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Facebook ai raggi X – la perversa architettura del social network per eccellenza

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Quindici anni, dieci mesi e ventisei giorni dopo l’arrivo in sala di The Social Network, The Social – Il prezzo della verità (The Social Reckoning) riporta al cinema schiere di cinefili, curiosi e redattori in erba. Poco importano il cambio di regia — che passa dalle mani di David Fincher a quelle di Aaron Sorkin — e le variazioni di stile della pellicola, la quale vira ora dal biografico al giornalistico, perché il protagonista, in fin dei conti, è sempre lo stesso: Facebook, con le sue luci e le sue ombre. Nella fattispecie, il film di Sorkin racconta delle vicende che, cinque anni fa, hanno condotto alla clamorosa fuga di notizie riguardanti alcuni documenti interni all’azienda, discussi nella serie di articoli “The Facebook Files: A Wall Street Journal Investigation” a cura del giornalista Jeff Horwitz.

Stando a quanto fatto trapelare dalla whistleblower Frances Haugen — ex-dipendente di Facebook (ora Meta Platforms) —, il cui contributo è stato fondamentale per la riuscita dell’inchiesta Premio Pulitzer, la compagnia ha scientemente deciso di massimizzare i profitti ricavati dalla piattaforma a scapito degli accertati e ben documentati danni recati agli utenti.

Non può essere successo davvero

E invece è successo davvero. La storia della data scientist più detestata d’America e delle decine di migliaia di documenti che ha contribuito a rendere pubblici, violando Dio solo sa quanti accordi di riservatezza, ha dell’incredibile e necessita di un minimo di contesto affinché la si possa inquadrare per quel che è, ovvero una delle più grandi e importanti fughe di notizie degli ultimi anni.

Nel 2019, dopo tredici anni trascorsi a lavorare per Google, Frances Haugen realizza che è giunto il momento di fare la differenza. Animata dai più nobili propositi, quali combattere la disinformazione e la radicalizzazione in rete, approda nel team di Facebook, arrivando in brevissimo tempo a ricoprire la carica di product manager nel reparto di Integrità civica dell’azienda. Accortasi del perverso modus operandi della compagnia e memore delle sue ambizioni, Haugen decide di farsi coraggio e trafuga alcuni files interni, per poi passarli sottobanco a Horwitz che, nel settembre 2021, li pubblica a caratteri cubitali in nove articoli sulle pagine del Wall Street Journal.

Il mese successivo, la Whistleblower Aid, alla quale la ricercatrice si era rivolta nel frattempo, presenta otto differenti denunce per frode alla Securities and Exchange Commission (SEC) degli Stati Uniti. Tuttavia, persuasa del fatto che, sotto l’ombrello dell’anonimato, non sarebbe mai riuscita a dare la giusta visibilità allo scandalo, Haugen sceglie di rivelare al mondo la propria identità in diretta televisiva, ospite della trasmissione 60 Minutes, di CBS News. In onda, l’ormai ex-impiegata di Facebook espone le sue ragioni così come il contenuto dei documenti pubblicati, riassumendone i punti salienti — la mole di dati, in effetti, è immensa. Ma che cosa c’è scritto di tanto grave in quelle pagine?

Il fil rouge dei files riguardo ai quali, l’indomani, Haugen testimonia davanti a una commissione del Congresso consiste sostanzialmente nel fatto che il benessere dell’utenza dei social network accorpati sotto Meta Platforms è stato consapevolmente accantonato in favore del perseguimento dei guadagni da parte della compagnia. Le prove a sostegno di questa tesi sono moltissime e sono state prima raccolte e poi ignorate dagli stessi team della società, paga dei propri guadagni faraonici e affatto desiderosa di compromettere la propria posizione sul mercato.

I documenti mostrano inequivocabilmente l’esistenza di studi sulla sempre più compromessa salute mentale degli adolescenti. Si attesta pertanto che il 14% dei ragazzi e il 33% delle ragazze abbiano sofferto e/o soffrono di problemi legati al confronto sociale e di disturbi connessi alla percezione della propria immagine corporea dall’esterno. Compaiono inoltre ricerche sui preadolescenti, definiti “un pubblico prezioso, ma non sfruttato”, con buona pace del Children’s Online Privacy Protection Act del 1998, che limita la raccolta di dati per fini commerciali sui minori di tredici anni.

Ma c’è dell’altro, molto altro: è documentato che Facebook ha mancato di censurare alcuni gruppi estremisti in Kashmir, incitanti alla violenza e glorificanti l’eccidio della minoranza musulmana nella regione a nord dell’India, nonostante tutto ciò sia espressamente in contrasto con le norme di utilizzo della piattaforma. Inoltre, Mark Zuckerberg ha personalmente approvato la decisione di oscurare i contenuti politici in Vietnam, seguitamente alla minaccia del Governo locale di interdire la cittadinanza dall’utilizzo di Facebook, avvallando così le malefatte dell’Esecutivo vigente.

Ancora, l’azienda ha ammesso di non aver saputo contrastare adeguatamente l’oscena tratta di domestiche in Medio Oriente, per cui Facebook ha involontariamente costituito un canale di un’efficacia inaudita, e ancora, sì, perché l’inchiesta di Horwitz ha portato alla luce il programma “XCheck”, responsabile dell’inserimento di alcuni utenti, considerati di alto profilo, in una sorta di whitelist che li renderebbe automaticamente esentati dal dovere di rispettare specifiche misure di sicurezza.

