In una realtà dove le disuguaglianze educative sono piuttosto radicate e spesso taciute, non sempre le scuole dispongono di adeguati strumenti per rispondere a queste situazioni, soprattutto in quei quartieri “di passaggio”, dove il tasso di studenti immigrati di prima generazione è molto alto e le difficoltà socioeconomiche si intrecciano a quelle linguistiche. È qui che entra in gioco Teach For Italy, un ente del Terzo Settore che opera per rafforzare la scuola pubblica italiana a fronte di questa emergenza educativa.
Noi di The Password abbiamo avuto l’immenso piacere di fare due chiacchiere con Giorgia Rossino, insegnante presso una scuola primaria di Torino e Alumna di Teach For Italy, e con Agnese Spaggiari, Campus Ambassador dell’organizzazione.
Che cos’è e quando è nato Teach for Italy?
Teach For Italy nasce nel 2019 e si inserisce nella rete internazionale Teach for All, nata in America in seguito alla creazione di Teach For America nel 1989, che riunisce educatori con l’obiettivo comune di contrastare le disuguaglianze educative e di rafforzare l’ambiente scolastico.
L’organizzazione propone un programma gratuito, a cui si accede con una selezione, che si propone di formare docenti e futuri docenti che insegnano per i 2 anni della Fellowship in scuole in contesti di svantaggio di tutta Italia. Il programma ha inizio con la Summer School, per poi continuare in maniera costante tra approfondimenti su temi legati alla scuola e al sociale ed esperienze in classe. Alla fine, l’educatore avrà maturato un bagaglio di competenze che sarà in grado di applicare nel contesto scolastico. È importante sottolineare che questo percorso non è una formazione riservata a chi intende diventare docente: anzi, Teach For Italy è per tutte quelle persone che, mosse da una forte motivazione, intendono lavorare in questi contesti sfidanti per contribuire a fare la differenza.
E infatti Giorgia, laureata in antropologia, non aveva inizialmente tra i piani quello di diventare insegnante.
Come sei approdata a Teach for Italy?
[Giorgia]: “Da studentessa, ero convinta che avrei lavorato in tutti altri contesti. Durante l’università mi sono avvicinata ad alcune realtà che proponevano corsi di formazione in lingua italiana per migranti e da lì ho sempre lavorato nel contesto dell’apprendimento.
Ho conosciuto il progetto durante il mio secondo anno di insegnamento presso la scuola Parini ed è stata per me una grande occasione. Avevo infatti bisogno di fare rete con altre realtà che, per svariate motivazioni – non necessariamente correlate all’immigrazione –, si trovassero anch’esse a dover fare i conti con un contesto educativo complesso. Il mio scopo, inoltre, era di poter garantire l’eccellenza formativa, soprattutto in contesti di questo tipo, in cui si tende talvolta a sacrificare degli obiettivi; per poter fornire ai miei studenti un livello quanto più alto possibile di formazione, avevo bisogno degli strumenti necessari. Teach For Italy ha risposto a entrambe le mie aspettative, perché mi ha dato una preparazione di altissimo livello, il supporto è stato costante e questo chiaramente ha aiutato anche a fare rete con altre scuole, con altri Alumni e con altri enti del Terzo settore.”
[Agnese]: “Si tratta di un percorso che sconsiglierei di intraprendere solo sulla base dell’intenzione di insegnare. È un’esperienza per chi è pronto a immergersi in contesti complessi e vuole fare la differenza per gli studenti e le studentesse insegnando in scuole pubbliche come anche in Centri di Formazione Professionale. È per chi vuole impegnarsi a portare un impatto sistemico, non solo in aula. Ci teniamo a ribadire che non siamo una scuola di formazione per docenti: infatti, molti dei nostri fellow intraprendono poi carriere diverse.”
Com’è la situazione educativa a Torino?
