Come i grandi. Come le le leggende.
Tadej Pogacar entra nel novero dei ciclisti campioni della Grand Boucle per cinque volte, dopo Anquetil, Merckx, Hinault e Indurain. Lo fa con un’aura intatta di invincibile, di alieno, di corridore troppo al di sopra dei propri avversari.
I protagonisti: il re indiscusso
La prima vittoria al Tour è stata un’impresa contro ogni pronostico; la seconda la certificazione del fuoriclasse; la terza è stata la rivalsa dopo le due sconfitte precedenti; la quarta un dominio inarrestabile. Per questa quinta vittoria, invece, si può iniziare a cambiare il dibattito: ormai non il più grande della sua generazione, bensì il più grande di sempre.
Non si tratta tanto di vincere, infatti, ma di avere il più totale controllo su ogni aspetto della corsa. In questo senso, è stata emblematica la vittoria a Gavarnie-Gedre: Pogacar scollina il Tourmalet compiendo il record di ascesa, 43’ 02’’, e planando verso la lunga e pedalabile salita finale. A ogni chilometro ha incrementato il suo vantaggio, scavando un solco sempre più abissale nei confronti di chi lo inseguiva. Una vittoria alla Coppi, come quando alla radio si era deciso di mettere musica da ballo perché non c’era più nulla da raccontare sulla corsa.
Un altro record smantellato da Tadej è stato quello dell’ascesa ad Alpe D’Huez. Un controllo assoluto sulla tappa, che lo ha portato ad affrontare l’ascesa in solitaria, nel tentativo di recuperare i fuggitivi.
Tre minuti in un’ascesa sono complessi da recuperare, in particolare se in testa alla corsa si trovano corridori del calibro di Richard Carapaz, Jay Hindley e Sepp Kuss, scalatori di valore assoluto. Eppure, sui tornanti mitici della salita più famosa di Francia (e forse del mondo), Pogacar attraversa la folla sfrecciando, raggiunge i fuggitivi intorno al chilometro e mezzo prima del traguardo e li stacca imperiosamente. Al traguardo della 19^ tappa, il cronometro dell’ascesa segna 35’27”. 1’13’’ meglio del tempo mitico di Marco Pantani ventinove anni prima.
Insomma, un Tour in cui Pogacar ha saputo dominare chirurgicamente, vincendo cinque tappe e lasciando scolpito il proprio nome tra le curve e le ascese della storia del ciclismo e sapendo essere, non solo capitano, ma anche gregario del proprio compagno Del Toro, dirigendo la corsa come la propria orchestra.
Delusioni e conferme
Tornando agli umani: fra gli innumerevoli campioni in corsa in questa edizione della Grand Boucle i più attesi erano sicuramente Jonas Vingegaard e Remco Evenepoel.
Il Re Pescatore, reduce da un Giro d’Italia dominato in lungo e in largo, era pronto a rinnovare la sfida con Pogacar. E fin dalla prima settimana ha dato dimostrazione di essere l’unico in grado, se non di replicare, perlomeno di reagire alle tempeste di watt del campione sloveno, vincendo anche la cronometro a squadre iniziale.
Nella 15^ tappa, tuttavia, con arrivo a Plateau de Solaison, il Danese sbaglia su una curva e va a sbattere contro il marciapiede. Risultato: rottura della clavicola e corsa finita.
Sulle ragioni della caduta, anche gli avversari, rammaricati per la perdita dell’avversario, hanno sottolineato il controllo antidoping avvenuto durante la notte a causa di alcune irregolarità nelle procedure dei giorni precedenti. Il mancato riposo avrebbe influenzato la lucidità del corridore danese, causando la scivolata per cui si è dovuto ritirare.
Gli errori del passato non possono riversarsi sul presente. I corridori hanno diritto a conservare la condizione migliore all’interno della corsa, ma è pur vero che quello del doping è un fantasma che aleggia sul ciclismo con enorme forza ancora oggi, ed è indelebile il ricordo della Damnatio memoriae di Lance Armstrong e delle sue vittorie. A prescindere da tutto questo, la caduta di Vingegaard è stata una perdita sanguinosa in questo Tour.
