La notte torinese
Durante le notti torinesi, sotto i portici e oltre la patina dei grandi festival istituzionali, dagli anni ’80 scorre un’energia carsica e puramente underground. Dagli spazi indipendenti, come il Bunker in Via Paganini e le imponenti arcate in ferro dell’ex struttura industriale di Parco Dora, fino ai bar in Borgo Dora, Torino non è mai stata una città senza personalità.
Così come ricorda anche Samuel Romano, storico cantautore del gruppo italiano Subsonica, la crisi della fabbrica Fiat negli anni ’90 ha fatto esplodere la club culture dei Murazzi. Ancora oggi rimangono strascichi di quell’eredità post-industriale torinese, che si è appropriata di certi angoli della città, legando musica dal vivo, rigenerazione urbana dal basso ed estetica visiva.
La città che suona ancora sottotraccia
A nord della città, il suono non è mai stato semplice intrattenimento da consumare passivamente con un drink in mano. Al contrario, è sempre stato un’esperienza identitaria, capace di creare una comunità coesa e far incontrare le diverse anime della città.
Questa dinamica ha preso avvio con i primi concerti punk e dub degli anni ’80 e ’90 e si è estesa fino alle odierne rassegne indipendenti e ai dj-set di musica elettronica sperimentale. Il sound torinese sopravvive ancora perché offre luoghi fisici di aggregazione reale e non filtrata, ponendosi come laboratorio permanente di resistenza sonora di fronte all’insistente gentrificazione di quartieri storici come il Quadrilatero e Vanchiglia.

Tra le molteplici realtà sorte negli anni ’80, Torino vanta un’ampia tradizione di ricerca sonora. Si ricorda l’inarrestabile gruppo dei CCC CNC NCN, simbolo di una stagione rumorosa e sperimentale, che dei suoni industriali e del rifiuto delle regole del mercato ha fatto un atto di pura libertà.
Attraverso serate organizzate in luoghi recuperati, il collettivo CCC CNC NCN — di cui facevano parte artisti, videomaker, performer e musicisti — ha sempre proposto spettacoli teatrali d’avanguardia e concerti di musica industriale. Il gruppo si è spesso esposto su tematiche sociali come il controllo delle masse, l’opposizione al potere e la critica alla cementificazione urbana. La scelta del nome è altrettanto particolare: l’acronimo viene infatti reinterpretato nel gergo popolare come “chi c’è c’è, chi non c’è non ce n’è”.
Tra le fanzine autoprodotte c’è una voce diretta
Tuttavia, la cultura indipendente torinese non si limita solo al sound: possiede anche una fortissima estetica visiva. All’ingresso dei locali, sui banchetti durante le serate o nei mercatini di quartiere è infatti possibile trovare grafiche, sticker, cartoline e molto altro. Si tratta di vere e proprie fanzine autoprodotte dai colori acidi e accesi, manifesti e adesivi che si mescolano con la musica. In un’epoca in cui tutto scorre velocemente e si crea con altrettanta facilità, osservare e collezionare queste grafiche significa dare spazio alla creatività senza filtri.
Laboratori di inchiostro
In realtà, questa tendenza alla sperimentazione artistica non nasce oggi, bensì affonda le sue radici nella storia stessa della controcultura torinese. Dalle fanzine punk degli anni ’80 all’esplosione delle riviste cult come Torazine negli anni ’90, la città ha sempre mostrato un’estetica distante dai canoni commerciali proposti dalla pubblicità.
Quest’eredità è ancora presente nei laboratori di quartiere, nei luoghi di stampa popolari e nei collettivi sparsi tra Barriera di Milano, Aurora e Vanchiglia. Qui convivono spazi storici dedicati alla sperimentazione, come il Print Club Torino e i banchetti del B.A.R. L.U.I.G.I.
La nostalgia della Torino degli anni ’90
Dietro questa vivacità sonora e visiva affiora anche un’eredità emotivamente complessa. Tra chi ha vissuto la città negli anni ’90 c’è spesso un sentimento di profonda nostalgia, come emerge dall’intervista di Davide Riccio al regista Andrea Spinelli per KULT Underground sul suo documentario Torino Hardcore. Secondo Spinelli, infatti, negli anni la città ha subito significative trasformazioni interne, tra cui la perdita di molti spazi culturali, le quali l’hanno resa più patinata.
Tuttavia, nel documentario non emerge solo rimpianto: la città viene commemorata per la sua genuinità di strada, una memoria che ci ricorda perché sia importante difendere questi spazi fuori dalle logiche di consumo.
Resistenza visiva e sonora
Spazi e azioni come questi, infatti, non sono semplici sfondi per le serate, ma rappresentano la certezza di avere ancora luoghi reali da abitare. Sono posti con un’identità precisa, dove le persone si incontrano per davvero senza algoritmi di mezzo.
La forza dell’underground torinese risiede proprio in questo: un manifesto attaccato a un muro, un’etichetta discografica nata per caso. Finché ci saranno banchetti allestiti, stanze occupate da suoni sperimentali e pareti su cui lasciare il segno, Torino continuerà ad avere una sua anima underground.
Stefania Salemi
Fonti
Manniello Erica, “Samuel: Quando Torino era la capitale italiana dell’underground”, Rolling Stone, 12/1/2022, ultima consultazione 01/08/2026, link: https://www.rollingstone.it/musica/interviste-musica/samuel-quando-torino-era-la-capitale-italiana-dellunderground/608464/.
Marinone Marcello, “Intervista: CCC CNC NCN”, Ascension Magazine, 02/05/2020, ultima consultazione 28/07/2026, link: https://ascensionmagazine.wixsite.com/zine/single-post/2020/05/02/intervista-ccc-cnc-ncn.
Mattioli Valerio, “Rave, droga e degenero. La storia della rivista underground italiana più estrema di sempre”, Vice, 19/12/2014, ultima consultazione 31/07/2026, link: https://www.vice.com/it/article/vita-vera-torazine-rivista-underground-italiana-432/.
Riccio Davide, “Torino Hardcore”, KULT Underground, 14/07/2010, ultima consultazione 29/07/2026, link: https://kultunderground.org/art/17531/.
Veneruso Valerio, “Con TUM la musica a Torino riparte dall’underground”, Artiribune, 01/07/2021, ultima consultazione 28/07/2026, link: https://www.artribune.com/arti-performative/musica/2021/07/torino-underground-tum/.



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