Non solo mimosa: la forza delle donne

New York, 8 marzo 1908, nell’industria tessile di Cotton, scoppiò un incendio e le 129 operaie prigioniere all’interno, che stavano scioperando per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare, morirono arse dalle fiamme. Lo sciopero si era protratto per alcuni giorni, quando il proprietario Mr. Johnson bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. La mimosa è il fiore che si dice crescesse intorno alla fabbrica e rappresenta quindi l’unione femminile. Oggi in molti sostengono che l’ 8 marzo a New York non ci fu alcun incendio e, dunque, che nessuna donna morì. Ma l’8 marzo rimane comunque una data simbolo: la Festa della Donna.

Da sempre, prima dell’avvento dei movimenti femministi la donna, secondo la “legge della natura”, era relegata in una condizione di subordinazione rispetto al marito, d’altra parte la Bibbia dice: Genesi vv 21,23: “Allora il signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il signore Dio formò con una costola, che aveva tolto all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse – Questa volta è osso delle mie ossa e carne della mia carne. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta.-”

I movimenti femministi iniziarono in Francia durante la rivoluzione francese, dove in un’Europa settecentesca, pervasa dalla filosofia illuminista, si possono individuare gli albori di un movimento femminista: la fiducia nella capacità di miglioramento umano, i concetti di ragione e di progresso, di diritto naturale, di realizzazione della personalità favorirono la discussione sulla condizione storica delle donne. Ma tutto ciò si arrestò bruscamente nel 1804, quando, con l’emanazione del codice di Napoleone, si ritornò l’idea che la donna fosse proprietà dell’uomo e il suo compito primario fosse quello di restare relegata in casa a servizio del marito e dei figli. –”Donna schiava zitta e lava”- Questo ritorno di conservatorismo, subito recepito dalle protagoniste del nascente movimento femminile, le avvicinò progressivamente ai circoli e ai gruppi socialisti utopici. In Inghilterra le donne si associarono in comunità e tennero conferenze in pubblico, cosa del tutto nuova per l’epoca. In altri paesi europei le prime femministe si affermarono in connessione con il movimento democratico e nazionale. Indice della crescita del movimento delle donne fu la proliferazione della stampa femminile e il nascere di un gran numero di associazioni. Verso la metà dell’800 il movimento coinvolse anche le classi meno privilegiate, fino a che, verso la fine dell’Ottocento, fu coniato il termine femminismo per indicare un movimento politico e sociale per l’emancipazione delle donne. Il movimento emancipazionista si concentrò intorno alla battaglia per la parità giuridica: si chiese la fine della disparità dei diritti nella famiglia, l’ammissione della donna a tutte le funzioni e occupazioni, la partecipazione alle elezioni e una migliore istruzione.

Anche in italia, a metà 800, si diffusero i movimenti femministi: Bianca Milesi, soprannominata da Cattaneo ‘l’emancipata Milesi’, dopo aver studiato in Austria e Svizzera, tornò nel suo paese natio, diffuse le innovative tecniche educative che aveva appreso e creò scuole popolari di mutuo insegnamento, dando vita anche ad una sezione femminile della carboneria per la diffusione delle idee mazziniane. Tra le sue discepole predilette c’era Cristina Trivulzio principessa di Belgiojoso la quale fu una vera e propria riformatrice sociale e promotrice della causa dell’unità nazionale secondo le idee repubblicane di Mazzini e sociali di Saint Simon. Nel 1849, durante l’assedio di Roma, sollecitata da Mazzini, mise insieme un gruppo di “scostumate” popolane e organizzò il pronto soccorso e il servizio ospedaliero per i feriti. Queste nobildonne che aprivano i loro salotti a patrioti, letterati ed artisti permettendo la circolazione e lo sviluppo delle idee e che si dedicarono in particolar modo alla causa dell’elevazione culturale della donna, creando asili, circoli, scuole innovative, sono tantissime: Matilde Calandrini in Toscana, Emilia Peruzzi a Roma, la quale tra l’altro indusse il marito, deputato del primo parlamento italiano, a presentare un progetto di legge a favore delle donne.

