Oggi sembra normale pensare al corso dell’umanità come a un continuo progredire verso l’innovazione, un costante mutamento in meglio; tuttavia, il concetto di progresso è qualcosa di relativamente nuovo nella storia e nasconde alcune insidie da non sottovalutare.
Si tratta, infatti, di un’idea che compare nel Settecento, con l’Illuminismo; prima di allora, la mentalità cristiana era permeata dalla convinzione di trovarsi alla fine dei tempi, in prossimità dell’Apocalisse che avrebbe portato al Regno di Dio. Anche l’epoca dei greci e dei romani è totalmente priva di un concetto di progresso inteso come un mutamento in meglio: ne è testimonianza l’assenza di un termine con questo significato nelle opere dei grandi storiografi dell’antichità, come Tucidide e Senofonte. Questi popoli avevano una concezione ciclica del tempo, che prevedeva che a una fase di ascesa seguisse sempre e inevitabilmente una fase di regresso, ed era comune l’idea che il mondo – usando una metafora biologica – si trovasse in una stadio di vecchiaia.
Il filosofo e storico Reinhart Koselleck, nell’opera Il vocabolario della modernità, racconta un aneddoto: a fine Ottocento, in un piccolo villaggio tedesco, il penultimo figlio di una famiglia di artigiani è stato appena cresimato. La tradizione vorrebbe che lui, una volta tornato a casa, ricevesse il suo ultimo ceffone prima di poter, finalmente, sedersi al tavolo dei grandi (i bambini mangiavano in piedi). Tuttavia, accade qualcosa di diverso: all’ultimo figlio della famiglia, non ancora cresimato, viene permesso di sedersi al tavolo, senza ceffone! “È il progresso!” spiega il padre. Sembra quindi che, appellandosi al concetto di progresso, il padre si sgravi della responsabilità personale della sua decisione, come a dire “il progresso, come una forza ineludibile che trascina tutto con sé, ha deciso per me”.
Perché interrogarsi sul concetto di progresso oggi?
È evidente che non possiamo più ignorare i costi umani e ambientali della tecnologia e dei comfort odierni. A partire dal recupero delle materie prime necessarie alla costruzione dei nostri devices, passando per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, la storia della tecnologia è una storia di sfruttamento di risorse umane e ambientali. Pensiamo, per esempio, ai Data Center e all’ingente consumo di acqua necessario per raffreddarli, oltre ai danni che provocano sulle persone, sulla fauna e sull’ambiente intorno ai quali sorgono.

Ma se la tecnologia, e parliamo in particolare dell’IA, ha degli effetti così negativi sulla nostra vita, ha senso continuare a svilupparla? Insomma, il gioco vale la candela? In alcuni campi, ad esempio la medicina, saremmo tentati di rispondere di sì: se abbiamo la possibilità di sviluppare tecnologie capaci di curare malattie prima d’ora incurabili e salvare vite, abbiamo il dovere morale di farlo! Questo dovere appare sicuramente meno cogente in altri ambiti: sfruttare ChatGpt per riassumere un testo di certo è comodo, ma non è possibile affermare in alcun modo che farlo possa costituire un dovere morale. Anzi, si potrebbe sostenere il contrario.
Chi è favorevole all’investimento nella ricerca sull’IA e al suo utilizzo potrebbe rispondere allo stesso modo del padre nell’aneddoto sopracitato: “È il progresso!”. Questa affermazione viene fatta sottintendendo che il progresso, in quanto tale, sia qualcosa di inevitabile, a cui semplicemente ci si debba adattare. Questa è sicuramente una narrazione che può fare comodo a qualcuno, ma è davvero così?
Un argomento che, invece, spesso viene invocato per esortare ad avanzare con più cautela nello sviluppo delle nuove tecnologie è sintetizzabile nel principio per il quale il fatto che sia possibile fare qualcosa, non significa che lo si debba necessariamente fare – o, in altre parole – non tutto ciò che è tecnicamente possibile è perciò stesso eticamente accettabile (parole pronunciate anche da Papa Francesco). È da questa idea che nasce l’urgenza di un’etica della tecnologia che provi a mettere dei limiti.
Quali domande dobbiamo porci?
Una prima questione da affrontare è: chi stabilisce cos’è un progresso? Si potrebbero fare innumerevoli esempi a riguardo: una piattaforma come Shein, che offre milioni di articoli ad un prezzo irrisorio, può sembrare entusiasmante e potrebbe essere ritenuta un a forma di progresso; ma si può ancora parlare di progresso quando questa quantità smisurata di oggetti e indumenti – perlopiù fatti di plastica – inquina il nostro pianeta e produce conseguenze irreversibili che si ripercuotono soprattutto sui paesi più poveri? O quando questi oggetti vengono prodotti da lavoratori sottopagati, costretti a condizioni di lavoro disumane e pericolose? Appare evidente che il progresso è una questione di punti di vista, ma soprattutto di privilegio e di classe sociale.
Una seconda questione e se il progresso sia da intendersi come un processo di avvicinamento verso un fine già stabilito e, se sì, quale sia questo fine. Siccome questa visione orientata teleologicamente risulta essere problematica a causa dell’arbitrarietà con cui soltanto si può stabilire quale fine universale debba orientare l’intera l’umanità, nel dibattito contemporaneo si cerca di andare nella direzione di un concetto di progresso non teleologico.
Il rischio, infatti, è quello di imporre un’unica idea di progresso che rispecchi esclusivamente la storia occidentale-europea, oscurando la pluralità delle culture. Dunque, come sostiene la filosofa Rahel Jaeggi in Progresso e regressione, se vogliamo conservare il concetto di progresso dobbiamo iniziare a pensare a una pluralità di progressi e non a un unico progresso possibile, affinché nessun popolo venga lasciato “nella sala d’attesa della storia” (espressione dello storico indiano Dipesh Chakrabarty).
Un’ulteriore questione è se il progresso tecnico-scientifico e quello morale-sociale vadano di pari passo: come accennato precedentemente, lo sviluppo dell’IA impone un progresso anche sociale e morale, che deve concretizzarsi nello sviluppo di un’etica della tecnologia. Un esempio di questione sociale legata all’IA è il problema della sostituzione del lavoro umano.
Dunque, “È il progresso!” può essere una risposta sufficiente agli interrogativi dei nostri tempi? Utilizzare la categoria di progresso ha ancora senso alla luce di tutti i problemi che abbiamo evidenziato? Questa non è la sede opportuna per dare risposte, ma possiamo provare a sollevare domande. Per un approfondimento sul tema, consiglio le opere sopracitate.
Ludovica Portuesi
Fonti
A cura di Militello Elio Rosario, Treccani, “L’inverno dei valori. L’Occidente ha perso la battaglia culturale?”, ultima consultazione: 10 luglio 2026, link: https://www.treccani.it/magazine/chiasmo/diritto_e_societa/68-valore/l-inverno-dei-valori.html
Campanile Emanuele, “Papa: non tutto ciò che è eticamente possibile, è eticamente accettabile”, Vatican News, 18 novembre 2017, ultima consultazione: 10 luglio 2026, link: https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2017-11/papa–non-tutto-cio-che-e-tecnicamente-possibile–e-eticamente-a.html
Rahel Jaeggi, Progresso e regressione, Castelvecchi, 2025.
Reinhart Koselleck, Il vocabolario della modernità, Bologna, Il Mulino, 2009.





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