La perdita dell’innocenza

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di Cecilia Marangon

12 dicembre 1969, ore 16:37.
Milano è già la città che corre, che lavora e che non ha tempo da sprecare.
Eppure è la fine del 1969, di un anno ricco di scontri, di tensioni che iniziano ad essere sempre più evidenti.
Il mondo sta cambiando, il modo di esprimersi e di manifestare si sta evolvendo: il movimento del sessantotto ha coinvolto e stravolto le università e il concetto di partecipazione politica in tutto il mondo.
Anche l’Italia sta cambiando: il boom economico è arrivato, il sogno di emersione sociale, la voglia di non essere spettatori, di contare e di avere voce in capitolo cominciano ad affermarsi con maggiore insistenza.
E’ venerdì 12 dicembre 1969, sono le 16:37 a Milano, e alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana ci sono ancora clienti, le contrattazioni per la vendita di terreni continuano. Mancano due settimane a Natale, molti milanesi stanno cercando i regali, passeggiano per le vie della città e nessuno immagina che tutto potrebbe crollare da un secondo all’altro. Alle 16:37 una borsa elegante e ricercata, posta sotto un tavolo ottagonale al centro della Banca Nazionale dell’Agricoltura esplode, uccidendo sul colpo dodici persone, che diventeranno tredici il giorno successivo e alla fine diciassette.
Diciassette morti e ottantasei feriti, una guerra, un inferno.
L’indagine che ne scaturisce i giorni successivi punta in un’unica direzione: gli autori appartengono a movimenti di estrema sinistra o anarchici.
C’è un tassista, Cornelio Rolandi, che sostiene di aver trasportato l’autore della strage e lo identifica in Pietro Valpreda, del circolo anarchico 22 marzo.
Ma non è lui, non può essere stato lui. Perché come testimonierà sua nonna, Pietro Valpreda quel pomeriggio è stato con lei tutto il tempo.
C’è un uomo, il Professor Lorenzon, che, con il suo racconto sull’ amico Franco Freda e sull’organizzazione verticistica di ispirazione neofascista di cui faceva parte con Giovanni Ventura, da l’avvio alle nuove indagini.
Il Professor Lorenzon parla delle confidenze resegli da Franco Freda. Il professore rimane scioccato sentendo parlare delle bombe che deve piazzare, delle reazioni che vuole ottenere e del suo stupore quando riferisce del poco movimento che la bomba di Piazza Fontana aveva generato.
Perché uccidere diciassette persone e ferirne altre ottantasei?
Per impedire lo slittamento dell’Italia a sinistra, per stimolare reazioni anti rivoluzionari, evitare ad ogni costo che l’Italia assomigli più all’Est Europa sovietica anzi, possibilmente instaurare un nuovo ordine; come in Grecia. Cambiare tutto perché nulla cambi davvero.
Questo è pianificare, questa è strategia militare: strategia della tensione.
Questo stesso obiettivo riunisce frange extra parlamentari della destra, movimenti paramilitari e servizi deviati.
Ci sono altre testimonianze, come quella di Marco Pozzan, amico di Freda e custode in un istituto per ciechi, che racconta di riunioni volte ad organizzare attentati ed azioni per sviluppare la strategia della tensione.
Tra gli attentati di cui parla c’è anche quello di Piazza Fontana.
Dal 1977 si sono susseguiti ben sette processi, in cui hanno reso testimonianza anche ex presidenti del Consiglio ed ex ministri della Difesa, per chiarire la posizione dei servizi segreti italiani in questa strage.
Nel 1979 viene emessa la sentenza di primo grado: condanne per strage continuata a Freda, Giannettini, Ventura, vengono condannati anche il Generale Giandelio Maletti e il Capitano Antonio Labruna per depistaggio e il Maresciallo Tanzilli per falsa testimonianza.
Nel 1982 viene emessa la sentenza di Cassazione che ribalta tutto: annullamento della condanna e rinvio a giudizio per tutti i coinvolti.
1 agosto 1985. Viene data lettura alla nuova sentenza di Appello: confermate le condanne, anche se ridotte, solo al Capitano Labruna e al Generale Maletti. Tutti gli altri imputati vengono assolti. Nel 1987 la Corte di Cassazione conferma la sentenza di Appello.
Negli anni novanta, il giudice istruttore Salvini riesce ad aggiungere nuovi elementi, nuove testimonianze di ex neofascisti, ordinovisti; vengono fatti i nomi di Delfo Zorzi, Carlo Digilio, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni.
Secondo i collaboratori di giustizia, Zorzi sarebbe stato in possesso degli elementi per la bomba, sarebbe stato uno degli autori della strage di Piazza Fontana.
All’apertura dell’ottavo processo sfilano molti ex neofascisti, ordinovisti, Franco Freda, Giannettini. Gli ex imputati per la strage vengono chiamati come testimoni, in quanto non possono essere processati nuovamente per lo stesso reato.
1 gennaio 2001. La sentenza di primo grado condanna all’ergastolo Zorzi, Maggi, Rognoni per la strage del 12 dicembre 1969, ma la successiva sentenza d’Appello ribalta tutto un’altra volta: sicuramente la strage è nata ed è maturata nell’estrema destra, ma i responsabili sono da ricercare nelle figure di Freda e Ventura. Che purtroppo non sono più perseguibili per quel reato. Sentenza confermata in Cassazione.
Quarantacinque anni dopo, un colpevole in carne ed ossa, con un nome ed un cognome ancora non c’è. La storia che ci hanno raccontato le sentenze sembra fin troppo complicata e contraddittoria; ma un punto di fondo si può trovare.
Quel 12 dicembre 1969 gli italiani hanno visto cambiare e crollare tutto, quasi nessuno forse lo sapeva, ma stava iniziando quella strategia che ha incanalato la vita dell’intero paese secondo logiche decise molto tempo prima. Ciò che tutte le sentenze riscontrano è la posizione ambigua di elementi dei nostri servizi segreti che si sono prodigati nel depistare e nel confondere più che nel chiarire e proteggere.  La bomba che esplode alle 16:37 nella Banca Nazionale dell’Agricoltura uccide diciassette persone e l’innocenza di un Paese, guidato da fili rimasti invisibili.

 

 

 

 

 

 

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