Lo scorso 24 marzo 2026, nel corso della solenne celebrazione del 635° anno accademico (2025/2026) dell’Università degli Studi di Ferrara, Paolo D’Achille, il Presidente dell’Accademia della Crusca, ha pronunciato un discorso dal titolo L’italiano tra passato, presente e futuro.
All’interno del suo intervento, D’Achille cita Francesco Bruni (studioso scomparso l’anno scorso), che aveva definito l’italiano come una “lingua senza impero”, riprendendo probabilmente le tesi di Max Weinreich, il quale parlava di lingua come «un dialetto con un esercito e una marina». Lo statuto dell’italiano si dimostra estremamente singolare, in quanto la lingua del sì (De Vulgari Eloquentia, Dante Alighieri) si è diffusa lungo la Penisola non per mezzo della violenza delle armi, a differenza delle lingue tuttora egemoni nel mondo, ma grazie alla letteratura. La conoscenza delle opere delle Tre Corone — Dante, Petrarca e Boccaccio — ha permesso al fiorentino di essere apprezzato per la sua grande affinità con il latino ed essere accolto nei numerosi contesti territoriali d’Italia, inizialmente solo nello scritto e, infine, nell’oralità. Questa diffusione è da attribuire anche alle istituzioni che, in seguito alla nascita del Regno d’Italia (1861), desiderando che il popolo parlasse una sola lingua, avviarono una politica linguistica avente, tra le sue conseguenze, una svalutazione delle varietà locali.
Accanto all’analisi del passato dell’italiano e del suo successo — dal Medioevo al Seicento —, tuttavia, la lectio magistralis di D’Achille rileva tre fenomeni che oggi stanno modificando la nostra lingua, ovvero l’immigrazione e la naturale nascita dei “nuovi italiani”, le nuove tecnologie e la considerazione dell’inglese come lingua globale. Quest’ultimo fattore è particolarmente interessante e occupa una parte consistente del discorso del Presidente dell’Accademia della Crusca.
D’Achille non nega l’importanza della lingua inglese e, anzi, valuta positivamente la crescente competenza dimostrate dai giovani. Le recenti indagini dell’ISTAT, pubblicate nel report annuale, intitolato L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere, attestano che rispetto al 2015 e al 2006, c’è stato un significativo aumento del numero di persone che conosce almeno una lingua diversa da quella materna. Questo dato è influenzato soprattutto dal titolo di studio posseduto: è notevole il divario presente nella fascia d’età 25-44 anni tra chi ha conseguito la laurea, il cui 96,6% sostiene di conoscere almeno una lingua straniera, e chi è in possesso della licenza media, con una percentuale pari al 64,4%. L’inglese, in questa indagine, si dimostra la lingua straniera più parlata, come dichiara il 58,6% della popolazione. Circa il 15,4% degli italiani ritiene di avere una conoscenza ottima di almeno una lingua straniera e, in particolare, i giovani tra i 15 e i 34 anni manifestano i livelli più alti, con sei su dieci che sostengono di avere una competenza linguistica buona o ottima.
A ogni modo, tornando all’intervento di D’Achille, non è la prima volta che la comunità scientifica espone delle perplessità e delle preoccupazioni di fronte al rapporto tra italiano e inglese. L’italiano è sempre stato in contatto con altre lingue straniere nel corso della sua storia e, fino al Settecento, i forestierismi venivano accomodati o traslati nella lingua italiana: le voci non adattate, poiché terminanti in consonante o caratterizzate da suoni estranei al nostro sistema linguistico, costituivano solo una minoranza. Eppure, già nel 1987, Arrigo Castellani polemizzava contro i numerosi anglo-americanismi non adattati presenti in italiano, che, a suo parere, erano il preludio di «un processo di scadimento e frantumazione della lingua» (Morbus Anglicus, 1987), a cui suggeriva di porre rimedio attraverso un’operazione collettiva dei mezzi di comunicazione, della scuola e degli organi ufficiali. A tal proposito, avanzò delle proposte di adattamento di prestiti inglesi ormai ampiamente diffusi, le quali furono oggetto di sfottò di alcuni linguisti, in particolare di Tullio De Mauro, che, in un testo satirico, scimmiottò i tentativi di sostituzione degli anglismi dell’intellettuale purista. De Mauro, di corrente aperturista, riteneva che l’allarmismo di Castellani fosse eccessivo, in quanto, attenendosi ai dati del corpus LIP (Lessico di frequenza dell’Italiano Parlato), la quota di anglismi penetrata nella nostra lingua si attestava intorno allo 0,3%. Egli, tuttavia, anni dopo (nel 2016), nell’articolo È irresistibile l’ascesa degli anglismi? di Internazionale scrisse:
«Trent’anni fa e più un valoroso filologo, Arrigo Castellani, nel diffondersi di anglismi nell’uso italiano vide e diagnosticò un morbus anglicus, un virus capace di infettare e corrompere la lingua italiana. Ma del fenomeno oramai bisogna dire di più. […] In italiano come in altre lingue l’afflusso di parole inglesi dagli anni Ottanta ai nostri ha assunto dimensioni crescenti, uno tsunami anglicus.»
