Lo scorso 6 agosto, nella sua casa di Pavana, se n’è andato Francesco Guccini. Aveva 86 anni e da tempo la salute non lo aiutava più. Restano le canzoni: quasi sessant’anni di dischi, personaggi, invettive, malinconie e osterie. E restano, soprattutto, la capacità di raccontare l’Italia, come farebbe un cronista attento, e il coraggio di alzare la voce contro il potere, quando serve, come fa uno che non ha paura di perdere il pubblico. Guccini è stato tutte queste cose, spesso nella stessa canzone. Per capirlo, meglio scegliere qualche brano e lasciare che siano le sue canzoni a raccontare chi era e cosa ha rappresentato per il nostro paese.

Le radici, prima di tutto
Partiamo da Pavana, il posto del cuore di Guccini, dei ricordi della sua famiglia, dove ha trascorso l’infanzia. I boschi, i fiumi e la vita di questo paese hanno ispirato molte delle sue opere e album storici, come Radici.
Lo racconta bene, quasi cinquant’anni più tardi, “Natale a Pavana” (2019): una poesia in musica, in dialetto locale, che racconta ricordi d’infanzia del dopoguerra, il viaggio che Francesco Guccini intraprendeva da Modena per passare il Natale con la famiglia a Pavana. Nel testo troviamo il cantautore bambino, con i calzoncini corti, che percorre con la mamma e il papà la lunga strada fra montagne di neve per raggiungere il paese. C’era la fretta di arrivare prima che facesse notte, l’arrivo alla casa di Pavana, il calore della famiglia e i piaceri semplici della casa dei nonni, che rappresentava un porto sicuro, con tutti i parenti riuniti. Nel testo si sente il forte legame con il paesaggio naturale, scandito dal rumore dell’acqua del torrente e del mulino di famiglia che macinava castagne, frumento e granoturco, che allora significavano ricchezza e sopravvivenza.
Un dio che muore, un’Italia che cambia
“Dio è morto” esce nel 1965: la controcultura è arrivata in Italia e con essa un desiderio di cambiamento che la canzone di protesta permette di intercettare. Guccini scrive di falsità, abitudini e paura, di perbenismo e ipocrisia, di una generazione che non crede più in questa società e per questo nemmeno nel suo Dio. È un atto d’accusa contro il conformismo dei padri, contro chi si accontenta e scambia il quieto vivere per moralità. Guccini aveva ventitré anni e aveva già capito che raccontare l’Italia significava anche disturbarla. E non smette di farlo.
Una locomotiva contro tutto
Nel 1972 arriva “La locomotiva“, otto minuti di brano costruiti su una storia vera di fine Ottocento: è il 1893, quando un macchinista lancia il proprio treno a tutta velocità contro la stazione di Bologna. Il personale ferroviario riesce a deviarlo su un binario morto: nessuno muore, ma il protagonista rimane gravemente ferito. I motivi restano oscuri, ma l’opinione pubblica ci legge un atto di protesta contro l’ingiustizia sociale; per i giornali, invece, era solo follia.
Ottant’anni dopo, Guccini prende in prestito quella storia e la trasforma in un testo anarchico, romantico, carico di retorica epica come le ballate popolari di inizio secolo. Il brano diventa un vero e proprio inno, tanto che per decenni ha chiuso quasi ogni suo concerto.
Un atto d’accusa, non una cronaca
Se c’è un brano che mostra bene il coraggio di Guccini, è “Piccola storia ignobile” (1976). Racconta di una ragazza rimasta incinta che decide di abortire clandestinamente perché, all’epoca, l’interruzione di gravidanza costituiva ancora un reato, punito dalla legge oltre che dal pregiudizio.
La cosa importante è il verso in cui Guccini punta il dito. Non contro di lei, ma contro chi le sta intorno: i genitori, il fidanzato, la morale comune, tutti pronti a spingerla verso il segreto pur di salvare le apparenze, e poi a fingere che non sia successo nulla. È un pezzo durissimo, scritto mentre l’aborto era ancora al centro di uno scontro civile enorme nel paese. Guccini sceglie senza ambiguità da che parte stare: quella della ragazza, contro l’ipocrisia borghese e cattolica che la circonda.
Dall’osteria al duello
Il cuore di questa breve retrospettiva è, forse, nel confronto tra due canzoni, distanti vent’anni l’una dall’altra.
La prima è “L’avvelenata” (1976), uno sfogo rabbioso e liberatorio: Guccini risponde a chi lo accusa di essersi “venduto” al successo, a chi gli appiccica etichette, alle chiacchiere dei critici e ai giudizi “tanto per dire” tipici di un certo ambiente culturale. È una reazione quasi da bar, diretta e senza troppi giri di parole.
La seconda è “Cirano” (1996), che arriva dopo due decenni di carriera ed è tutta un’altra cosa: l’invettiva diventa universale, contro il gregge amorfo e conformista dei nasi corti, la metafora di una visione meschina, miope e calcolatrice. Guccini presta la voce al personaggio di Rostand: un uomo segnato da un naso enorme, capace di respingere il mondo a parole ma non di conquistare l’amore che desidera, che può solo scrivere, verso dopo verso.
Tra le due canzoni passa la stessa distanza che separa la rissa personale dalla battaglia di principio, ma il bersaglio è simile: chi giudica dall’alto, chi ha il potere di stabilire cosa sia giusto e cosa no.
Restare, ancora un po’
Guccini ha quasi sempre iniziato i suoi concerti con “Canzone per un’amica” (1967). Il testo è un doloroso omaggio a Silvana Fontana, una cara amica del cantautore, morta giovanissima in un incidente stradale in piena estate. La canzone è una riflessione su come le persone a volte si sentano immortali, non pensando a quanto improvvisa e assurda possa essere la fine. Ma il senso più profondo è un tentativo di sconfiggere la morte attraverso la memoria. Guccini si rivolge all’amica come se fosse ancora viva, desiderando che possa continuare ad ascoltare e a sorridere come un tempo. Questa canzone è un modo per dire che chi non c’è più in qualche modo resta con noi, se solo continuiamo a parlargli.
Oggi tocca a noi fare lo stesso con le canzoni di Francesco Guccini. Rimettere su un disco, riascoltare quella voce che racconta così bene l’Italia, la critica sociale, il senso della vita, le metafore e i sogni infranti. Semplicemente, sperare che il poeta continui ad ascoltare e, magari, a sorridere ancora un po’ della vita, insieme a noi.
Barbara Ferrari
Fonti
Apicella Amalia, “‘Canzone per un’amica’, a chi è dedicato uno dei brani più iconici e popolari del repertorio di Francesco Guccini”, il Resto del Carlino, 6 agosto 2026, ultima consultazione: 30 agosto 2026, link: https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cultura/canzone-per-un-amica-a-chi-e-dedicata-qmxd55ti
La7 Attualità, “La storia della nascita della Locomotiva di Francesco Guccini”, 16 dicembre 2019, ultima consultazione: 30 agosto 2026, link: https://www.youtube.com/watch?v=qEmQqh5kGy4
Vinci Alessia, “‘L’avvelenata’: la canzone che cambiò la storia della musica italiana”, The Password, 13 marzo 2026, ultima consultazione: 30 agosto 2026, link:
https://thepasswordunito.com/2026/03/13/lavvelenata-la-canzone-che-cambio-la-storia-della-musica-italiana/
Wikipedia, Francesco Guccini, ultima consultazione: 30 agosto 2026, link:
https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Guccini




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