In America, nella seconda metà del XVIII secolo, assistiamo a decise, ma individuali azioni di impronta femminista, come quella di Abigail Adams che nel 1776 chiese ad un membro del Congresso di tenere conto, nel nuovo Codice delle leggi, i diritti delle donne -naturalmente non venne ascoltata!-. Nel 1843 veniva redatto il primo vero e proprio manifesto femminista americano da parte di Margaret Fuller. Il manifesto fu pubblicato dapprima come saggio dal titolo L’uomo contro gli uomini La donna contro le donne, all’interno della rivista The dial. Ma nel 1845 fu rielaborato e apparve col titolo La donna nel XIX secolo.

Nel 1832 in Francia, Desirée Verret e Marie-Reine Guindorf fondarono la La femme libre espressione del femminismo sansimoniano della classe operaia, che invitava tutte le donne, pagane e cristiane, a collaborare. In seguito il giornale fu preso sotto la direzione di Suzanne Voilquin, un’operaia ricamatrice di Parigi che, ottenuta la separazione dal marito, prese a viaggiare e riuscì a studiare travestendosi da uomo. Essa cambiò sia il nome del giornale con quello di La Tribune des Femmes, famose sono rimaste le battaglie a favore dell’indipendenza delle colonie e contro la prostituzione, quelle per l’indipendenza economica delle donne, per l’educazione e la formazione paritaria a quella dell’uomo e il libero amore. Le collaboratrici si firmavano con il solo nome di battesimo per restare nell’anonimato, ma anche per rifiutare il cognome del marito, simbolo della prepotenza maschilista. Altro giornale importante fu La Gazette des Femmes che dava voce alle aspirazioni delle donne della borghesia che dovevano beneficiare degli stessi diritti politici e civili, e Le Journal des Femmes, di ispirazione borghese-cristiana, che contro le teorie sansimoniane ma anche contro l’ideale di donna austera auspicata dalla Chiesa, promuoveva l’immagine di una donna ‘umana’ con il diritto ad essere educata, di divorziare, di rifiutarsi di sottostare a matrimoni combinati. Dopo il 1848, con la seconda repubblica, il femminismo francese acquisì nuovo slancio e si può definire a tutti i diritti di tipo socialista, caratterizzato com’era dalla lotta per il miglioramento delle condizioni materiali e della propaganda delle idee. I più famosi giornali femministi di questo periodo furono La Voix des Femmes che esprimeva il suo slogan in questi termini: una nuova concezione dell’esistenza implica una rivoluzione per tutti e per tutte, e La Politique des Femmes, che assumerà la guida del movimento femminista. Nel giugno del ’48 ci fu una sanguinosa repressione che censurò tutti giornali femministi, ma appena un anno dopo L’Opinion des Femmes denunciò tutti i soprusi subiti.

In Germania, nel 1849 abbiamo la fondazione di una rivista femminista tedesca Frauen Zeitung ad opera di Louise Otto. La redazione del giornale assunse un’importanza cruciale perché divenne il punto di incontro delle femministe tedesche, ma fu soppresso nel ’52 perché nelle associazioni politiche era stato vietato introdurre le donne. Nel ’65 la Otto insieme a delle collaboratrici fondò “L’Unione generale delle donne tedesche” arrogandosi il diritto di parlare e organizzarsi pubblicamente; l'”Unione”, perseguendo l’autonomia e il self-help femminile, durò fino all’avvento del nazismo.

