Quante volte vi è capitato di vedere un video sui social e pensare: “questo bambino sembra già un adulto”?
Purtroppo, negli ultimi anni, il fantasma dell’adultizzazione precoce si sta diffondendo sempre di più.
Che cos’è l’adultizzazione dei bambini
L’adultizzazione è un processo attraverso il quale un bambino viene spinto ad assumere precocemente ruoli, responsabilità, preoccupazioni o competenze emotive tipiche dell’età adulta, spesso a discapito dei propri bisogni evolutivi (https://gam-medical.com/adultizzazione-post-traumatica/?srsltid=AfmBOopATqPUmdVKw5gABYovIZuKbtTLaOZJ_tu5WIxK3rk43M8RnOdq).
Si bruciano le tappe e i bambini diventano subito piccoli adulti, assumendo dei ruoli che ancora non appartengono loro. A loro può sembrare un gioco divertente, ma non lo è.
Si mostrano competenti, capaci, smaliziati. È bello che i bambini non provino un sentimento di vergogna e che siano più responsabili; meno belli sono i rischi a cui possono andare incontro.
L’influenza dei social media
TikTok, Instagram e YouTube sono i tre social più utilizzati da bambini e adolescenti. Nonostante i limiti di età per l’utilizzo, impostati a 13-14 anni, molti bambini iniziano a usarli anche da soli, già a 8-9 anni, inserendo date di nascita false nelle informazioni e immagini del profilo generiche (fiori, macchine, personaggi di anime ecc.)

In particolare, il macro-mondo del beauty e della skin-care entra prepotentemente nella vita delle adolescenti sempre prima, come evidenziato da uno studio del Boston Consulting Group (https://www.bcg.com/press/3june2025-il-settore-beauty-conquista-i-piu-giovani-il-23-di-spesa-dellultimo-anno-e-teen).
Le differenze di genere
Quante volte, da bambine, ci è capitato di indossare i tacchi della mamma o provare a mettere il suo rossetto? Erano giochi che avvenivano tra le mura di casa, con spensierata innocenza. Oggi, invece, non si tratta più di giochi. Pensiamo ai termini “Lolita” e “ninfetta”, per i quali non esiste un corrispettivo maschile.
Le bambine, complici il make-up e l’abbigliamento, sono maggiormente coinvolte in situazioni di adultizzazione e sessualizzazione, potenzialmente pericolose.
Piccoli in vetrina
Silvia Demozzi ha descritto perfettamente questi piccoli adulti in vetrina:
E, dunque, assistiamo a una carrellata di piccole Lolite e piccoli gagà ammiccanti, a una schiera di “piccoli adulti in vetrina” che ci attraggono e ci stupiscono con i loro “talenti” e la loro straordinaria bellezza. Protagonisti di trasmissioni televisive (la cui audience è fatta da adulti) in prima serata o di campagne pubblicitarie sulle riviste di alta moda, piccoli e piccole spettacolarizzati, osannati, imbellettati fino al grottesco (con denti finti, parrucche, abbronzatura spray) si muovono come burattini con in bocca “parole adulte” che mai sono state censurate e di cui non conoscono il significato.)
Le sue parole possono apparire un po’ forti, ma sono fondate. Banalmente, basti pensare a tutte le situazioni nelle quali un bambino canta canzoni con parole non adatte alla sua età e testi violenti o diseducativi.
A titolo esemplificativo, tra i tanti show televisivi, si possono citare Io canto e Ti lascio una canzone, due talent musicali con protagonisti bambini andati in onda, rispettivamente, su Canale 5 e RaiUno tra il 2008 e il 2013.
Questi programmi non vanno più in onda, complice anche il fatto che i piccoli partecipanti (e i loro familiari) ci rimanevano male se il voto di un giurato era troppo basso, creando polemiche che forse giovavano allo spettacolo, ma non ai bambini. Si era pensato di eliminare i voti o di dare solo voti alti, ma a quel punto non ci sarebbe stata la gara.
A oggi, troviamo il programma su RaiUno The voice kids: c’è solo un vincitore, ma non ci sono i voti, e sembra che a vincere sia soprattutto il coach/giudice.