Chi ha dimostrato fino alla fine una condizione straordinaria è stato Remco Evenepoel. Partito con i gradi di co-capitano con Florian Lipowitz (ritirato), è stato sempre fra i migliori in salita, senza essere uno scalatore puro. Nella terza settimana, inoltre, è persino riuscito ad attaccare in salita, sia nella tappa dell’Alpe d’Huez sia nella successiva (sempre con arrivo all’Alpe D’Huez, ma da un versante inedito), arrivando solo dietro all’instancabile maglia a Pois Richard Carapaz.
Per Remco si tratta di una conferma grandiosa, che non certifica le sue qualità (quelle erano già presenti a tutti), ma la sua condizione di corridore completo, tra i migliori della sua generazione. Vince anche due tappe: una, come previsto, a cronometro, un’altra, invece, proprio in salita.
Applausi al primo degli umani. Applausi per Remco.
Un futuro che è già presente. Alla ribalta i giovani
Sull’ultimo gradino del podio, il compagno di Pogacar, Isaac Del Toro, vincitore della maglia bianca con i suoi ventidue anni. È giusto menzionare il lavoro enorme fatto dal capitano per il suo delfino, arrivando a lasciargli una vittoria a Barcellona, nella seconda tappa, e tirandolo in salita nel secondo arrivo all’Alpe d’Huez, per evitare distacchi o recuperi da parte degli avversari.
Ciò, però, non toglie la qualità cristallina del Messicano, fenomeno destinato a infiammare le corse a venire. Non è poi da sottovalutare che questo lavoro del capitano della Uae per il suo secondo è un attestato di stima enorme, un passaggio di consegne per il futuro, che certifica la posizione di Del Toro nell’olimpo dei corridori.
Subito ai piedi del podio, invece, la nuovissima stella del ciclismo francese.
Su Paul Seixas le pressioni sono state, fin da subito, enormi. E l’Angelo di Lione non ha sfigurato. Una corsa autorevole, di incredibile personalità per un diciannovenne, restando sempre tra i migliori in salita. La sua giovane età lo ha forse tradito nella più volte citata tappa n^20, in cui, sul Col De La Sarenne, ha cercato di attaccare alla ricerca del podio. Il suo tentativo forsennato gli si è ritorto contro, portandolo a una crisi. Eppure è stato quasi commovente vedere in lui un ragazzo che non ha nulla da perdere, e non ha nulla in più dei suoi pochi anni, di un giovanissimo che prova a far saltare il banco anche se sa che, molto probabilmente, a saltare sarà lui. Un esempio di meravigliosa incoscienza, essenza di questo sport.
Si chiude così la centotredicesima edizione di questa grande corsa. Un’edizione che non ha deluso le aspettative degli appassionati, anche se la vittoria è stata come da pronostico.
Purtroppo, è necessario sottolineare la presenza di un ulteriore protagonista della corsa, non richiesto ma probabilmente sempre più ingombrante. La Canicule vissuta dai corridori è stata devastante. La corsa è stata portata a termine, ma sembra che non si potrà sopportare a lungo. Al calore si è aggiunto il fuoco, tremendo e devastatore, giunto persino alle porte di Parigi come la corsa stessa. Anche qui, lo sport si configura come specchio di una società, come specchio di un cambiamento che, estate dopo estate, sembra irreversibile.
Arturo Gerace
Fonti
Tour de France, Pogacar: “Vincere sull’Alpe d’Huez è speciale, qualcosa di pazzesco”, Skysport, 24/07/2026, ultima consultazione: 03/08/2026, link: https://sport.sky.it/ciclismo/2026/07/24/tour-de-france-tadej-pogacar-tappa-19-alpe-d-huez
Pellegrini Luca, Tour de France 2026, Tadej Pogačar demolisce il record di scalata del Tourmalet, SpazioCiclismo, 09/07/2026, ultima consultazione: 03/08/2026, link: https://cyclingpro.net/spaziociclismo/tour-2026/tour-de-france-2026-tadej-pogacar-demolisce-il-record-di-scalata-del-tourmalet/




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