Lezioni dantesche: tra conoscenza e superbia (pt. II)

L’articolo è la continuazione di un precedente testo sull’incipit del Canto XXVI dell’Inferno (consultabile al seguente link: https://thepasswordunito.com/2026/04/07/lezioni-dantesche-tra-conoscenza-e-superbia-pt-i/). Dante si trova con Virgilio nell’ottava bolgia, dove i consiglieri fraudolenti ardono come fiammelle, che sono paragonate a delle lucciole. Una di queste ultime ospita due figure: Ulisse e Diomede. Dopo aver dato una duplice descrizione (diplopia) di uno dei personaggi più noti dei poemi omerici, Dante rivela quella che è stata la fine di Ulisse. Di fatto questo canto si pone come una riscrittura del mito di Odisseo.

La fine di Ulisse

Dante chiede a Virgilio il permesso di poter parlare con quelle fiammelle. Interroga queste anime sulla loro fine. Ulisse inizia a raccontare ed è un canto di memoria, che accanto alla vista è uno dei motivi ricorrenti di queste terzine.

Il racconto ha inizio con la partenza di Ulisse dal palazzo incantato di Circe, prima che arrivasse Enea. Né la pietas né la fedeltà che doveva alla moglie Penelope erano riusciti a distoglierlo dalla sua sete di conoscenza:

né dolcezza di figlio, né la pietà del vecchio padre, né ‘l debito amore lo qual dovea Penelope far lieta, vincer potero dentro a me l’ardore ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore.

L’uso del sostantivo “ardore” richiama la pena a cui è ora condannato. Ulisse e i suoi compagni erano vecchi quando arrivarono alle porte d’Ercole (lo stretto di Gibilterra), che nell’antichità erano state segnate da Giove (Zeus) stesso come il luogo da non oltrepassare. Ulisse, per convincere i compagni a partecipare con lui all’impresa, fece “un’orazione picciola” su ciò che è connaturato all’uomo:

considerate la vostra semenza: fatti non foste viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza.

La semenza è l’insita natura della proprietà umana (Benedetto da Imola), il suo DNA. Ulisse fa leva su queste parole: siamo stati fatti per seguire la virtù e la conoscenza (la morale e la ragione) e non per vivere come bruti.

Dante, allo stesso tempo, si sta domandando se il proprio viaggio sia all’insegna della virtù e della conoscenza. Ulisse non fu un eroe, poiché ingannò con la retorica i suoi compagni spingendoli alla rovina: il viaggio di Ulisse, infatti, fu un viaggio di conoscenza privo di virtù.

Ulisse stava navigando da cinque giorni quando in mare scorse una montagna. Subito pensò fosse terra e coi compagni si rallegrò, mai poi una voragine lì risucchiò. Era la montagna del Purgatorio.

Tre volte il fé girar con tutte l’acque; a la quarta levar la poppa in suso e la prora ire in giù, com’altrui piacque, infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso.

Era Dio, che giudicava sulla fine di Ulisse e non dopo la sua morte. Dante vuole far passare il messaggio che la conoscenza e il sapere non possono raggiungere la redenzione, serva la virtù. Dante non permette a Ulisse di arrivare alla montagna del Purgatorio, perché manchevole. La hybris di Ulisse sta nel non aver accettato che il viaggio della conoscenza è accompagnato da un bene morale.

Dante s’insempra

Questa espressione indica l’enorme influenza che Dante ha esercitato nella letteratura, anche nella reinterpretazione del mito di Ulisse. Osip Ėmil’evič Mandel’štam lo riprende nelle Conversazioni su Dante, mentre era sulla costa e vedeva la gente scappare dalle purghe staliniane. Il mito di Ulisse echeggia poi per il viaggio di Colombo. È stato Dante, e non Ulisse, il creatore del mito delle Americhe. Ulysses (1842) di Alfred Tennyson reinterpreta il mito: il figlio di Laerte torna a Itaca ed è diventato un vecchio sovrano sfiduciato con moglie devota e figli, ma continua a pensare a come sarebbe stata la sua vita se non fosse tornato a casa. All’aumentare della conoscenza aumenta il dolore, dicevano i greci, e Ulisse ormai rappresenta l’uomo che è mosso dal desiderio di conoscere per un interesse economico.

Giovanni Pascoli con Inno degli immigrati italiani a Dante (1911) si rappresenta nella mente Dante negli Stati Uniti sognare Ulisse che arriva. Ispira Joseph Conrad con Mirror of the sea (1906) per la descrizione dell’uomo che si sta affacciando al Novecento e, nonostante tutte le sue manchevolezze, è pronto ad affrontare le sfide della modernità. L’unico elemento che viene tratto da Dante è il desiderio eroico e titanico di conoscenza.

Le parole di Dante furono di consolazione per Primo Levi (1919-1987) in Se questo è un uomo, nel capitolo Il canto di Ulisse. Levi e il suo compagno Pikolo devono andare in cucina a prendere il rancio e portarlo al loro commando. Pikolo gli chiede se gli può insegnare l’italiano e a Levi viene in mente il canto di Ulisse, perciò cita la nota terzina sulla “semenza”. Levi dice che ripetendo quella terzina è come se nascesse di nuovo, e in quel momento non c’è spazio né tempo: si sente libero, non in un campo di concentramento; libero come Ulisse era libero di scegliere. Nemmeno l’annullamento dell’identità può togliere la semenza dell’uomo, ovvero il desiderio di virtù e di sapere. Arrivati in cucina, non possono più parlare. La chiusa del capitolo è la chiusa del viaggio di Ulisse: “Infin che il mar fu sopra noi richiuso“.

Borges in L’altro, lo stesso, Odissea Libro XXIII rilegge Ulisse come l’uomo del post-moderno, nella sua solitudine e povertà. In fondo, forse siamo tutti degli Ulisse che cercano l’esperienza, ma spesso perdono la dimensione di etica e virtù che accompagna ciascuno di noi.

Nicole Zunino

Fonti

Gigliotti Valerio, La diritta via. Itinerari giuridici e teologici danteschi, Olschki, 2023

https://catalogo-unito.sebina.it/SebinaOpac/resource/la-diritta-via-itinerari-giuridici-e-teologici-danteschi-1/UTO04222392

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