Nel futuro piove sempre. Uno sguardo all’ambientazione di Blade Runner.

Scrivere di Blade Runner oggi è una scelta complicata, difficile, forse azzardata. Ormai tutto quel che si poteva dire in materia pare esser già stato sviscerato e affrontato. Sono passati ormai trent’anni e più dalla sua prima uscita nei cinema, che spaccò la critica e sembrò deludere il pubblico, almeno in America. Ma il tempo ha avuto ragione dei suoi detrattori, portando all’opera la meritata gloria, la nomea di Film Cult, la preservazione nella Biblioteca Nazionale del Congresso degli Stati Uniti, e nel venticinquennale, il ritorno al cinema in una versione rivisitata lasciando finalmente a Ridley Scott completa libertà artistica.

Harrison Ford in una scena del film.

Come dicevo, sembra che tutto il possibile sia stato detto.

Quindi, non vado a sciorinare elementi della travagliata lavorazione, la questione delle ben 7 versioni distribuite del film, o l’annoso confronto tra il film e il libro originale di Philip K. Dick, zittito per fortuna con le parole (postume) dell’autore stesso.

Voglio concentrarmi su un dettaglio fondamentale del film e dell’esperienza di una sua prima visione. Il mondo in cui si muovono i protagonisti. Un mondo fortemente influenzato dai paesaggi mostrati da Moebius (al secolo Jean Giraud) e dai suoi colleghi di Métal Hurlant, e a Hong Kong in una giornata di tempo inclemente.

Un mondo sporco, fumoso, martoriato da una pioggia sempre incessante. Un mondo verticale, in cui la spartizione tra i poveri che arrancano a livello suolo e le bellissime dimore dei corporativi, della upper class, in cima a palazzi e strutture piramidali, enfatizza disparità già allora percepibili. Ricchi in macchine volanti, poveri che arrancano tra le pozzanghere coprendosi con giornali spiegazzati. E per la maggioranza di chi sta giù, la speranza è solo di andarsene via, nelle colonie extramondo su cui la popolazione emigra sperando di ricominciare.
Un mondo in cui edifici del passato paiono adattati in malo modo per ospitare tecnologie molto più giovani, in cui le lingue dei popoli si sono fuse in un idioma quasi dialettale, il CitySpeak. Un mondo allo stesso tempo futuristico e noir. Un mondo Cyberpunk.

Blade Runner è probabilmente uno dei primi film a mostrare il futuro dark e degenerato che caratterizza i quasi contemporanei romanzi del movimento Cyberpunk-mirrorshades di William Gibson e Bruce Sterling. E che a sua volta ispirerà opere cyberpunk e post-cyberpunk, tra cui l’italianissimo universo fumettistico di Nathan Never.

Fino a quel momento, una gran parte della fantascienza cinematografica mostrava un futuro relativamente pulito. I casi a parte erano solo post-apocalittici, o tendenti al fantastico, come Star Wars o Dune, dove gli scenari avevano un aria esotica, a creare un atmosfera fantasy, tipica della Space Opera, e per molti versi caratterizzante, con deserti e giungle e paesaggi artici.
In Blade Runner no. In Blade Runner c’è solo la giungla urbana, il deserto della quasi totale assenza di piante e di ogni vita biologica che non sia umana, il gelo è solo quello nell’animo della gente.

Piove. Piove incessantemente. Sui Buoni, Sui Cattivi. E non sappiamo chi sia davvero l’uno o l’altro, e il dubbio ci accompagna fino ai titoli di coda. La malinconia delle musiche poliedriche di Vangelis, dai toni alternanti tra le due nature dell’ambientazione, tra il noir e il futuristico, e allo stesso tempo fondamentali nel mostrare una civiltà di fusione culturale totale, un melting pot all’americana portato all’estremo…

Ai tempi dell’uscita, la critica ebbe molto a ridire della lentezza di ritmo che caratterizzava la pellicola. Avrei condiviso l’accusa se questo fosse un film d’azione senza pretese, un film “d’evasione”. Ma questo è tutto tranne che un film leggero, tutto tranne un film d’evasione.

Quel tempo apparentemente morto serve. Serve a riflettere, a interiorizzare, osservare tutto. Serve a godersi quegli effetti puramente tecnici e non digitali, quei paesaggi malinconici e degradati, con prospettive forzate che disorientano, a gustarsi a fondo ogni dettaglio, a sentirsela anche un po’ dentro tutta quella pioggia. Sempre presente, ossessivamente presente, che batte sui vetri negli interni, che inzuppa tutti negli esterni. C’è sempre, forse a mostrare come, andando avanti, anche i protagonisti si sentano “alluvionati dentro”.

Forse è proprio quella pioggia, battente e incessante, a dare tutta la potenza drammatica al confronto finale tra Rick Deckard, protagonista riluttantemente richiamato dalla pensione, interpretato da Harrison Ford, e il Replicante Roy Batty, che porta le fattezze di un Rutger Hauer in stato di grazia, perfettamente aderente all’immaginario letterario dell’autore: Freddo, Ariano, Perfetto. Un androide umanoide, privato dei difetti dell’umano, ma con tutti i suoi vantaggi. Esclusa la longevità.

Un confronto chiuso, in realtà, in parità materiale, perché nessuno dei due muore per mano dell’altro, ma con una netta vittoria morale del replicante, che nei suoi ultimi istanti, intrisi di simbolismo vagamente messianico, salva da morte certa il suo mortale nemico, ormai inerme e indifeso.
E prima di spirare per sopraggiunta scadenza, mostrando uno dei pochi squarci di cielo azzurro di tutto il film, pronuncia un monologo, peraltro in parte improvvisato. Un monologo che ha fatto la storia e commuove oggi come allora. E penso sia giusto mostrarvelo, perché le parole non possono bastare.

Ecco, questo monologo per me ha sempre avuto un messaggio importante. Tutta questa tristezza di fronte alla caducità della vita, si sposa col voler manifestare la meraviglia dell’aver vissuto, dell’aver visto cose straordinarie e terribili e magnifiche. Ci si può leggere, forse, un invito a vivere la vita appieno, visto che non sappiamo quando verremo meno, quando spariremo nella terra, con le nostre memorie a seguire? A me piace pensarlo, e mi si conceda questa’idea, forse falsata dall’essere stata partorita in un giorno di sole e di cielo troppo sereno.
Ad ogni modo, il film ha retto benissimo la prova del tempo, e se lo avete visto, o se ancora non avete provveduto, gustatevelo. Non ve ne pentirete, di sicuro.

(Per l’opinione di Philip K. Dick sul film vi consiglio vivamente l’intervista pubblicata postuma e allegata in appendice su “rapporto di minoranza e altri racconti”, Fanucci editore, 2002-2004 ISBN 88-347-1026-6)

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Flavio Calosso ha detto:

    Ottimo articolo. Complimenti

    Mi piace

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