[Giorgia]: “Non posso parlare per l’intera città, ma nel territorio dove lavoro ho riscontrato un contesto complesso, caratterizzato da una notevole povertà educativa, che deriva da vari fattori. Anzitutto, la scuola si trova in un quartiere che per Torino svolge la funzione di contesto di primo approdo. Questo significa che, spesso, i bambini sono appena arrivati in Italia.
Oltre alle difficoltà che queste famiglie devono affrontare, bisogna considerare che il flusso migratorio non segue il calendario scolastico. La scuola Italiana non è organizzata per accogliere studenti in corso d’anno, poiché le nomine dei docenti vengono organizzate a settembre sulla base del numero di alunni iscritti. Di conseguenza, non è raro trovarsi con un organico docenti insufficiente a metà dell’anno. Viceversa, le famiglie tendono a spostarsi in altre zone della città, una volta stabilizzatesi: alla fine dei cinque anni, alla Parini, circa metà dei bambini della mia classe era cambiata.
C’è anche da considerare che la percentuale di studenti con disabilità e bisogni educativi speciali certificati nella nostra scuola è quasi doppia rispetto alla media italiana: non stupisce, dunque, la forte domanda di docenti di sostegno con competenze adatte ai bisogni di questi ragazzi.
D’altro canto, la scuola sta rispondendo a queste sfide con grande proattività. Penso sempre alla mia esperienza: per citare alcune delle molteplici iniziative a cui aderiamo come scuola, facciamo parte di Scuole al centro, un progetto pluriennale nato dalla collaborazione tra Save the Children e la cooperativa Terremondo, Atypica, Safatletica ed Educadora; e lavoriamo con Aurora Lab, un laboratorio urbano nato nel 2018 per avvicinare il Politecnico di Torino al territorio, oltre a una partnership attiva, inerente alla didattica nelle classi plurilingue, anche con l’Università degli Studi di Torino, in particolare con la Professoressa Sordella.
Penso che la capacità di vedere e valorizzare il bello sia la chiave del nostro lavoro. Ho proprio iniziato il mio percorso con Teach For Italy con questo obiettivo in mente: si può dire che questa visione abbia dato i suoi frutti, dato che la 5B ha ricevuto il riconoscimento come Alfiere della Repubblica per l’impegno nella valorizzazione solidale delle diversità della classe.”
Come pensi dovrebbe essere la scuola oggi?
“Penso che il bello di cui parlavo sia un buon punto di partenza per costruire una scuola che sia ‘educativa’ a 360 gradi. Certamente, l’insegnante ideale di oggi dovrebbe avere una forte motivazione da aggiungere a un solido pacchetto di competenze tecniche e trasversali, che sono egualmente importanti e necessarie per garantire una formazione eccellente. Nel corso degli anni, il percorso per diventare docenti è cambiato radicalmente. Tuttavia, non è più attuale pensare che sia sufficiente affidarsi al solo percorso universitario, ma penso che sia necessaria una continua formazione per ottenere tutti gli strumenti necessari ad affrontare queste complessità. L’impegno non si riflette ancora, purtroppo, nel riconoscimento sociale ed economico del docente: penso però che investire in un percorso come Teach For Italy sia molto utile per intavolare una conversazione onesta con sé stessi. Lavorare per obiettivi permette di dare una direzione chiara al proprio percorso, anche per mettere a confronto ciò che si vorrebbe ottenere con ciò che si può raggiungere e mettere a disposizione dei propri studenti.”
Quante volte ci è capitato, da studenti universitari, di sentire la frase ‘male che vada insegno’? Si tratta di una mentalità che nasce da una concezione ormai non più attuale del ruolo del docente, che secondo noi dovrebbe essere un allenatore che prepari i giovani ad affrontare la complessità del mondo. Pertanto, ci piacerebbe una scuola che provi a essere non solo un luogo che fornisca competenze tecniche, ma anche spunti di crescita personale e morale: un luogo di educazione in senso lato.
Arianna di Pascale
Monica Poletti





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