Come non menzionare, poi, il fatto che nel 2018, in seguito all’implementazione di un algoritmo finalizzato a privilegiare le “Interazioni Sociali Significative”, o “MSI”, sia stato attribuito un peso maggiore ai contenuti ricondivisi rispetto a quelli semplicemente marcati da likes e/o commenti, che quindi hanno preso a manifestarsi sempre più di frequente nei feed di ciascun utente. Pur essendo a conoscenza del fatto che le ricondivisioni sui social hanno quasi sempre a che fare con del materiale estremo e polarizzante e, se incentivate, fomentano inevitabilmente fenomeni come ira e discriminazione, Facebook non ha mosso un dito.

E lo Stato non fa niente?

In verità, qualcosa è stato fatto: il 26 agosto 2026, al termine di un’estenuante battaglia legale, Meta ha accettato di patteggiare per diciotto miliardi di dollari, che però verserà nei prossimi dieci anni, assumendosi le più che dovute responsabilità e ammettendo le proprie colpe. La compagnia ha poi dichiarato che intende prendere nuove misure di sicurezza per scongiurare il ripresentarsi — per lo meno negli Stati Uniti — di molte delle problematiche venute alla luce con l’inchiesta del Journal, poi confluita nei cosiddetti Facebook Papers. Tra le proposte figurano la limitazione del tempo di utilizzo dei social network a due ore al giorno per gli utenti under 18, l’istituzione di un blocco dalle 00:00 alle 06:00 e una riduzione delle notifiche pop-up in orario scolastico, dalle 8:00 alle 15:00.

Appresa la notizia della sanzione, gli investitori hanno subito stappato lo spumante più costoso: mai e poi mai, infatti, si sarebbero aspettati una “multa” così esigua. I vertici della società avevano inizialmente paventato di dover sborsare una cifra ottanta volte superiore! Per un colosso come la creatura di Zuckerberg, diciotto miliardi non sono che un mese di fatturato; in circostanze diverse, ci sarebbe di cui ridere. Insomma, Meta viene punita, ma, complice probabilmente l’euforia del momento, non soltanto il suo valore in borsa non cala, ma cresce, e non di poco.

“We’re way past making friends”

Così recita la campagna pubblicitaria del nuovo film di Sorkin e, in fin dei conti, come non dirsi d’accordo? Se è vero che, da un lato, è decisamente arduo definire con precisione il ruolo che social network come Facebook o Instagram giocano nelle nostre vite, tant’è la loro pervasività; dall’altro, si può stare certi che lo statuto di meri strumenti d’aggregazione sociale, ormai, è superato da tempo. Oggi, sono semplicemente altro – ed è proprio l’immensa difficoltà che emerge se si cerca di mettere a fuoco quest’alterità a stranirci e spaventarci. Quanto possiamo dirci liberi, se non esiste informazione che non sia viziata d’algoritmi facenti gli interessi di sparuti gruppi di grassi paperoni che, tronfi e soddisfatti, ridono della nostra impotenza? L’hanno capito bene, loro: per renderci schiavi, ma schiavi davvero, basta farci credere di essere liberi.

Gabriele Farano

Fonti

60 Minutes, Facebook Whistleblower Frances Haugen: The 60 Minutes Interview, 4 ottobre 2021, ultima consultazione: 15 ottobre 2026, link: https://www.youtube.com/watch?v=_Lx5VmAdZSI&t=213s.

Freedland Jonathan, “An $18bn settlement – and Zuckerberg barely blinked. The tech titans must be stripped of their power, and soon”, The Guardian, 28 agosto 2026, ultima consultazione: 15 ottobre 2026, link: https://www.theguardian.com/commentisfree/2026/aug/28/meta-18bn-settlement-mark-zuckerberg-tech-titans-power-harm.

Il Post Team, “Cosa c’è nei “Facebook Papers””, Il Post, 25 ottobre 2021, ultima consultazione: 15 ottobre 2026, link: https://www.ilpost.it/2021/10/25/facebook-papers/.

Jones Diana, Stempel Jonathan, Bensinger Greg, “Meta agrees to pay $18 billion to settle US lawsuits over children’s social media addiction”, Reuters, 26 agosto 2026, ultima consultazione: 15 ottobre 2026, link: https://www.reuters.com/business/meta-reaches-18-billion-settlements-over-childrens-social-media-addiction-2026-08-26/.

Pelley Scott, “Whistleblower: Facebook is misleading the public on progress against hate speech, violence, misinformation”, CBS News, 4 ottobre 2021, ultima consultazione: 15 ottobre 2026, link: https://www.cbsnews.com/news/facebook-whistleblower-frances-haugen-misinformation-public-60-minutes-2021-10-03/.

Zubrow Keith, Gavrilovic Maria, Ortiz Alex, “Whistleblower’s SEC complaint: Facebook knew platform was used to “promote human trafficking and domestic servitude””, CBS News, 4 ottobre 2021, ultima consultazione: 15 ottobre 2026, link: https://www.cbsnews.com/news/facebook-whistleblower-sec-complaint-60-minutes-2021-10-04/.

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