Non è una regola assoluta, ma spesso il cinema indipendente e low budget – forse perché lontano dall’industria o per una maggiore libertà nella creatività e nella sperimentazione – si è rivelato più incline a una certa sensibilità e a una preponderante alacrità nei confronti di tematiche urgenti e improrogabili. Tra queste, sicuramente, spicca l’argomento ecologico: dal cambiamento climatico all’inquinamento ambientale, dalla gestione delle risorse da parte dell’uomo alla perdita della biodiversità.
L’uomo convive con un’angoscia latente, che puntualmente relega ai margini della propria coscienza per non venire sopraffatto: la paura di essere prevaricato dalla natura, o, più precisamente, il sentimento che l’azione artificiale sull’ecosistema si ritorca contro l’uomo stesso. Quest’immagine, molto evocativa, è una componente centrale all’interno della produzione cinematografica di Larry Fessenden.
Regista, sceneggiatore, attore (tra gli altri per Scorsese e Jarmusch) e produttore (anche per Ti West) della Glass Eye Pix, Fessenden è una delle figure più importanti nel panorama dell’horror indie. Ha studiato alla New York University, si è formato sui film di Polanski, Hitchcock, Kubrick, lo stesso Scorsese. Quando comincia a girare i primi film, Fendessen intuisce che non si tratta di puro intrattenimento, ma molto di più: è strumento politico, filosofico e, come vedremo, eco-sociale.
No Telling – La sindrome di Frankenstein (1991)
Fin dal suo primo vero lungometraggio, No Telling – La sindrome di Frankenstein, sono visibili le ossessioni che attraverseranno tutta la successiva filmografia. No Telling appare, a primo impatto, come un horror il cui argomento centrale è la sperimentazione animale; in realtà, esso riflette sul rapporto problematico tra il progresso scientifico, il capitalismo e il dominio della natura.
Geoffrey e Lilian sono sposati. Insieme trascorrono il tempo in campagna, lontani dalla metropoli. Ma Lilian non sa che il marito scienziato sta conducendo macabri esperimenti sugli animali…
Il film è profondamente teorico. Rielaborando il mito di Frankenstein, Fessenden ci pone di fronte allo scontro di due visioni del mondo inconciliabili. Da un lato vi è la fiducia prometeica nella scienza, vista come forza inevitabile e incarnata da Geoffrey, uno scienziato pazzo nonché razionalista puro senza scrupoli morali. Durante una cena, Geoffrey esclama: “Science has to be unencumbered!”. Dunque, la scienza deve essere libera da opinione pubblica, emozioni, attivismo e controllo morale, perché il fine è il progresso e gli ostacoli etici rallentano il futuro.
A quella stessa cena è presente anche Alex, ecologista che aiuta i contadini della zona a coltivare utilizzando pesticidi biologici. Egli, insieme al personaggio di Lilian, rappresenta il polo ideologico opposto: i due denunciano l’ambiguità della scienza, che non è mai neutrale, ma sempre legata al profitto, alla segretezza e al potere tecnocratico. L’eccessiva specializzazione ha creato dipendenza dagli esperti e ha allontanato il cittadino comune dalla possibilità di comprendere il mondo in cui vive. La natura, quindi, non dovrebbe essere dominata o “corretta”, ma compresa e abitata responsabilmente.
È chiara anche come la percezione morale e il linguaggio subiscano una vera e propria anestesia: Geoffrey parla degli animali come puri “modelli viventi”, descrivendo mutilazioni e sofferenze con termini burocratici e asettici.
Fessenden, inoltre, dimostra già di saper controllare la macchina da presa, rendendo la regia asciutta e anti-spettacolare. Evitando effetti scioccanti e barocchi, No Telling è permeato da un’atmosfera di inquietudine lenta, quotidiana, domestica. Gli stessi paesaggi si trasformano, cambiano volto: da rifugi tranquilli e bucolici, diventano claustrofobici e opachi. Il laboratorio di Geoffrey è uno spazio qualunque, anonimo, quasi banale; è proprio questa banalità dell’orrore che colpisce e produce uno shock più morale che fisico: il mostro si nasconde nella normalità stessa della cultura moderna, che considera ogni forma di vita una risorsa da gestire e sacrificare.
