Andy Warhol: la fabbrica della sregolatezza

Andy Warhol

Se c’è una cosa che Andy Warhol è sicuramente riuscito a fare è lasciare il segno. Chiunque, infatti, almeno una volta nella vita, ha sentito pronunciare il nome di questo strampalato personaggio. Non importa se la sua memoria sia accompagnata da un giudizio negativo o positivo, perché, come direbbe egli stesso tutti gli scandali aiutano la pubblicità, perché non c’è migliore pubblicità della cattiva pubblicità”. Ed è proprio questo ciò che Andy ha suscitato durante la sua lunga carriera: scandali, polemiche, vociferare. Warhol, difatti, non è mai stato un Raffaello impeccabile, ma un vero e proprio aizzatore di critiche. Certo, una motivazione per questa sua capacità di attirare i media c’è: lo stesso Warhol era rappresentante indiscusso dell’epoca della riproducibilità. Si potrebbe quasi dire che Andy avesse un rapporto di “amore e odio” con la società in cui viveva: ironia, parole taglienti e rifiuto da una parte, ma serigrafia, Factory dall’altra. Forse è questa sua dualità che rende tuttora Warhol un personaggio incompreso, misterioso e fascinoso. Eppure, Andy ci dice che “se raccogliessero tutte le frasi che ho detto capirebbero che sono un idiota e la smetterebbero di farmi domande”, quasi volesse sfatare il mito che si era creato intorno alla sua persona. O forse, molto più probabilmente, era la voglia di alimentare quell’alone di ambiguità che lo portò a fare una simile dichiarazione. Possibile? Sì, no, chissà. Non si possono dare risposte certe per quanto riguarda Andy Warhol, se non per un solo fatto: la sua genialità. Folle, deviato, drogato, in qualunque modo si voglia etichettare questo artista, non si può negare il suo genio.
Se le riproduzioni di Marilyn Monroe e della Coca-Cola sono i suoi lavori più popolari, Andy Warhol non produsse solo questi nella suo celeberrimo studio, la Factory. Frequentato da attori, musicisti e personaggi di spicco di qualsiasi settore, alla Factory si concepirono anche film , servizi fotografici e album musicali. John Cale, al tempo membro dei Velvet Underground, sostiene che lo studio di Warhol “Non era chiamato la Fabbrica senza motivo. Era qui che la linea di assemblaggio delle serigrafie aveva luogo; e mentre una persona produceva una serigrafia, qualcun altro poteva girare un provino. Ogni giorno si faceva qualcosa di nuovo”. La storia non finisce qui, però, perché molti frequentatori della Factory sostennero che nello studio si predicasse non solo il sesso libero, ma si svolgessero delle vere e proprie orge sotto effetto di stupefacenti. Quasi come prova della radicalizzazione sessuale di Warhol, tra i film da lui prodotti spicca Blow Job, un muto del 1964,  in cui la cinepresa si sofferma per trenta minuti sul volto di un uomo a cui qualcuno sta praticando una fellatio.

Ma Warhol non era interessato solo di pittura e cinema, perché c’è un ambiente in cui è stato militante per tutta la durata del suo “impero”: la musica. Abbiamo citato John Cale appunto per un motivo: i Velvet Underground hanno collaborato fortemente con Andy Warhol, che metteva la Factory a loro disposizione per le prove. La stessa Nico, divinità del loro album d’esordio, era stata affiancata ai Velvet sotto consiglio (sarebbe più appropriato dire “ordine”) di Warhol. Ma non solo: la copertina di questo loro album di debutto, “The Velvet Underground & Nico”, è opera di Andy, che sfodera tutta la sua ironia sessuale in una banana firmata, a cui aggiunge la scritta: peel slowly and see (“sbucciare lentamente e vedere”). Il suo rapporto con la musica non si limita solo a loro, ma è risaputo che, alla prima dell’Exploding Plastic Inevitable, una grande festa a base di musica, sesso, film underground, fotografie, multimedialità e droga, fosse presente anche Jim Morrison. Si dice che Jim prese ispirazione proprio dai ballerini sadomaso presenti a quell’evento per i suoi intramontabili pantaloni in pelle. Tra acidi e “trip”, Andy Warhol avrebbe proposto a Morrison un “provino cinematografico”, che quest’ultimo rifiutò, più interessato alla bella Nico, con la quale sarebbe stato visto passeggiare nudo sui tetti delle case della zona.
Quello con Jim Morrison non fu l’unico tentativo di Andy di far entrare un musicista nelle sue grazie ad andare a rotoli, perché neanche David Bowie accolse il suo abbraccio. Nello stesso modo, però, non sono solamente i Velvet ad essere caduti davanti al fascino di Warhol, perché anche le copertine di Sticky Fingers e Love you live dei Rolling Stones esibiscono il marchio di fabbrica dell’artista.
Una cosa l’abbiamo capita: Andy non era solamente immerso nell’ambiente culturale dei suoi anni, ma ne era il sole attorno a cui tutti giravano, attirati ed affascinati dalle sue contraddizioni.
Insomma, c’è chi dice che Andy Warhol fosse solamente uno dei tanti “flippati” degli anni Sessanta, altri  sostengono sia stato l’unico rivoluzionario moderno; chi crede che egli fosse solamente un deviato mentale con delle perversioni sessuali e chi, invece, è sicuro che fosse solo un perdigiorno. Forse era qualcosa di ciò, forse era tutto questo insieme o forse -forse- non era nemmeno una cosa tra queste. Che cos’era, o meglio, chi era Andy Warhol nessuno lo potrà mai dire con certezza. Ma, è bene ripeterlo,  se c’è una cosa che nessuno potrà mai mettere in discussione, il suo fuoco, che ha trascinato un’intera generazione e ora continua a brillare: la sua genialità.

 di Erica Bouvier

Bibliografia:
Davis Stephen, Jim Morrison. Vita, morte e leggenda., Edizioni Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, 2006.

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