Uno scontro lungo (almeno) vent’anni

Immaginiamo un salotto, un divano, un tavolino, delle tazzine di caffè e due amici, due ex colleghi di cui uno più anziano e con più esperienza dell’altro. Immaginiamoli parlare del loro lavoro, delle difficoltà e delle speranze che vi hanno riposto e delle soddisfazioni, a volte amare, che la passione per il loro mestiere gli ha dato.
È questa l’immagine mentale che il libro Vent’anni contro ci dà dei suoi protagonisti narratori: gli ex magistrati Gian Carlo Caselli e Antonio Ingroia, due uomini profondamente diversi, ma uniti dalla passione e dalla fede nella Giustizia e nella Legalità.

Il primo, Caselli, magistrato torinese che nella sua lunga carriera ha affrontato inchieste sulle Brigate Rosse e Prima Linea, ha guidato la Procura della Repubblica di Palermo nella lotta alla mafia dal 1993 al 1999.
Il secondo, Ingroia, è stato allievo di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Ha lavorato fianco a fianco con Caselli, si è occupato, tra gli altri, dei processi Dell’Utri e Mori, ha condotto l’inchiesta sulla Trattativa Stato-Mafia generando non poche polemiche.

Immaginiamoli allora in quell’ipotetico salotto a raccontare e raccontarci vent’anni di lotta, due decenni di lavoro intenso, duro e spesso ostacolato, non solo dalle organizzazioni criminali.

Anche se allarmata, la politica non ha mai smesso di delegare l’antimafia pressoché esclusivamente alla repressione (forze dell’ordine e magistratura), sottraendosi alle sue responsabilità.

Quest’amara constatazione di Caselli denota un sentimento terribilmente comune a molti uomini dell’antimafia. Come diceva il Generale dalla Chiesa sono necessarie anche l’antimafia sociale, quella dei diritti fondamentali e fondanti della repubblica, e l’antimafia culturale. La repressione da sola non basta!
Quel sentimento comune che Ingroia fa intuire dicendo

Il nostro procedere sulla via del ripristino di legalità è faticoso, accidentato, soprattutto non aggiornato.

Una sensazione di solitudine nel proprio lavoro, come se si trattasse di un feticcio personale, di una piccola guerra tra magistrati e criminalità, qualcosa che esula dalla vita pubblica e dalla vita della Repubblica.
Non si parla solo dell’azione delle mafie o dei terroristi, come per Caselli, contro la Magistratura, ma di una vera e propria propaganda politica e sociale contro un’istituzione della Repubblica.

L’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi definì i magistrati come esseri antropologicamente diversi dal resto della razza umana, un cancro da estirpare. Una definizione simile che impatto può avere su chi ha dedicato tutta una vita ad istruire processi difficili, complessi sotto ogni punto di vista; come il processo alle Brigate Rosse?
Caselli ricordava in una puntata di Blu Notte, dedicata proprio alle BR, con quanta difficoltà si riuscì a formare la giuria popolare per il processo alle Brigate Rosse.
Antonio Ingroia, Nino di Matteo e gli altri PM che si sono occupati della Trattativa sono stati trascinati davanti alla Consulta dall’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per un supposto conflitto di potere tra istituzioni.

In questo lungo e meraviglioso dialogo tra pilastri della Giustizia si evince come i poteri politici si siano spesso e sempre più vigorosamente opposti alla lotta contro la criminalità.
Emerge anche, e direi per nostra fortuna, quella passione e quell’amore che ha portato molti servitori dello Stato, come Gian Carlo Caselli ed Antonio Ingroia, a continuare, a resistere e persistere.

È una narrazione oggettiva dei fatti, di ciò che di buono si sia riusciti a fare, degli errori propri e di altri colleghi, di come poter cambiare e migliorare. Un confronto tra ex colleghi che a volte concordano ed altre no.
Il lettore non è un semplice spettatore di questo immaginario salotto, è presente, ascolta, sente personalmente la rabbia, la disillusione, la speranza, impara a conoscere i protagonisti attraverso le loro esperienze e le loro voci, benché scritte.

Il filo conduttore di questo libro, a cura di Maurizio De Luca, è identificabile in una citazione di Giovanni Falcone.

La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una sua fine.

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