Il cinema italiano si è spesso trovato davanti a un bivio pericoloso nell’affrontare il tema dell’autismo: da un lato con il rischio di cadere nella trappola del paternalismo commiserevole; dall’altro, nell’idealizzazione pedagogica. Esordendo come regista nel 2025 con La vita da grandi, Greta Scarano scardina i vecchi automatismi con profonda ironia e sincerità.
Ispirato alla storia vera dei fratelli Margherita e Damiano Tercon — e al loro libro Mia sorella mi rompe le balle. Una storia di autismo normale, edito da Mondadori — il film traspone la quotidianità di Irene e Omar, due fratelli costretti a ridefinire il legame che li unisce e il proprio concetto di futuro.
La trama de La vita da grandi: l’ironia come rivendicazione
La sceneggiatura — firmata dalla stessa Scarano insieme a Sofia Assirelli e Tieta Madia — sceglie fin da subito la via della commedia drammatica, rifiutando ogni forma di ricatto emotivo. Omar, interpretato da Yuri Tuci (vincitore del Nastro d’argento per il miglior attore), è un ragazzo autistico ad alto funzionamento con un sogno: conquistare l’indipendenza e tentare la strada del talent show Yes you can. Al contempo, la sorella Irene (Matilda De Angelis) si trova improvvisamente a dover gestire la propria quotidianità in una Rimini insolita e solare. Nel raccontare questa vicenda, il film rifiuta la narrazione del “sacrificio”.
Il punto di forza della scrittura risiede nell’onestà di Omar. La sua neurodivergenza non viene trattata come un limite o come un superpotere, ma come una lente d’ingrandimento puntata sulle ipocrisie e sulle rigidità del mondo dei neurotipici. L’umorismo non è mai esercitato sulla neurodivergenza, ma nasce dalla dinamica relazionale, diventando lo strumento principale con cui Omar rivendica il proprio spazio nel mondo. È lo stesso protagonista a mettere in chiaro le cose in una scena del film:
“Non voglio fare il problematico tutta la vita. Sennò i miei sogni di sposarmi, mettere su casa e famiglia e diventare un cantante famoso potrebbero non realizzarsi mai.”
Il dramma invisibile dei “siblings”
Se Omar rappresenta il motore dell’azione, l’arco emotivo più intimo appartiene invece a Irene. Il film ha il grande merito di accendere i riflettori su una figura spesso invisibile nella narrazione sociale e cinematografica: i siblings (chiamati anche “fratelli di vetro”), ovvero i fratelli o le sorelle delle persone neurodivergenti.
Il termine definisce appunto i fratelli del soggetto neuroatipico, ma racchiude un vissuto emotivo profondo. L’immagine dei “fratelli di vetro” descrive pertanto la loro apparente trasparenza all’interno di dinamiche familiari in cui le attenzioni sono inevitabilmente assorbite dalle necessità del figlio più fragile. Irene incarna perfettamente questa realtà complessa attraverso sfumature che il cinema raramente racconta:
- Il senso di colpa precoce: Molti siblings crescono cercando di essere “figli perfetti”. Tentano quindi di non occupare troppo spazio e di non dare preoccupazioni ai genitori, sentendosi quasi in colpa per la propria indipendenza.
- La genitorializzazione anticipata: Spesso, fin da piccoli, questi ragazzi assumono responsabilità che spetterebbero agli adulti. Imparano a proteggere, a mediare e a fare da scudo al proprio fratello nei confronti del mondo esterno.
- L’ansia per il “Dopo di noi”: È il fulcro che blocca Irene. Questa inquietudine porta a chiedersi costantemente cosa accadrà quando i genitori non ci saranno più, unitamente alla paura di dover sacrificare i propri sogni e la propria giovinezza a vantaggio del senso del dovere.
La crescita di Irene passa attraverso la comprensione del fatto che valorizzare l’unicità di Omar significa smettere di fargli da custode e lasciarlo libero di sperimentare la propria vita e di sbagliare.
Lo regia pop di Greta Scarano
Dietro la macchina da presa, Greta Scarano adotta una cifra stilistica fresca e dinamica, capace di sintonizzare l’estetica del film con l’energia interiore dei suoi protagonisti. La fotografia di Valerio Azzali, inoltre, restituisce una Rimini luminosa — caratterizzata dalla dimensione marittima —, e a tratti malinconica, che si fa specchio continuo degli stati d’animo di Irene e Omar. Lontana dalle atmosfere cupe del dramma sociale tradizionale, la regia si affida a un montaggio serrato che comprime la narrazione in 96 minuti, azzerando i tempi morti.
Il vero colpo di genio, però, va alla gestione della colonna sonora. La passione di Omar per il rap non è un mero dettaglio: le rime di Fabri Fibra diventano la voce stessa del protagonista, il perimetro di libertà in cui le sue parole possono correre veloci senza filtri sociali. La musica unisce i due fratelli e scandisce i momenti di tensione emotiva.
“A volte gli autistici sono goffi. Io. Fanno fatica a guardare negli occhi. Io no. Possono mugugnare o muovere le mani o i piedi. Io quando sono agitato o emozionato. Insomma, gli autistici sono tutti diversi quindi probabilmente alcuni di questi punti possono andarsene a quel paese. Ma quale paese, mi chiedo io? Io preferirei Senigallia, piccolo comune in provincia di Ancona, dove è nato Fabrizio Tarducci, in arte Fabri Fibra.”
Cosa significa davvero “diventare grandi”?
Il culmine del film si consuma sul palco del talent show Yes you can, momento che va letto in quanto manifestazione di una profonda risoluzione intima. La vera “spiegazione del finale” di La vita da grandi non sta tanto nel verdetto dei giudici, quanto nella risposta alla domanda silenziosa che attraversa tutta la pellicola: cosa succederà “dopo“?

Il film suggerisce che l’indipendenza non è un traguardo che Omar deve raggiungere da solo, né un peso che Irene deve caricarsi sulle spalle rinunciando alla propria vita e alle proprie passioni. Diventare grandi significa semplicemente ridefinire le distanze. La vera inclusione si traduce nel diritto, per Omar, di camminare nel mondo e di cadere con le proprie gambe; per Irene, di lasciare le vesti di guardiana per tornare a essere semplicemente una sorella.
Deborah Solinas
Fonti
Abate Valentina, “La vita da grandi è il film che segna il debutto alla regia di Greta Scarano: «Crescere significa anche fare pace con il proprio passato»”, Vogue Italia, 19 gennaio 2026, ultima consultazione: 30 giugno 2026, link: https://www.vogue.it/article/greta-scarano-intervista-la-vita-da-grandi




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