C’è chi si lamenta che ormai esiste un solo standard di bellezza, specialmente tra le superstar. I social network, tuttavia, sono un tripudio di mode, di trend e di estetiche di svariato tipo. Mai come oggi, le varie sottoculture che hanno rappresentato per lungo tempo una via di fuga dall’estetica tradizionale sono visibili. Ma è davvero tutto oro ciò che luccica? La comunità alternativa la pensa diversamente.

Foto di Alexander Blum via Wikimedia, dichiarata di pubblico dominio da parte del fotografo.
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I problemi delle sottoculture alternative sono cambiati dal periodo del Covid-19 a oggi. Se prima goth, emo, metallari, punk e simili erano considerati in controtendenza rispetto alle mode e, dunque, mantenevano per definizione una propria orgogliosa alterità, oggigiorno questa percezione è da analizzare con maggiore attenzione. I social funzionano a “bolle”, cioè raggruppano persone con uguali interessi al fine di creare più engagement possibile. Questo comporta che ogni community tende ad aumentare i propri membri non appena desta l’attenzione delle aziende. La comunità alternativa non è sfuggita a tale logica, ma proprio questa nuova ondata di attenzione da parte delle multinazionali, soprattutto nell’ambito della moda, desta preoccupazione.
Data la sua forte connotazione politica – derivante dalle sue radici punk – lo stile alternativo contiene giocoforza valori di rottura col sistema. Meme come la “goth mommy”, video virali come quello della “Starbucks goth girl” che sputa nel caffè e la riscoperta in chiave pop di icone sexy della sottocultura come Elvira, Morticia Addams o Raven dei Teen Titans fanno parte di un tentativo di depoliticizzazione della cultura alt. È un modus operandi che rientra a pieno titolo nel paradigma sociologico della performatività, elaborato dal linguista inglese John Austin e traslato in politica dalla sociologa femminista Judith Butler nel suo Performative Acts and Gender Constitution (1988). In esso si legge che il genere di una persona sarebbe sempre una performance, un’interpretazione degli aspetti che tradizionalmente sono legati al suo sesso di nascita: agli uomini devono piacere le moto, le auto e il calcio; alle donne i vestiti, le scarpe, le borse e così via.

Foto di Jreberlein via WIkimedia, licenza CC BY-SA 3.0.
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L’analisi critica della performatività come strumento di adattamento sociale si è poi estesa non solo al genere, ma anche ai fenomeni di costume. Il meme del “maschio performativo” con Birkenstock, camicia fantasia, baffi e tote bag con dentro un libro di Sally Rooney ne è un ottimo esempio. L’adattamento al trend viene letto come una performance e questo fenomeno ha coinvolto anche le sottoculture underground. Ancora una volta per ragioni commerciali e di profitto, s’intende.
Sempre Judith Butler, in Gender Trouble, parla della necessità delle donne di riappropriarsi della propria sessualità, diventando «soggetti e non oggetti». Il capitalismo, tendenzialmente, forza la meccanica opposta, una sessualizzazione sempre più martellante e pervasiva di ogni soggettività femminile, trans o cis che sia. Tale sessualizzazione viene venduta come unica via di normalizzazione di identità (sia fisiche che politiche) che non si confanno ai canoni estetici e sociali consueti. Anche la grassezza ha subìto questo tipo di trattamento, prima che tornasse di moda il fisico skinny.
Il problema che la sottocultura gotica denuncia più apertamente, infatti, è l’estrema sessualizzazione del loro modo di vestire. Lo stile goth stesso appare sui social quasi come un feticismo. Una performance, ma diretta a chi? Allo sguardo maschile, naturalmente. La dottoressa Butler spiega che quel complesso di privilegi maschili che oggi viene chiamato “patriarcato” non è altro che una piramide sociale in cui le identità femminili hanno sempre un ruolo subordinato, mantenuto in vigore con due forme di violenza molto efficaci: la misoginia e l’oggettificazione. Basti notare che il maschio performativo è sfottuto, sì, ma non è sessualizzato, al contrario della goth mommy. La glamourizzazione della pornografia e soprattutto del mondo del sadomasochismo costituisce uno dei più urgenti problemi della comunità alternativa. Un’altra questione è rappresentata dalle conseguenze politiche di questo approccio androcentrico.

Orange County Archives via Wikimedia, licenza CC BY 2.0.
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La donna (o persona percepita socialmente come tale), ridotta a oggetto del desiderio maschile, diviene inoffensiva. Non ha una reale identità indipendente dal maschio, dunque non ha potere su di esso. Nel mondo social della “maschiosfera” (o manosphere) si può constatare un fenomeno grottesco e inquietante tipico delle dinamiche maschiliste/patriarcali. Gli uomini odiano le persone appartenenti alle sottoculture alternative proprio a causa delle loro opinioni politico-sociali, che vengono feticizzate in modo da poterle sottomettere. Non è vera attrazione, è mera logica di potere maschile. L’oggettificazione, dunque, corrisponde a una totale disumanizzazione della persona che la subisce e al totale discredito di ogni sua opinione, che, anzi, diviene un fronte di attacco e di sottomissione.
È quasi ironico constatare come un mercato fatto di ritmi di produzione sempre più isterici non abbia altra scelta che attingere a un immaginario che ha sempre snobbato, cercando di venderlo al grande pubblico nella forma più degradante e vuota possibile. Non stupisce, certo, vista la profonda natura antisistema della sottocultura alt e goth in particolare: a fare le spese delle logiche di profitto del capitalismo sono ancora una volta le identità femminili e le comunità marginalizzate, sfruttate per fare soldi e poi, quando la moda sarà passata, di nuovo abbandonate. Ma la comunità alternativa è abituata a lottare, e certo non smetterà solo perché il trend è passato.
Vincenzo Ferreri Mastrocinque





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