 07/05/2026, ultima consultazione: 15/07/2026, link: https://www.mentisommerse.it/2026/05/07/nu-genea-people-of-the-moon/

Valori Samuele, “Ritrovarsi sotto la luna con i Nu Genea: l’intervista”, Billboard Italia, 01/05/2026, ultima consultazione: 15/07/2026, link: https://billboard.it/interviste/nu-genea-intervista/2026/05/01205596/

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