In Inghilterra, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, crebbe l’organizzazione femminile: le associazioni nacquero spesso in risposta a iniziative politiche ostili alle donne. Nel ’59 in Inghilterra l’Englishwoman’s Journal la cui redazione divenne sede di molti dei più importanti gruppi femministi inglesi, si batté a lungo per il miglioramento dell’educazione delle ragazze. Ma è più interessante dare uno sguardo al femminismo di matrice protestante che nacque in Inghilterra nella prima metà del XIX secolo. Nel 1886 una petizione per il diritto delle donne al voto, presentata da J. Stuart Mill e accettata dal parlamento, fu respinta dal primo ministro W.E. Gladstone. In risposta fu fondata la National Society for Women’s Suffrage, la prima associazione suffragista. Le suffragette devono affrontare vecchi pregiudizi contro le donne: la stampa le mette in ridicolo, i loro comizi si svolgono in mezzo all’indifferenza o all’ostilità della gente, la polizia è dura nei loro riguardi.  Per farsi ascoltare fanno scioperi della fame, s’incatenano ai lampioni del gas per non essere portate via durante le dimostrazioni, sommergono il parlamento inglese di richieste scritte.  Esasperate, nel 1911 le donne passano dalle manifestazioni alle lotte violente: fracassano vetrine dei negozi, intasano le cassette postali con la marmellata e incendiano due stazioni ferroviarie. Centinaia di suffragette sono ferite negli scontri con la polizia: diverse decine sono arrestate, ma le condizioni del carcere sono così dure che proclamano lo sciopero della fame. Le autorità le nutrono a forza mentre l’opinione pubblica comincia a indignarsi per quelle forme di vera e propria tortura.  Nel 1913, una suffragetta arriva a suicidarsi in pubblico gettandosi sotto gli zoccoli del cavallo di re Giorgio V durante il derby dell’ippodromo di Epson. La lotta delle donne è solo all’inizio : il diritto al voto viene riconosciuto in Inghilterra appena nel 1918.

Solamente all’inizio del ‘900 la condizione della donna, in Europa, comincia a cambiare, quando, si presentano, con la seconda rivoluzione industriale, nuove opportunità di lavoro. La trasformazione più appariscente riguarda la donna piccolo-borghese attraverso il suo ingresso trionfale nell’ amministrazione pubblica: ospedali, poste, banche e negozi si riempono di segretarie, dattilografe, infermiere e commesse. Un vero e proprio boom riguarda l’insegnamento elementare che diviene prevalente soprattutto in Inghilterra e negli Stati Uniti. Muta anche il ruolo della donna aristocratica e alto borghese che, da severa custode delle tradizioni familiari, assume la veste di donna fatale con ai piedi uomini-schiavi da dominare; si agguerisce il drappello delle donne intellettuali che, lasciato il ruolo di dame di carità o di scrittrici solitarie, divengono giornaliste, entrano nelle Università e conducono battaglie politiche.
Per quanto riguarda le donne operaie, con i loro bambini occupati nelle fabbriche appoggiano leggi sociali che arginano lo sfruttamento disumano del loro lavoro: viene ridotto l’orario di lavoro, alzato il limite d’età per l’assunzione dei fanciulli, proibito il lavoro in miniera, quello notturno e quello domenicale.

In Italia la campagna emancipazionista non ottenne i risultati sperati, leader del nascente movimento femminista sono Anna Maria Mozzoni, scrittrice di orientamento socialista e la scrittrice Anna Kuliscioff, che fu tra i fondatori del Partito Socialista, ma all’inizio le loro rivendicazioni vengono considerate stravaganze di una minoranza esaltata suscitando disprezzo e diffidenza; le suffragette, derise dalla borghesia conservatrice, accusate di essere borghesi dai socialisti e pericolose dai cattolici, rimasero isolate tanto che la riforma elettorale del governo Giolitti (1912), che estendeva il diritto di voto a tutti i cittadini, escluse ancora le donne insieme a minorenni, condannati e dementi. Le italiane ottennero il diritto di votare solo dopo il fascismo e la guerra, nel 1945.

È questo che rappresenta la festa della donna, la forza, la tenacia di tante donne che nel corso dei secoli hanno patito soprusi, fame, freddo, sono morte per far sentire le loro voci. L’8 marzo non è un giorno “di lutto”, ma è un giorno di festa! È un giorno per far sentire la propria voce e ricordandosi sempre che la lotta per la parità di diritti non è ancora finita.

SUFFRAGIO UNIVERSALE -nei paesi citati-:

Regno Unito: 1918 (per le donne sopra i 30 anni); 1928 (per tutte le donne, compiuta la maggior età)

Germania: 1919

Stati Uniti d’America: 1920

Francia: 1942

Italia: 1945

di Valentina Ribba

 

 

 

 

 

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