Nell’articolo precedente è stato raccontato il processo del 399 a.C.: l’uomo scalzo, l’asébeia come arma, i cinquecento giurati dell’Eliea. Oggi si chiude il cerchio: dalla Grecia antica al 2026 attraverso il concetto di lawfare.
Lawfare: la guerra combattuta con la legalità
Negli ultimi vent’anni, il termine lawfare — fusione di law e warfare — è entrato stabilmente nel lessico delle scienze politiche e giuridiche. Sviluppato dallo studioso Orde F. Kittrie in Lawfare: Law as a Weapon of War (Oxford UP, 2016), questo concetto indica l’uso strategico del diritto come arma: non la violazione della legge, ma il suo impiego chirurgico per ottenere un risultato politico che non potrebbe essere raggiunto attraverso il confronto democratico.
La dottrina individua alcuni elementi strutturali ricorrenti. Il primo è la selettività: la legge viene applicata in modo mirato contro un individuo scelto non per la gravità del suo comportamento, bensì per la sua rilevanza politica. Il secondo è la finalità strategica: l’obiettivo non è la punizione del reato, ma la delegittimazione dell’avversario. Il terzo è la copertura formale: la procedura appare regolare, i giudici sembrano neutrali, le norme sono rispettate — ed è proprio questa parvenza di legalità a rendere la lawfare particolarmente insidiosa.
Un elemento centrale è poi la vaghezza normativa: le accuse più efficaci sono quelle basate su reati elastici, difficili da definire con precisione. Capi di imputazione quali “istigazione”, “apologia”, “diffusione di idee sovversive” — o, appunto, “empietà” — permettono di colpire comportamenti non chiaramente illegali, ma presentabili come tali. Questa indeterminatezza permette di adattare l’accusa alla persona, e non la persona alla norma.
Il processo a Socrate risponde a tutti questi criteri: l’asébeia era vaga, la graphé colpiva un presunto pericolo collettivo, la giuria era influenzabile. Inoltre, Socrate non era accusato per ciò che aveva fatto, bensì per ciò che rappresentava: non un criminale, ma un dissidente; non un pericolo reale, ma un simbolo.
Il coro non si è mai fermato
Atene, 399 a.C.: cinquecento giurati che mormorano, si consultano, si lasciano trascinare dall’onda dell’opinione pubblica.
Milano, Roma o qualunque metropoli nel 2026: un pubblico ministero che si presenta davanti alle telecamere, detta la narrazione ai giornalisti e costruisce il clima prima ancora che il processo cominci.
La struttura è identica. Solo il mezzo è cambiato.
Il dissidente contemporaneo che entra nel Palazzo di Giustizia in t-shirt stropicciata e jeans consumati riproduce, forse inconsapevolmente, lo stesso gesto di Socrate: rifiutare la liturgia dell’apparenza. In un luogo dove la credibilità si misura dalla rigidità del colletto e dalla lucentezza delle scarpe, quella presenza diventa una dichiarazione politica prima ancora di aprire bocca.
Oggi, però, il giudizio non passa solo attraverso gli occhi dei presenti. Il mormorio dell’agorà si è trasformato nei commenti sotto a un reel, nei like, nelle condivisioni e nei titoli di giornale che escono ore prima dell’udienza. Il coro mediatico — per riprendere la metafora tragica greca — è più potente, più rapido e più capillare di quanto mai fosse ad Atene. La semplice apertura di un’indagine può bastare a distruggere la credibilità di un individuo. Il processo diventa un pretesto per costruire una narrazione, non per accertare la verità. Esattamente come accadde a Socrate.
La parresia come resistenza
C’è un concetto greco che illumina tutta questa vicenda: la παρρησία (parresia), la libertà di dire tutto senza filtri. Composta da pan (tutto) e rhema (ciò che viene detto), rappresentava nell’Atene democratica il diritto e il dovere del cittadino di esprimere la verità, anche a costo della vita.
Socrate, nell’Apologia, non si difende per essere assolto: si difende per testimoniare. Rifiuta la retorica, rifiuta di suscitare pietà. La sua difesa non è una strategia processuale, ma un atto etico — e proprio per questo è destinata, paradossalmente, a condannarlo.
Tuttavia, questa stessa parresia è anche il punto in cui la lawfare si incrina. Quando l’accusato rifiuta il ruolo di imputato passivo e trasforma il processo da dispositivo di neutralizzazione a luogo di rivelazione, la strategia dell’accusa perde la sua efficacia. Il processo non riesce più a contenere il dissenso: lo amplifica.
Socrate condannato è più scomodo di Socrate assolto. La città lo capisce troppo tardi.
Scalzo o in t-shirt, la posta è la stessa
La democrazia ateniese condannò Socrate rispettando tutte le forme. Era legale. Non era giusto.
Cambiano i nomi, cambiano le norme, cambiano i media attraverso cui il coro si esprime. La struttura profonda, però, rimane sorprendentemente stabile: il potere che non riesce a sconfiggere il dissenso sul piano delle idee lo sposta sul piano giudiziario. E la legge, invece di proteggere la libertà, viene impiegata per limitarla.
Studiare quel processo oggi non è un esercizio di antiquariato intellettuale. È un modo per interrogare la fragilità di qualunque sistema democratico di fronte alla tentazione di usare il diritto come arma contro chi disturba, critica, insegna a pensare.
Il monito di Socrate resta intatto, più di duemilaquattrocento anni dopo: una democrazia che usa il diritto per eliminare il dissenso tradisce se stessa.
Sara Gadda
Fonti
Biscardi Arnaldo, Diritto greco antico, Milano, Giuffrè, 1982.
Brickhouse T.C. & Smith N.D., Socrates on Trial, Princeton, Princeton UP, 1989.
Kittrie O.F., Lawfare: Law as a Weapon of War, New York, Oxford UP, 2016.
MacDowell D.M., The Law in Classical Athens, Ithaca, Cornell UP, 1986.
Platone, Perseus Digital Library, Apologia di Socrate, ultima consultazione: 15/06/2026, link: https://www.perseus.tufts.edu/hopper/text.
Senofonte, Perseus Digital Library, Memorabilia, ultima consultazione: 15/06/2026, link: https://scaife.perseus.org/reader/urn:cts:greekLit:tlg0032.




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