Pur non distanziandosi interamente dalla sua posizione aperturista, De Mauro riconobbe a Castellani una notevole lungimiranza sul destino dell’italiano, che nel 2016 era oggetto di un fenomeno ormai irreparabile, lo tsunami anglicus. D’altronde, anche Maurizio Trifone, a distanza di quasi 9 anni, nel 2025 ha rilevato all’interno del Nuovo Devoto-Oli 2019 un numero di anglismi non acclimatati pari a 3.958, di cui soltanto 658 accolti dal 2000 in avanti; un dato emblematico, se confrontato con quello inerente ai francesismi non adattati entrati a partire dallo stesso anno, corrispondente a sole 7 delle totali 3.082 unità (Itanglese: storie di parole da abstract a wine bar, 2025). Questo conferma un influsso vivo dell’inglese verso l’italiano che, nonostante rimanga legato alle sue radici nella struttura e nella morfologia, è altamente sensibile ai prestiti lessicali, come segnala Edoardo Lombardi Vallauri. Da questo deriva non solo la presenza di anglismi (soprattutto quelli tipici del linguaggio della finanza, della pubblicità e dei social media), ma anche di pseudoanglismi, di cui parla il Presidente D’Achille all’interno del suo intervento: questi ultimi sono termini assenti nella lingua inglese ma presenti in quella italiana, come i celebri “smart-working” e “green pass”. In questo modo si genera un abuso nel ricorso a forestierismi anche laddove potrebbero essere trovate alternative italiane aventi la stessa valenza di significato: ciò provocherebbe un depauperamento, una semplificazione linguistica e una diminuzione della nostra capacità di inventare in italiano cose e idee. Questo processo, secondo D’Achille, sarebbe agevolato dalla creazione o dalla conversione di corsi di laurea — non solo magistrali — in inglese. A lungo andare, perciò, ci sarebbe l’inizio di un processo di destandardizzazione, in seguito al quale l’italiano verrebbe usato nei contesti ove adesso viene — ottimisticamente parlando — ancora usato il dialetto.
È difficile stabilire se l’italiano sia destinato ad appiattirsi ulteriormente e a perdere qualunque coloritura estrosa. All’attuale stato dell’economia si rende altresì indispensabile che gli under-35 continuino a studiare e a migliorare la loro competenza in inglese, per ampliare le loro opportunità di lavoro fuori e dentro il territorio italiano. La semplificazione della nostra lingua è, forse, anche da ricondurre alla pigrizia intellettuale che caratterizza il nostro Paese, il terzultimo in Europa per numero di lettori.
Vedendo le tendenze linguistiche, messe in luce da D’Achille, ci si potrebbe chiedere se davvero ci si stia dirigendo verso la morte dell’italiano o se magari, in un futuro prossimo, l’Italia sarà uno Stato bilingue (o meglio, multilingue, considerando i dialetti locali), simile alla Danimarca. Un futuro di questo tipo garantirebbe un ricorso all’inglese privo di sforzo da parte della popolazione, rendendo possibile un legame più profondo con il resto del mondo, e, allo stesso tempo, permetterebbe all’italiano di non scomparire, poiché rimarrebbe la lingua d’uso e di cultura (chissà, magari anche più di oggi…).
Vanessa Musso
Fonti
Accademia della Crusca, L’italiano tra passato, presente e futuro, data di pubblicazione: 30 marzo 2026, ultima consultazione: 2 maggio 2026; link: https://accademiadellacrusca.it/it/tema-del-mese
Castellani Arrigo, “Morbus Anglicus”, Studi linguistici italiani, volume XIII, 1987, pp. 137-153.
De Mauro Tullio, “È irresistibile l’ascesa degli anglismi?”, Internazionale, data di pubblicazione: 14 luglio 2016, ultima consultazione: 2 maggio 2026; link: https://www.internazionale.it/opinione/tullio-de-mauro/2016/07/14/irresistibile-l-ascesa-degli-anglismi
Galeone Salvatore, “Paolo D’Achille: “I corsi universitari in lingua inglese rischiano di far scomparire l’italiano””, Libreriamo, data di pubblicazione: 4 aprile 2026, ultima consultazione: 2 maggio 2026; link: https://libreriamo.it/lingua-italiana/paolo-dachille-corsi-italiano/
Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT), L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere – Anno 2024, data di pubblicazione: 27 gennaio 2026, ultima consultazione: 2 maggio 2026; link: https://www.istat.it/comunicato-stampa/luso-della-lingua-italiana-dei-dialetti-e-delle-lingue-straniere-anno-2024/
Lombardi Vallauri Edoardo, Le guerre per la lingua. Piegare l’italiano per darsi ragione, Torino, Einaudi, 2024.
Paola Mosca Maria, “Libri, l’Italia tra i peggiori d’Europa nonostante la crescita della lettura fra i giovani”, Il Sole 24 Ore, data di pubblicazione: 26 agosto 2024, ultima consultazione: 3 maggio 2026; link: https://alleyoop.ilsole24ore.com/2024/08/26/libri-europa/
Piretti Marcella, “L’Accademia della Crusca: “L’italiano è a rischio, preso d’assalto dall’inglese. Se non facciamo nulla finirà per essere un dialetto e morirà””, Dire, data di pubblicazione dell’articolo: 31 marzo 2026, ultima consultazione: 2 maggio 2026; link: https://www.dire.it/31-03-2026/1227941-accademia-crusca-litaliano-e-a-rischio-inglese-dialetto-morira/
Trifone Maurizio, Itanglese: storie di parole da abstract a wine bar, Roma, Carocci, 2025.
Truenumbers, “Solo il 19,7% dei giovani italiani sa parlare in inglese”, ultima consultazione: 2 maggio 2026; link: https://www.truenumbers.it/parlare-in-inglese/




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