Il nostro Paese ha bisogno di essere raccontato, quindi ha bisogno di essere visto, come un bambino ha bisogno di essere visto, come ognuno di noi ha bisogno di essere visto, di specchiarsi negli occhi degli altri. Quindi, la riflessione è semplicemente: cosa stiamo guardando?
Sergio Romano pronuncia queste parole in occasione della serata di premiazione della 71esima edizione dei David di Donatello, subito dopo essere insignito del David al Miglior attore protagonista per il film Le città di pianura (David al Miglior film 2026).
Le città di pianura di Francesco Saossai (2025) sceglie di raccontare una parte di Italia che normalmente si guarda poco: la pianura sperduta del Veneto, rurale e marginale, in cui il progresso sembra non essere mai arrivato, seppur agognato e ricercato. Il lavoro affannoso nelle aziende, i premi di riconoscimento per gli operai, il progetto di costruzione dell’autostrada Lisbona-Treviso-Budapest, infatti, non possono nulla contro la crisi del 2008, la vacuità e l’inutilità della carriera in fabbrica e la marginalità di questi paesi.
I protagonisti, Doriano e Carlo Bianchi, sono due ex operai di mezza età che conducono le loro giornate vuote bevendo e promettendosi che il prossimo giro sarà il bicchiere della staffa, ossia l’ultimo prima di salutarsi. Questo, ovviamente, non avviene mai.
I due sono in attesa del ritorno in Italia del loro amico Eugenio, Genio, che è scappato in Argentina nel 2007 aspettando che il suo reato vada in prescrizione: Doriano, Carlo Bianchi e Genio avevano, infatti, messo in piedi una vendita abusiva di occhiali rubati dalla fabbrica in cui lavoravano, accumulando un enorme capitale. Solo Genio, però, viene condannato e costretto alla fuga, diventando una sorta di Godot per Doriano e Carlo Bianchi, che nel frattempo hanno sperperato interamente la loro parte di bottino, mentre si narra che Genio abbia nascosto chissà dove la sua prima di partire.
Doriano e Carlo Bianchi trascorrono il loro tempo nel nulla, nell’inconsistenza, come avessero smesso di pretendere qualcosa dal mondo che li circonda:
– “Avevamo scoperto una roba veramente incredibile sulla vita”
– “Me la ricordi un attimo? Mi sa che mi son perso”
– “ […] Non me la ricordo più”
Le città di pianura in cui vivono, isolate, perse, grigie, rappresentano totalmente questa condizione.
Una delle scelte più coraggiose e innovative di Francesco Saossai è proprio l’aver concesso uno sguardo su uno degli ambienti meno solari e inflazionati d’Italia, oltre all’aver permesso di vedere che il mito della “vita lenta” non sempre si compie. La provincia non è sempre portatrice di valori autentici, di convivialità, di serenità; essa è molto più spesso sinonimo di chiusura, emarginazione, immobilità.
Doriano e Carlo Bianchi, nel loro infinito girovagare, incontrano il giovane Giulio, riservato studente di architettura che sta festeggiando la laurea della sua amica Giulia, di cui è innamorato. Quando Giulio, impacciato e fuori posto durante la festa, decide di allontanarsi, i due protagonisti lo seguono e lo convincono a unirsi a loro. Inizialmente lo vorrebbero riaccompagnare a casa, ma i tre finiscono per continuare insieme il vagabondaggio, alla ricerca del mitico “ultimo giro”.
Man mano, Giulio si sente sempre più a suo agio con i due ubriaconi, che gli mostrano uno squarcio della loro visione del mondo, insofferente e apatica ma al tempo stesso leggera e modesta.
Durante il loro viaggio, i tre riescono a entrare in un’antica villa fingendosi dei geometri che il proprietario stava aspettando. Quest’ultimo indica loro il giardino 500esco, in cui dovrà passare l’autostrada Lisbona-Treviso-Budapest abbattendone la maggior parte: “Distruggeranno tutto, non rimarrà più nulla di questa regione, solo un’enorme infrastruttura, solo modi di muoversi da un posto all’altro, ma nessun luogo dove andare”. Anche Giulio giunge alla stessa considerazione, osservando un affresco sulla parete, e affermando che quello rappresentato è uno scenario che non esiste, il cui obiettivo era unire il paesaggio delle montagne a quello lagunare, “senza tutte quelle città di pianura in mezzo”.
Qui risiede la risposta alla domanda iniziale, sul cosa è necessario guardare del nostro Paese. Anche i paesaggi immobili e quelli considerati non-luoghi hanno una propria anima. Anche il senso di dolce abbandono, di malinconico sconforto, di triste pace di alcuni territori merita di essere visto. Nessun ambiente deve essere cancellato: le città di pianura devono restare in mezzo.
Elisa Pantone
Fonti
Cavalletti Marisa, laletteraturaenoi.it, “Le città di pianura” di Francesco Sossai, 23 ottobre 2025, ultima consultazione: 20 luglio 2026. Link: https://laletteraturaenoi.it/2025/10/23/le-citta-di-pianura-di-francesco-sossai/
De Pascale Sara, ArteSettima, Il significato de Le città di pianura – Nessuno abita più le città, 10 ottobre 2025, ultima consultazione: 21 luglio 2026. Link: https://artesettima.it/2025/10/10/il-significato-de-le-citta-di-pianura-nessuno-abita-piu-le-citta-di-pianura/
Niola Gabriele, Wired, Le città di pianura è un film italiano che non rispetta nessuna regola ed è un caos narrativo irresistibile, 2 ottobre 2025, ultima consultazione: 20 luglio 2026. Link: https://www.wired.it/article/le-citta-di-pianura-film-italiano-caos-narrativo-irresistibile-cast-trama-recensione/
Wikipedia, Le città di pianura, ultima consultazione: 20 luglio 2026. Link: https://it.wikipedia.org/wiki/Le_citt%C3%A0_di_pianura





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