Il mio nome è 174517

174517 è il numero identificativo tatuato sul braccio di Primo Levi al suo arrivo nel campo di concentramento di Auschwitz nel 1944; a lui è dedicata la mostra I mondi di Primo Levi. Una strenua chiarezza che il 22 gennaio si è aperta a Palazzo Madama nella Corte Medievale.
Un viaggio tra fotografie, interviste e ricordi dell’uomo, del prigioniero, del chimico e dello scrittore piemontese; il percorso dell’esposizione permette non solo di immedesimarsi, ma di provare lo stesso amore per la chimica, di sentire l’entusiasmo dello scienziato, la rabbia e la paura dell’oppresso, il bisogno di rimanere umano e di ancorarsi a quella parte di sé che possa significare ancora vita.
Dopo la liberazione dal campo di concentramento, Primo Levi si dedicò al lavoro, alla sua passione: la chimica. Fino al 1974 lavorò nell’ambiente dell’industria chimica, come per esempio presso la Siva di Settimo Torinese.
Come dichiarerà lui stesso nel 1981 in un’intervista per V.I.P. (Very Important Piemontesi), la scrittura non è una semplice attività che si affianca al suo lavoro di chimico, ma una vera e propria necessità: avevo bisogno di scrivere.
Un bisogno impellente, profondo ed irresistibile che nasce nella disperazione e ne diventa una sorta di cura, fino al 1974 quando Primo Levi si ritira dal lavoro di chimico per dedicarsi completamente alla scrittura.
L’anno successivo, 1975, viene pubblicato Il sistema periodico che testimonia e sancisce la fusione tra il chimico, lo scienziato e l’uomo. Un’opera divisa in storie autobiografiche il cui titolo deriva da un elemento chimico.

Tentare la materia incognita[…]sentire con le labbra se è fredda o calda.

Lo scienziato Levi si reinventa scultore e traduttore, studia il tedesco per poter esprimere e spiegare al meglio al popolo di Germania cosa sia stato fatto in suo nome.
L’uomo Levi sente il dolore bruciare, desidera giustizia, vuole lenire, ma non dimenticare e nel componimento del 1960 Per Adolf Eichmann che disegna, scolpisce ciò che il carnefice ha perpetrato e che dovrebbe vivere, subire e soffrire egli stesso.

[…]O figlio della morte, non ti auguriamo la morte.
Possa tu vivere a lungo quanto nessuno mai visse:
possa tu vivere insonne cinque milioni di notti,
e visitarti ogni notte la doglia di ognuno che vide
rinserrarsi la porta che tolse la via del ritorno,
intorno a sé farsi buio, l’aria gremirsi di morte.

Cecilia Marangon

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