Macbeth, la corona e il tempo sprecato: una storia attuale

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Se dovessi spiegare Macbeth a un bambino o a una bambina delle scuole elementari, lo racconterei come la storia di un uomo che corre sempre per arrivare primo, convinto che il potere sia il traguardo definitivo. Finisce, però, per restare completamente solo: nella fretta di rubare il tempo al destino, si dimentica di giocare, di stare con gli altri e, soprattutto, di vivere. Si ritrova in una stanza vuota, con in mano una corona che non può condividere con nessuno e la consapevolezza amara di aver sprecato il tempo che aveva a disposizione.

Se invece dovessi spiegarlo a qualcuno della mia generazione, la spiegazione finirebbe per diventare un resoconto della nostra società della performance.

L’illusione della scalata

Macbeth è il ritratto perfetto di chi vive nel costante domani, sacrificando ogni istante presente nella bolla dell’ottimizzazione e del successo.

Siamo immersi in una cultura della performance che ha trasformato la nostra esistenza in un costante esercizio di pianificazione: gli esami universitari da finire obbligatoriamente entro una data che ci siamo prestabiliti, le carriere professionali con le call delle sei (meno cinque) del pomeriggio. Persino le nostre relazioni sociali sono sempre più succubi dell’organizzazione, passate sotto il setaccio di un calendario inflessibile.

Quand’è l’ultima volta che hai visto quella tua cara amica? Troppe volte la risposta è “mesi fa”.

Tutto deve essere misurato, accresciuto, ottimizzato. Siamo tutti, chi più chi meno, indotti a credere che rallentare sia un fallimento e che la solitudine sia solo il prezzo da pagare per scalare la vetta. Ma, esattamente come nel dramma shakespeariano, ci stiamo rendendo conto che la salita non sempre porta a una meta felice. Spesso porta a una forma di isolamento tra mura bianche e asettiche, dove l’unica cosa che abbiamo davvero perso, nel tentativo di correre più veloci di tutti, è la possibilità stessa di essere presenti, vivere il nostro tempo.

Studente che studia per raggiungere i suoi obiettivi, come Macbeth per raggiungere la corona.
Crediti immagine: Nataliya Vaitkevich per Pexels
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Profezie da feed

Se le streghe di Shakespeare sussurravano profezie di potere a un uomo già inquieto, le nostre “streghe” sono molto più silenziose e contemporanee: vivono dentro lo schermo del nostro cellulare, volando tra tutto ciò che un algoritmo decide di farci vedere.

Lei si è laureata senza andare fuori corso, lui si è sposato con la fidanzatina delle elementari. La tua compagna dell’asilo ha aperto un’azienda e il tuo compagno di corso è in vacanza a Dubai.

E a te la tua vita non sembra mai abbastanza, così come ha iniziato a pensare Macbeth.

Quelle “streghe” dentro l’algoritmo ci dicono che se saremo abbastanza veloci, se saremo abbastanza visibili, se sapremo “vendere” correttamente la nostra immagine, otterremo un trono.
Ma, esattamente come accade al sovrano scozzese, questa rincorsa costante produce solo un isolamento profondo. Più cerchiamo di conformarci a modelli di efficienza predefiniti, più perdiamo il contatto con la nostra reale identità, sostituendola con castelli di maschere e obiettivi prefissati.

In questo moderno Macbeth, se non sei performante, sei invisibile. Se non raggiungi l’obiettivo alla velocità dettata dalla “profezia della società”, vieni etichettato come chi non ha saputo stare al passo. Così, ci chiudiamo in una corazza di perfezione che diventa, ogni giorno di più, una prigione.

E se smettessimo di temere il fallimento?

Paradossalmente, è proprio nel fallimento che torniamo a essere umani. Quando smettiamo di rincorrere il trono che ci è stato promesso da una società che parla secondo la legge dei grandi numeri, smettiamo anche di dover giustificare ogni nostro respiro. La fatica di dover sempre mantenere il controllo e di dover sempre gestire la nostra immagine come se fossimo un prodotto da scaffale svanisce.

La resistenza non è vincere contro gli altri prendendo un voto di laurea più alto, né battere il tempo della tua compagna dell’asilo; la resistenza alla logica della performance sta nel coraggio di prendersi una pausa che non ha un obiettivo, di fare una conversazione leggera tanto per dar voce al tuo bambino interiore, di una domenica in cui non si deve diventare o dimostrare.

Uomo si rilassa in riva al lago, sottolineando ciò che non ha fatto Macbeth e lo ha portato alla rovina.
Crediti immagine: Nurullah Degri per Pexels
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Posare la corona

In fondo, siamo tutti, in qualche misura, dei Macbeth.

Abbiamo tutti paura di non arrivare in tempo, di mancare l’appuntamento con quel famoso treno “che passa una sola volta” — in quale stazione è andato chi ha inventato questo detto? — ma, a differenza del re tragico, noi abbiamo ancora la possibilità di fermarci.

Abbiamo la possibilità di posare la spada, prendere fiato, di spegnere il rumore e di accorgerci che lì fuori c’è un mondo intero che forse poi non pretende così tanto. Basta guardarlo senza l’ansia di chi deve conquistarlo a tutti i costi, ma con la curiosità di chi, finalmente, ha deciso di viverlo.

Tecla Di Maria

Fonti

Shakespeare William, Macbeth, Edizione English Masterclass, Giunti Editore, Milano, 2024

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