L’essere umano è un animale sociale. Ritrovarsi la sera in luoghi che favoriscono l’aggregazione per bere qualcosa, ascoltare musica o anche solo scambiare due parole è dunque una delle esperienze più condivise: riguarda giovani e anziani, benestanti e non, uomini e donne.
Quella che però dovrebbe essere una delle attività più libere, spontanee e genuine, spinta dal desiderio di “staccare” dopo una giornata o una settimana stressante, in molte delle sue forme diventa una performance: nella quasi totalità dei casi bisogna, infatti, assumere un certo comportamento che riflette un ruolo all’interno del sistema nel quale ci si inserisce, spesso e volentieri indipendente dalla propria personalità e dalle proprie preferenze individuali.
L’omologazione nei locali tradizionali
Emblema di questo fenomeno sono le discoteche e i locali notturni, luoghi in cui l’ostentare un certo modo di essere è il cuore pulsante che alimenta le serate.
Osservando le code fuori dai club è evidente come, complice la selezione pre-ingresso, sia ammesso un solo tipo di estetica: una pseudo-eleganza marcata da vestiti, pantaloni e polo o camicie attillate che riducono la persona a ciò che può offrire fisicamente. Questo aspetto tocca particolarmente il genere femminile al quale, nella logica malsana del guadagno, viene permesso l’ingresso gratuito per attirare uno sciame di clienti che ci ronzeranno intorno, consumando nel frattempo cocktail annacquati a prezzi più che inflazionati.
Oltre a questa estetica omogeneizzata e a un repertorio musicale tutt’altro che originale, le singole personalità scompaiono anche per via delle attività svolte durante la serata. Che sia farsi portare in pompa magna bottiglie strapagate da donne immagine iper-sessualizzate, documentando il tutto per pubblicarlo poi online, oppure cercare persone da “farsi”, neanche baciarsi — verbo che, almeno, riconosce l’umanità dell’altra persona — per poi dimenticarsene la mattina (o la sera stessa), l’unica cosa che conta è non capitolare mai dal ruolo assunto nel sistema.
Ovviamente non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, né tantomeno pensare che il problema sia nelle attività svolte, ma è ovvio che per essere clienti abituali di una discoteca bisogna, almeno parzialmente, mettere da parte la propria identità per uniformarsi a un gioco di ruolo.

La finta eterogeneità degli ambienti alternativi
Mentre in questi ambienti l’omologazione rimane un fenomeno esplicito, a tratti addirittura apprezzato e ricercato, esistono anche luoghi che rifiutano questa dinamica, ricadendoci poi però in modo implicito e subdolo; l’archetipo di “locale alternativo” e della sua clientela incarna perfettamente questa tendenza diametralmente opposta nel contenuto, ma molto simile nella forma: la performance c’è, ma è mascherata da anticonformismo.
Non è più la camicia o il vestito a essere il costume di scena, ma indumenti vintage sempre più ricercati e apparentemente originali, che nella loro diversità riflettono comunque la ricerca di uno status; tagli di capelli, abiti e accessori simili dimostrano che non esiste più un buttafuori fisico che controlla il vestiario, ma una serie di “regole non scritte” che lo impongono.
Ulteriore caratteristica che definisce questi luoghi e i loro frequentatori è un autoproclamato senso di superiorità e autenticità basato su diversi aspetti, passando dai generi musicali, toccando anche ad esempio gusti cinematografici e conoscenza enciclopedica di birre di nicchia.
Questo comportamento svuota la persona in un altro modo: se nei locali mainstream, quelli tradizionali, la personalità individuale è sostituita dalla necessità di un’immagine di sé rigida e assolutamente conforme alla massa, negli ambienti alternativi la spontaneità viene schiacciata da un elitarismo la cui performance è tutto meno che autentica e superiore.

La spontaneità del bar senza pretese
Il problema non sono le attività in sé, del tutto legittime e desiderabili, ma come queste si inseriscono all’interno di un contesto sociale nel quale da sempre ciò che è originale fa paura e va, a seconda della situazione, ridicolizzato o debellato.
Non è difficile immaginare come questa dinamica colpisca particolarmente coloro che non frequentano locali inseribili nella dicotomia mainstream/alternativo, che, anche se probabilmente non volontariamente, vivono il “fare serata” così come andrebbe vissuto: un momento di svago, lontano dalla finzione e dai ruoli assunti a lavoro, a scuola o all’università.
Moltissime volte chi passa la serata in un bar di periferia, di paese o di provincia, visto come squallido di fronte a locali chic o ricercati, viene additato come uno degli ultimi della società, complici sia per il vestiario, raramente curato o addiritura lo stesso della giornata lavorativa, sia per la qualità e quantità di alcolici consumati.
Sicuramente questi luoghi non sono perfetti e presentano numerosi difetti, ma nonostante questi giudizi, forse chi viene sminuito per la naturalezza con cui passa la sera in compagnia fra una sigaretta e una birra di troppo rappresenta l’ultimo baluardo di una socialità ingenua e genuina, che rifiuta la performance e il cui scopo ultimo è ritrovarsi spontaneamente e per piacere.

Biagio Formia
Fonti
“È giusta la selezione dei clienti all’ingresso delle discoteche?”, Unione Nazionale Consumatori Umbria, 24 febbraio 2023, ultima consultazione: 3 agosto 2026, link: https://www.consumatoriumbria.it/e-giusta-la-selezione-dei-clienti-allingresso-delle-discoteche/
Elisabetta Intini, “L’equazione del perfetto hipster”, Focus, 5 novembre 2014, ultima consultazione: 3 agosto 2026, link: https://www.focus.it/cultura/curiosita/lequazione-del-perfetto-hipster



Rispondi