Wendigo (2001)
Con Wendigo, Fessenden torna sulla stessa idea di isolamento rurale. Riprendendo la figura mitologica del Wendigo, creatura folkloristica spesso associata alla fame, alla violenza e alla degenerazione spirituale, Fessenden adotta un approccio sfuggente, quasi mentale.
George, la moglie Kim e il figlio Miles trascorrono qualche giorno in una casa isolata tra i boschi innevati. Durante il viaggio investono accidentalmente un cervo e vengono aggrediti da un cacciatore locale, Otis, uomo rozzo e ambiguo che sembra incarnare una presenza minacciosa, legata al territorio stesso. Da quel momento Miles entrerà in contatto con l’immagine misteriosa del Wendigo.
Dopo l’uccisione del cervo e la prova della spietatezza della caccia, rappresentata dalla figura di Otis, il paesaggio boschivo non è più lo stesso: diventa una presenza opprimente, quasi spirituale. La fotografia fredda, i silenzi lunghi, i suoni naturali e le apparizioni allucinanti raccontano di un rapporto aggressivo dell’uomo con la natura. Un ruolo fondamentale è svolto anche dalla presenza di una violenza latente, insita nella cultura americana, che prevede anche la trasmissione della paura stessa ai bambini.
Il Wendigo, demone alto, scheletrico e animalesco, a metà tra un cervo e un uomo (ma nel film anche arboreo), si carica di una pulsione distruttiva profondamente umana: avidità, dominio, brutalità. Anche qui, come in No Telling, il vero orrore è all’interno del comportamento umano e del tentativo di controllare o, ancora peggio, di violare il mondo naturale.
The Last Winter (2006)
Con questa pellicola il discorso ecologico di Fessenden raggiunge il suo apice.
La storia segue un gruppo di tecnici, ambientalisti e operatori inviati da una compagnia petrolifera in una base isolata nel nord dell’Alaska. La missione consiste nell’esplorare il territorio in vista della costruzione di una nuova strada destinata a facilitare le trivellazioni. A guidare il gruppo c’è Ed Pollack, responsabile pragmatico e legato agli interessi aziendali, mentre James Hoffman, biologo ambientalista, è colui che si oppone al progetto. Ma le tensioni nel gruppo crescono quando uno dei membri viene trovato morto nel ghiaccio in condizioni misteriose.
Figlio di La cosa (John Carpenter, 1982), The Last Winter anticipa il discorso mediatico odierno sul cambiamento climatico, proponendo immagini strettamente politiche che si rivelano necessarie perché mostrano un senso di colpa collettivo, determinato dalla vendetta della natura che sconvolge la razionalità umana.
Fessenden rifiuta di mostrare catastrofi spettacolarizzate tipiche del disaster movie hollywoodiano; a esse preferisce un lavoro sull’erosione psicologica, sull’angoscia causata dalla visione di un mondo che si sta modificando irreversibilmente.
“Il mondo sta crollando a causa dell’inquinamento da CO2 che è stato creato da anni di industria e i personaggi percepiscono fantasmi che escono dal terreno… Si potrebbe dire che i miei film in definitiva parlano di come creiamo una trama alternativa alla realtà che sta realmente accadendo… È quel desiderio umano di creare miti per dare un senso a un mondo arbitrario.” (intervista a Larry Fessenden, Slant, 2 ottobre 2007, a cura di Jeremiah Kipp).
Le superfici si incrinano lentamente fino a cedere, facendo fuoriuscire i fantasmi di una colpa molto più grande: la volontà di costruire un’intera civiltà sull’idea di separazione dalla natura, sul dominio e sulla distruzione biologica. Ma l’unico collasso possibile, per Fessenden, è quello umano.
Marco Novello
Fonti:
Bocchi, P. M., So cosa hai fatto. Scenari, pratiche e sentimenti dell’horror moderno, Torino, Lindau, 2024
Kipp, Jeremiah, “This Is the Way the World Ends: An Interview with The Last Winter Writer-Director Larry Fessenden”, in Slant Magazine, 2 ottobre 2007, https://www.slantmagazine.com/film/this-is-the-way-the-world-ends-an-interview-with-the-last-winter-writerdirector-larry-fessenden/
Malagnini, F., Antropocene Horror. Mostri, virus e mutazioni: il cinema dell’orrore nell’era della crisi climatica, Bologna, Odoya, 2023




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