American Sniper: intrattenimento o propaganda?

Che Clint Eastwood sia un repubblicano convinto è storia nota. Lo è al punto da aver preso parte, nel 2012, ad un comizio politico in favore di Mitt Romney dove ha improvvisato, di fronte ad una sedia vuota, un’intervista a Barack Obama per metterne in luce, o almeno tale era la sua intenzione, difetti e contraddizioni.

Ma Clint Eastwood è anche, e soprattutto, un cineasta, attore leggendario e regista fuori dagli schemi, autore di pellicole dall’indiscusso valore artistico spesso premiate con le più alte onoreficenze e capace con le sue opere di far riflettere, affrontando argomenti mai banali e talvolta sposando posizioni molto lontane dal suo credo politico, come avvenne nel 2004 con il pluri-premiato Million Dollar Baby riguardo al suicidio assistito.

American Sniper, la sua ultima fatica registica, negli Stati Uniti ha scatenato polemiche e discussioni: Michael Moore lo ha acidamente criticato su twitter definendolo senza mezzi termini reazionario, Seth Rogen lo ha paragonato al film girato da Goebbels all’interno di Bastardi Senza Gloria (Quentin Tarantino, 2009), e a seguire, l’intero ”quarto potere” americano ha concorso al fine di esprimere il proprio parere, fino ad allargare il dibattito a tutto il circo mediatico internazionale.
Bisogna puntualizzare che in effetti un tale polverone, negli U.S.A., viene sollevato praticamente rispetto a qualsiasi evento a prescindere dalla sua effettiva portata, dalla figlia del Presidente che si scatta un selfie nella Casa Bianca, a Miley Cyrus che festeggia il compleanno con una torta a forma di organo sessuale, ma può essere comunque interessante analizzare il film e cercare di capire se le critiche che gli sono state mosse fossero fondate o meno, insomma se si tratti oppure no di un’opera di propaganda culturalmente priva di valore.

Oggetto delle accuse è la storia (vera) narrata nel film: la vita di Chris Kyle, il soldato dell’esercito statunitense con il più alto numero di uccisioni riconosciute in battaglia; il più letale cecchino della storia degli Stati Uniti, come recita la locandina pubblicitaria.
Effettivamente Kyle, interpretato dal bravo Bradley Cooper (fisicamente ingrossato per il ruolo) avrebbe tutte le caratteristiche per essere considerato un personaggio da propaganda yankee, spericolato cowboy da rodeo, coraggioso guerriero, patriota e padre di famiglia; eppure la visione che ne offre Eastwood, per quanto non accusatoria e certamente non critica, appare quantomeno distorta se osservata dal punto di vista della rappresentazione classica dell’eroe.

L’atipicità si denota a partire dai soldati nemici: il primo che vediamo eliminare dal protagonista è un bambino, subito seguito da una donna, e già queste sono cose che Rambo non avrebbe fatto.
C’è poi la figura del cecchino avversario, l’antagonista, che dalle poche ma significative inquadrature dedicategli, lascia intendere che Eastwood avrebbe potuto girare un film identico, ma opposto, con lui come protagonista (operazione peraltro già effettuata dal regista dagli occhi di ghiaccio, che ha dedicato due film alla battaglia di Iwo Jima, uno dal punto di vista degli americani, l’altro da quello dei giapponesi).
Poi c’è lo stesso Kyle, che torna dalla guerra in piena sindrome da granata e lo vediamo aggressivo, freddo e violento con amici e familiari, bramoso esclusivamente di tornare sul campo di battaglia; che mette a rischio i suoi commilitoni pur di superare un record per uno sparo sulla lunga distanza; che, se non propriamente uno stupido, viene rappresentato come un ingenuo credulone.
Infine emblematica è la morte del protagonista, che non avviene eroicamente in combattimento, ma viene ucciso, per errore, da uno come lui, un reduce, un americano; ad essa seguono le immagini vere del funerale, con tanto di inquadratura della bara, figura quasi tabù per i media statunitensi.

Insomma, se da un lato di Stars and Stripes sventolanti nel caldo sole del tramonto se ne vedono parecchie, e se certamente American Sniper non può essere considerato un film di denuncia, nè delle azioni dei soldati nè della politica estera americana, come invece furono pellicole come Nato il 4 Luglio o Redacted, dall’altro risulta difficile, se non decisamente sbagliato limitarsi ad un’interpretazione semplicistica quale sarebbe definirlo opera di propaganda.
Si tratta invece di un’opera che si inserisce perfettamente in quel sottogenere recente il cui scopo è raccontare la guerra in modo realistico, violento ed essenziale, abbandonando ogni possibile sottotesto politico per dedicarsi totalmente al rapporto individuale e personale tra il personaggio e le situazioni stranianti, brutali e assurde che si creano in guerra, dove l’uomo abbandona il suo status sociale per tornare al livello primordiale di assassino; ed è necessario aggiungere che non è neppure il miglior rappresentante di questo filone: The Hurt Locker (K.Bigelow, 2008), pur condividendone tematiche e caratteristiche, lo supera sotto tutti i punti di vista.
E neppure può essere considerato la migliore opera di Eastwood, ma resta comunque un film che si inserisce perfettamente nel percorso artistico dell’autore, nella sua rappresentazione di personaggi solo apparentemente tutti d’un pezzo, ma che in realtà sfuggono alle facili etichettature.

Critiche e polemiche, per quanto non infondate, sembrano rivolgersi esclusivamente al Clint Eastwood repubblicano, ignorando totalmente la sua vera anima, quella per cui passerà alla storia: quella di cineasta, appunto.

Marco Fassetta

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