Sharenting e baby influencing
Lo sharenting consiste nel pubblicare e condividere foto dei propri figli prima che essi abbiano l’età per esprimere il loro consenso. “Sembra più grande”, “Non ha ancora l’età, ma la dimostra, “Non succede niente di grave”, “C’è il mio permesso” rientrano tra le frasi più comuni pronunciate dai genitori.
Di fatto, i bambini lavorano. Se gli influencer si battono affinché la loro attività venga riconosciuta come un lavoro a tutti gli effetti, allora anche un baby influencer è un lavoratore. Non va a lavorare nei campi, ma sta comunque svolgendo un’attività che non è consona alla sua età e che non ha scelto consapevolmente.
Se in passato la “prole” era fonte di guadagno perché aiutava i genitori con il lavoro agricolo o le faccende domestiche, oggi mamme, papà e altri familiari si fanno dare una mano con video e contenuti.
Cambiano i tempi, ma non gli scenari.
Il “mini me”
“Mamma, mamma, voglio vestirmi come te”, e la moda arriva subito a soddisfare la richiesta, come evidenzia anche il giornale il Post:
La sapienza delle aziende tradizionali è fondamentale anche nel realizzare la moda più importante dell’abbigliamento di lusso per bambini: il mini me, ovvero la scelta di genitori e figli di vestirsi nello stesso modo. Recentemente è stata promossa da influencer e celebrità sui social network – come Kim Kardashian e Beyoncé con le figlie North West e Blue Ivy e Victoria Beckham con la figlia Harper – ma è alla base della nascita dell’abbigliamento di lusso per i piccoli, come testimonia la storia dell’azienda francese Lanvin.
Conseguenze
Dietro ogni azione, ci sono sempre delle conseguenze. Anche se all’apparenza i bambini sono felici di queste dinamiche e vivono tutto con spensieratezza, l’utilizzo prolungato e precoce dei social e le pressioni legate al loro “ruolo” possono causare problemi di autostima, ansia e depressione.
Tutte queste sono soltanto le conseguenze a livello psicologico, senza considerare i rischi legati al cyberbullismo e pedopornografia.
Recentemente, ha fatto discutere la scelta dell’influencer Giulia De Lellis di non mostrare il volto della figlia Priscilla su alcun social. Una scelta condivisibile, motivata, a suo dire, dai numerosi rischi del web; peccato che, come le è stato fatto notare più volte, mostri le sue nipoti (figlie della sorella) sui social e conduca un podcast intitolato The Piccologi!
L’adultizzazione precoce non è solo una conseguenza dei social, ma il riflesso di una società che spesso chiede ai più giovani di crescere troppo in fretta.
Restituire valore all’infanzia e all’adolescenza significa riconoscere il diritto di ogni ragazzo e ragazza a vivere ogni fase della crescita con i propri tempi. Solo così i social potranno diventare uno strumento di espressione e non un luogo di “lavoro”.
Elisabetta Noce
Fonti
Adultizzazione post-traumatica, 12 giugno 2026, Gam medical, ultima consultazione: 6 luglio 2026, link: https://gam-medical.com/adultizzazione-post-traumatica/?srsltid=AfmBOopATqPUmdVKw5gABYovIZuKbtTLaOZJ_tu5WIxK3rk43M8RnOdq
Boston consulting group, “Il settore beauty conquista i più giovani: il 23% di spesa dell’ultimo anno è teen”, 3 giugno 2025, ultima consultazione: 6 luglio 2026, link: https://www.bcg.com/press/3june2025-il-settore-beauty-conquista-i-piu-giovani-il-23-di-spesa-dellultimo-anno-e-teen
Cavallo Arianna, “Com’è cambiata la moda per i bambini”, ilpost, 30 aprile 2022, ultima consultazione: 6 luglio 2026, link: https://www.ilpost.it/2022/04/30/moda-bambino-italia/
Demozzi Silvia, “La “violenza sottile”. Infanzia adultizzata e sfide pedagogiche”, Education Sciences & Society, 1/2017, link: https://journals.francoangeli.it/index.php/ess/article/view/4974/176




Rispondi